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	<title>Greenews.info &#187; Internazionali</title>
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	<description>Greenews.info è il nuovo magazine on-line dedicato all’informazione ambientale e al “green thinking” che nasce per dare visibilità ai progetti di sostenibilità delle imprese operanti in Italia, delle pubbliche amministrazioni, degli enti e delle associazioni e per informare, sia gli utenti business che consumer, sulle politiche, le best practices, le normative ed i finanziamenti, i prodotti &#34;eco&#34; e “bio” e i nuovi trend mondiali. Il tutto in un unico ambiente multimediale di facile navigazione e leggibilità, con criteri di ricerca immediati per tipologia, per settore merceologico o per parola chiave.</description>
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		<title>Rifiuti campani: Bruxelles chiede una soluzione entro giugno</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 17:21:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionali]]></category>
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		<category><![CDATA[Gestione rifiuti Campania]]></category>
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		<description><![CDATA[“L’Italia non ha ancora applicato la sentenza della Corte di Giustizia Europea sui rifiuti in Campania. La situazione non è ancora stabile, dunque l&#8217;Unione Europea non sospende alcuna procedura”. Lo ha riferito, senza mezzi termini, il Commissario Europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, dopo un incontro con il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini svoltosi a Bruxelles ieri pomeriggio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Courtesy-of-Donatella-Scatamacchia2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-27514" title="Courtesy of Donatella Scatamacchia" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Courtesy-of-Donatella-Scatamacchia2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>“<strong>L’Italia non ha ancora applicato la sentenza della Corte di Giustizia Europea sui rifiuti in Campania</strong>. La situazione non è ancora stabile, dunque l&#8217;Unione Europea non sospende alcuna procedura”. Lo ha riferito, senza mezzi termini, il Commissario Europeo all’Ambiente, <strong>Janez Potocnik</strong>, dopo un incontro con il Ministro dell’Ambiente <strong>Corrado Clini </strong>svoltosi a <strong>Bruxelles</strong> ieri pomeriggio, a cui hanno partecipato anche le massime cariche istituzionali campane, il Sindaco di Napoli <strong>Luigi De Magistris</strong>, il presidente della Provincia<strong> Luigi Cesaro</strong> e il governatore della Campania <strong>Stefano Caldoro</strong>.</p>
<p>La sentenza a cui fa riferimento il Commissario Potocnik è quella della Corte di Giustizia Europea che, nel marzo del 2010, <strong>ha condannato l’Italia per non essere riuscita a creare una rete di impianti adeguati a garantire lo smaltimento dei rifiuti</strong>, mettendo così in pericolo la salute umana e l’ambiente in<strong> Campania</strong>.</p>
<p>L&#8217;incontro, però, come hanno sottolineato gli stessi protagonisti, non è stato del tutto negativo. Potocnik e quindi l&#8217;UE, infatti, concedono <strong>all&#8217;Italia altri cinque mesi di tempo </strong>per dimostrare che il nuovo piano di gestione dei rifiuti in Campania è operativo e funziona concretamente. Si tratta del piano approvato dalla Campania lo scorso 30 dicembre e inviato a Bruxelles il 16 gennaio, il quale è stato definito dallo stesso Commissario come “un passo avanti importante”.</p>
<p>Da questo momento, la situazione in Campania sarà “una lotta contro il tempo”, ha continuato Potocnik, “un tempo non illimitato”, in quanto se entro giugno il calendario di attuazione delle diverse misure del piano, il cosiddetto cronoprogramma, non verrà attuato puntualmente, <strong>l&#8217;Unione Europea non rinuncerà a portare avanti la procedura d&#8217;infrazione che sta preparando contro l&#8217;Italia</strong> in ordine alla non esecuzione della sentenza del 4 marzo 2010. D&#8217;altronde, <strong>come ha sostenuto Clini, l&#8217;Italia ha tutto l&#8217;interesse affinché la Campania attui in maniera corretta il cronoprogramma</strong>. Il nuovo ricorso dell&#8217;UE, infatti, comporterebbe la richiesta di cospicue multe giornaliere, circa mezzo milione di euro al giorno, da pagare per tutta la durata della violazione del diritto comunitario, fin dalla prima sentenza.</p>
<p><strong>L&#8217;unione Europea, dunque, seppur rigida nelle sue posizioni, si dimostra comunque fiduciosa </strong>nei confronti dell&#8217;Italia e della Campania in particolare. Questa fiducia viene dimostrata con lo <strong>sblocco di una parte dei fondi UE di coesione per lo sviluppo regionale</strong> che erano stati congelati proprio in attesa del nuovo piano campano. Anche in questo caso, il Commissario ha tenuto a puntualizzare che Bruxelles manterrà uno stretto controllo sull&#8217;utilizzo dei finanziamenti, che dovrà essere coerente con quanto richiesto dalla <strong><a href="http://www.reteonu.it/dn/DirCE200898.pdf" target="_blank">Direttiva europea 2008/98/EC </a></strong>riguardante la gestione dei rifiuti. Sulla base della Direttiva, qualsiasi programma di gestione dei rifiuti in territorio europeo dovrà rispettare delle priorità ben precise stabilite da <strong>una chiara &#8220;gerarchia&#8221; fra le diverse modalità di gestione dei rifiuti stessi: in primis, la prevenzione, poi il riuso, quindi il riciclaggio compreso il compostaggio, seguito dall&#8217;utilizzo degli inceneritori con il recupero di energia e, solo come ultima ratio, la messa in discarica dei rifiuti.</strong></p>
<p>Effettivamente il programma campano, racchiude in sé le priorità europee. D&#8217;altronde le autorità locali della regione stanno attuando, da mesi, campagne di promozione e programmi di attuazione della <strong>raccolta differenziata</strong> porta a porta, ottenendo tra l&#8217;altro un notevole successo. Basti pensare che <strong>nella sola Scampia si è ottenuto il 65% di differenziata</strong>. A sottolinearlo è lo stesso De Magistris in una nota al termine della conferenza stampa del Ministro Clini e del Commissario Potocnik, affermando che “l&#8217;Europa ha riconosciuto all&#8217;amministrazione di Napoli l&#8217;aver avviato un nuovo corso in materia di rifiuti. In particolare, continua De Magistris,  l&#8217;estensione della raccolta differenziata porta a porta e il <strong>trasferimento transfrontaliero, via nave, dei rifiuti secchi verso l&#8217;Olanda</strong>”. Ovviamente, allo stato attuale dei fatti, le autorità campane auspicano che si sblocchino proprio<strong> i fondi per il potenziamento della raccolta differenziata</strong>.</p>
<p>Si è trattato, dunque, di un incontro ricco di argomentazioni importanti dove sono state stabilite e precisate le posizioni degli attori in campo. Il punto decisivo è che tutti si sono trovati d&#8217;accordo sulla modalità di gestione dei rifiuti e su quelli che sono gli obiettivi dell&#8217;UE a medio e lungo termine. Come è stato più volte sottolineato, anche dallo stesso Potocnik,<strong> i rifiuti devono essere considerati una vera e propria risorsa</strong>. D&#8217;altronde, secondo uno studio della Commissione Europea pubblicato lo scorso 13 gennaio, <strong>una piena attuazione della legislazione UE sui rifiuti consentirebbe di risparmiare 72 miliardi di euro l&#8217;anno</strong>,<strong> incrementando di 42 miliardi di euro il fatturato annuo del settore che gestisce i rifiuti e del settore del riciclaggio</strong>, <strong>creando oltre 400.000 posti di lavoro entro il 2020</strong>.</p>
<p><em>Donatella Scatamacchia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ETS: tutte le compagnie aeree dovranno rispettare lo schema di emissioni</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 10:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VeronicaCaciagli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bollettino Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Normative]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

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		<description><![CDATA[Una buona notizia di fine anno: la Corte Europea ha deciso che l&#8217;inclusione delle compagnie aeree extra-europee nello schema di riduzione delle emissioni europeo EU ETS (European Emission Trading Scheme) è legittima e non viola le regole del commercio internazionale, né del trasporto aereo. Finalmente, dunque, tutto il settore aereo entra, a pieno titolo, nella regolamentazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Inglesaviacao.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26819" title="Flying is going greener, Courtesy of Inglesaviacao.com" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Inglesaviacao-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>Una buona notizia di fine anno:<strong> <a href="http://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2011-12/cp110139en.pdf">la Corte Europea ha deciso</a> che l&#8217;inclusione delle compagnie aeree extra-europee nello schema di riduzione delle emissioni europeo EU ETS </strong>(European Emission Trading Scheme)<strong> è legittima </strong>e non viola le regole del commercio internazionale, né del trasporto aereo. Finalmente, dunque, tutto il settore aereo entra, a pieno titolo, nella regolamentazione sul taglio delle emissioni di CO2, un passo importante per un settore responsabile di una larga fetta dei gas serra imputabili ai trasporti. Basti pensare che un passeggero di un viaggio aereo di andata e ritorno a New York è responsabile di oltre 2,5 tonnellate di emissioni di CO2, corrispondente mediamente all&#8217;ammontare di carbonio assorbito da tre alberi nel loro intero ciclo di vita. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La notizia giunge a ridosso dell&#8217;applicazione dello schema europeo per il settore aviazione, che <strong>entrerà in vigore il 1 gennaio 2012</strong>: tutti i voli aerei che coinvolgano aeroporti europei dovranno quindi essere inclusi nella direttiva, indipendentemente dalla nazionalità del vettore. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;<strong><a href="http://www.greenews.info/politiche/mercato-europeo-della-co2-verso-larmonizzazione-delle-regole-20110510/">EU ETS è lo schema</a></strong> in base al quale le aziende di alcuni settori con forti emissioni di CO2 hanno un limite di quote di emissione annuale da rispettare. Se riescono a stare sotto questo limite, avranno quote da rivendere come crediti di CO2 (chiamati EUA, European Allowances); <strong>se superano la quantità di quote assegnate, dovranno acquistarne da aziende più virtuose</strong>.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La diatriba era nata su iniziativa di alcune compagnie aeree statunitensi, che avevano deciso di contestare il recepimento della direttiva in Gran Bretagna, la quale si era rivolta alla Corte Europea. <strong>Secondo le compagnie aeree le norme sarebbero “in aperta violazione” della sovranità nazionale e dell&#8217;accordo Open Skies</strong>, violando quindi principi giuridici internazionali.<strong><a href="http://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2011-12/cp110139en.pdf"> I giudici della Corte rispondono</a></strong> invece che “l&#8217;applicazione dell&#8217;EU ETS all&#8217;aviazione<strong> non infrange né i principi del diritto internazionale, né l&#8217;accordo Open Skies</strong>”. La direttiva, osservano i giudici, non intende essere applicata agli aereomobili che volano <em>sopra</em> il territorio europeo, ma solo a quelli che scelgono di operare una rotta commerciale arrivando o partendo da un aeroporto situato in Europa. </span></span></span><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Non ci sono quindi prospettive di appello per le aziende, in quanto la Corte è l&#8217;organo più alto nel giudizio a livello europeo</strong>: <strong>alle aziende non resta che adeguarsi</strong>. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;industria del settore ora teme che questa decisione possa aprire il passo a guerre commerciali con <strong>Stati Uniti </strong>e <strong>Cina</strong>: una legge del Senato statunitense potrebbe impedire alle compagnie di prendere parte a sistemi di mercato delle quote di CO2, mentre <strong>la Cina ha paradossalmente minacciato azioni legali proprio in base al Protocollo di Kyoto, che impone misure di riduzione delle emissioni differenziate tra Paesi industrializzati ed emergenti. </strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Connie Hedegaard, </strong>Commissario Europeo al Clima da poco rientrata dalla<strong><a href="http://www.greenews.info/politiche/da-durban-20111212/"> Conferenza di Durban</a></strong>, dove è stata una dei protagonisti, <a href="http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/11/940">commenta comunque con entusiasmo la notizia</a>: “<strong>Sono ovviamente molto soddisfatta di vedere che la Corte ha concluso con chiarezza che la direttiva europea è completamente compatibile con la legge internazionale</strong>. Alcune compagnie aeree americane hanno deciso di sfidare la nostra legislazione in un tribunale. Così adesso noi ci aspettiamo che rispettino la legge europea.”</span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Anche <strong>Annie Petsonk</strong>, dell&#8217;<strong>International Council at the Environmental Defense Fund</strong>, chiede alle aziende del settore aviazione statunitensi di smettere di ostacolare i progressi legislativi e cominciare a lavorare sul rispetto della normativa sulle emissioni: &#8220;<strong>Gli americani hanno inventato l&#8217;aereo, adesso è il tempo di creare dei cieli amici del clima</strong>. La leadership europea sfida le compagnie aeree americane a prendersi carico di viaggi aerei puliti e realizzarli.&#8221;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Le compagnie aeree lamentano che la realizzazione delle direttiva costerà fino a 10 miliardi di Euro fino al 2020, con un aumento del costo del biglietto fino a 3 euro per i viaggi intercontinentali &#8211; </strong>il che, francamente, non sembra un costo insostenibile per un passeggero disposto a spendere qualche centinaio di euro. In realtà, per altro, le aziende riceveranno una parte delle quote in modo totalmente gratuito, calmierando così il costo complessivo dell&#8217;applicazione dello schema. A questo riguardo la Hedegaard, ribaltando la prospettiva ha sottolineato: “Con dei valori di riferimento le compagnie aree hanno ora la certezza del numero di quote che riceveranno gratuitamente ogni anno fino al 2020, quote che a prezzo di mercato rappresentano un valore di circa 20 miliardi di euro nel decennio. <strong>Con i ricavi potenziali le compagnie aree potrebbero procedere alla modernizzazione delle flotte, all’efficientamento dei consumi di carburante e all’utilizzo di combustibili non fossili per l’aviazione</strong>.”</span></span></span></p>
<p><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Veronica Caciagli</em><br />
</span></span></span></p>
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		<title>Piogge artificiali: la Cina non corre da sola</title>
		<link>http://www.greenews.info/politiche/piogge-artificiali-la-cina-non-corre-da-sola-20111219/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 11:49:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Piogge artificiali]]></category>

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		<description><![CDATA[Follia reale o fantascienza? Chi ha sentito parlare di pioggia artificiale, avrà probabilmente pensato a una leggenda metropolitana. Ma Pechino fa sul serio: qualche giorno fa ha annunciato un piano da un miliardo di yuan (circa 120 milioni di euro) per riuscire, entro il 2015, ad aumentare del 10% le precipitazioni nelle zone più aride. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/pioggia-artificiale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26663" title="Pioggia artificiale, Courtesy of Fanpage.it" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/pioggia-artificiale-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><strong>Follia reale o fantascienza?</strong> Chi ha sentito parlare di <strong>pioggia artificiale</strong>, avrà probabilmente pensato a una leggenda metropolitana. Ma <strong>Pechino</strong> fa sul serio: qualche giorno fa <strong>ha annunciato un piano da un miliardo di yuan (circa 120 milioni di euro) per riuscire, entro il 2015, ad aumentare del 10% le precipitazioni nelle zone più aride</strong>. Gli ingranaggi della natura, a causa dei cambiamenti climatici a cui anche la Cina sta contribuendo pesantemente, si sono inceppati. Il Paese è afflitto dalla siccità e cerca di correre, disperatamente, ai ripari.</p>
<p>Un primo esperimento in tal senso era stato già condotto, nel febbraio 2009, quando diverse regioni erano state irrorate da <strong>una pioggerellina leggera, generata da agenti chimici sparati nell’atmosfera con 2.392 razzi e 409 cannoni</strong>, <strong>in grado di creare nuvole cariche di pioggia</strong>. Più precisamente, le nuvole &#8216;adatte&#8217; alle precipitazioni vengono &#8216;seminate&#8217; con <strong>ioduro d&#8217;argento</strong>, un agente chimico che favorisce l&#8217;aggregazione delle molecole d&#8217;acqua per creare grandi gocce abbastanza pesanti da cadere al suolo.</p>
<p>La tecnologia, in realtà, non è nuova. I primi esperimenti in tal senso cominciarono negli anni della Guerra Fredda, alimentati dalla competizione tra potenze. <strong>Durante la guerra del Vietnam, gli Stati Uniti lanciarono l&#8217;operazione <em>Popeye</em> per cercare di intensificare i monsoni sul sentiero di Ho Chi Min</strong>, la rete di strade che andavano dal Vietnam del Nord al Vietnam del Sud passando per Laos e Cambogia usate dai Vietcong e dai loro sostenitori. <strong>Nel 1978, però, gli esperimenti per far piovere artificialmente negli Usa furono interrotti, in seguito a una grave inondazione causata dal bombardamento chimico delle nubi.</strong> Sembra però che negli ultimi anni siano ripresi, e ne abbia usufruito anche Los Angeles. <strong>Israele stimola le nuvole dal 1961 e riesce così a rendere fertili e rigogliose terre di per sé aride</strong>.</p>
<p>La pioggia artificiale è caduta anche sul Medio Oriente. <strong>Nel giugno 2008, negli Emirati Arabi, alcuni bimotori hanno disseminato il cielo con ioduro d’argento, sali igroscopi ed altre sostante chimiche capaci di esaltare la capacità di condensazione del vapore acqueo</strong>. Il risultato è stata una pioggia intermittente di alcuni minuti. Niente di eclatante, è vero, ma non male per un Paese dove le precipitazioni sono rare e concentrate nel periodo tra gennaio e marzo.</p>
<p>In futuro basterà dunque bombardare le nuvole per far piovere a comando? «<strong>Nel mondo ci sono diversi esperimenti in corso di questo tipo, ma ancora le basi scientifiche sono molto deboli, e siamo lontani dal poter dire di essere in grado di controllare la pioggia.</strong> Il problema è che una volta effettuato l&#8217;esperimento non è possibile sapere se la pioggia che si verifica è frutto della &#8216;semina&#8217; o se invece sarebbe caduta lo stesso», spiega <strong>Sandro Fuzzi </strong>dell&#8217;Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima del <strong>Cnr di Bologna</strong>. Remota, a quanto pare, la possibilità di effetti collaterali, perché «questo tipo di azioni si svolge su una scala ridotta, al massimo di qualche decina di chilometri mentre eventuali fenomeni distruttivi, come le alluvioni, riguardano fronti di centinaia e anche migliaia di chilometri. Al momento anche Usa e Israele stanno cercando il modo di aumentare artificialmente le piogge, mentre <strong>in Italia si è fatto qualche tentativo fino agli anni Settanta, soprattutto per il controllo della grandine, ma poi i progetti sono stati abbandonati</strong>».</p>
<p><strong>L’ultima frontiera consiste nel bombardare le nuvole dal basso con dei laser</strong>. L’esperimento è stato condotto un anno e mezzo fa in laboratorio e poi replicato a <strong>Berlino </strong>da un gruppo di ricercatori dell&#8217;università di <strong>Ginevra</strong> e pubblicato sulla rivista <em><strong>Nature Photonics</strong></em>. Con un laser di grande potenza, una specie di cannone energetico, i ricercatori hanno colpito ed “eccitato” le molecole di gas presenti nell’aria. Il risultato è stata la formazione di nuclei di condensazione attorno ai quali si sono create piccole gocce di acqua. Anche allora, però, Fuzzi era rimasto cauto: «La vera difficoltà sta nelle dimensioni del processo naturale che si vuole innescare. Il raggio laser agisce su un punto, mentre per ottenere l&#8217;effetto voluto bisogna coinvolgere chilometri di nuvola. <strong>Siamo ancora lontani da un controllo dell&#8217;uomo sul tempo, ma l&#8217;esperimento condotto dai ricercatori svizzeri rappresenta un passo avanti per la ricerca</strong>». Inquietante.</p>
<p>A <strong>Teheran</strong>, intanto, <strong>per purificare l’aria dalle polveri sottili e combattere lo smog, hanno optato per una pioggia artificiale molto più rudimentale</strong>. Per due giorni, cinque aerei hanno lanciato  acqua sui quartieri più inquinati, mentre <strong>l’Iran sta anche pensando di investire in ricerche su come cambiare le rotte dei venti,</strong> in grado appunto di disperdere le particelle.  Dal meteo a comando, sembra però &#8211; per fortuna &#8211; che siamo ancora lontani.</p>
<p><em> Veronica Ulivieri</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Da Durban una nuova roadmap per il clima</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 00:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VeronicaCaciagli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alle sei e mezza del mattino di domenica, dopo quasi trentasei ore di tempi supplementari, si è conclusa la diciassettesima Conferenza delle Parti (COP17) sul clima, a Durban. Mai come quest&#8217;anno il summit è stato ricco di colpi di scena, tanto che alle due di notte il risultato finale era ancora incerto: l&#8217;Europa, attraverso il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/DSC_3386-huddle_s.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26504" title="Un'immagine della chiusura di Durban" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/DSC_3386-huddle_s-300x200.jpg" alt="IISD" width="300" height="200" /></a>Alle sei e mezza del mattino di domenica, dopo quasi trentasei ore di tempi supplementari, si è <strong>conclusa la diciassettesima Conferenza delle Parti (COP17) sul clima, a Durban</strong>. Mai come quest&#8217;anno il summit è stato <strong>ricco di colpi di scena, tanto che alle due di notte il risultato finale era ancora incerto:</strong> l&#8217;Europa, attraverso il Commissario al clima <strong>Connie Hedegaard</strong>, spingeva per inserire nel testo finale l&#8217;indicazione che costituisse un trattato “<strong>legalmente vincolante</strong>”; l&#8217;<strong>India</strong> rispondeva chiedendo come fosse possibile pensare di includere questo elemento senza avere un quadro più chiaro; la <strong>Cina</strong> accusava i Paesi industrializzati di non fare abbastanza. Alla presidente sud africana del summit non era rimasta altra chance che quella di far incontrare i delegati europei e indiani per un faccia a faccia finale. Il compromesso è stato poi suggerito dalla delegazione brasiliana, e ha portato alla firma di un <strong>accordo “con valore legale”.</strong></p>
<p>L&#8217;annuncio del nuovo accordo è stato accolto da un lungo applauso. Nell&#8217;<strong><a href="http://unfccc.int/files/press/press_releases_advisories/application/pdf/pr20111112cop17final.pdf">accordo</a></strong>, si prevede una <strong>nuova fase ponte per il Protocollo di Kyoto</strong>, che coprirà il periodo 2013-2020. Dal 2020 gli Stati entreranno in un nuovo trattato internazionale:<strong> la novità storica del nuovo trattato è che finalmente tutti i Paesi dell&#8217;UNFCCC si sono impegnati a un accordo legalmente vincolante</strong> per la riduzione delle emissioni. <strong>Il rovescio della medaglia è che ancora non si sa quali saranno gli impegni </strong>che i Paesi decideranno di assumersi sotto il cappello del nuovo trattato, né le modalità operative. Si prevede solo <strong>una nuova roadmap per arrivare a questo risultato entro il 2015</strong>, attraverso un nuovo gruppo di lavoro denominato <strong><em>Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action</em></strong>.</p>
<p>Come già accaduto in passato, i delegati applaudono al successo del summit, mentre le associazioni ambientaliste ricordano come a questo passo avanti nelle negoziazioni <strong>non corrisponda un  miglioramento reale</strong>, visto che non sono state ancora prese decisioni riguardanti i tagli delle emissioni di gas serra necessari a evitare gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici sull&#8217;uomo.<strong> Il nuovo trattato vincolante e inclusivo è sicuramente un progresso importante della diplomazia climatica, ma necessiterà di essere riempito di contenuti.</strong></p>
<p><strong>Tre gli elementi che hanno permesso di arrivare a questo importante, seppur parziale, risultato</strong>. Il primo è stato la <strong>svolta storica del governo cinese</strong>, che a metà della seconda settimana di negoziazioni ha annunciato per la prima volta di essere disponibile a trattare impegni di carattere vincolante. Ha sottoposto questa apertura ad alcune condizioni, tra cui la richiesta che nel trattato successivo sia rispettato il principio dell&#8217;UNFCCC della “<strong>responsabilità comune ma differenziata</strong>” e che i Paesi industrializzati rispettino gli impegni presi precedentemente, anche in proposito dei 100 miliardi di dollari promessi durante le <strong>COP di Copenhagen </strong>e <strong>Cancun</strong> per il <strong>Green Climate Fund</strong>, il fondo per il clima.</p>
<p>In secondo luogo, c&#8217;è da considerare il <strong>grande lavoro della diplomazia europea</strong>, capeggiata dalla Commissaria Hedegaard: l&#8217;accordo che è stato approvato era nato proprio dall&#8217;Europa, che aveva cercato prima l&#8217;appoggio della coalizione <strong>AOSIS</strong>, <em>Alliance Of Small Islands St</em>ates, e dei <strong>LDC</strong>, <em>Last Developed Countries</em>. Intorno a questo nucleo centrale era poi cresciuto il consenso, fino a includere il <strong>Brasile</strong> e tutti gli altri Stati.</p>
<p>Infine c&#8217;è da considerare l&#8217;<strong>ottimo contributo del Segretario Generale dell&#8217;UNFCCC, Christiana Figueres</strong>, che ha condotto i lavori incentivando il raggiungimento dell&#8217;accordo e non perdendo mai la speranza di arrivare a una decisione, nemmeno dopo quattordici giorni di serrate negoziazioni che sembravano senza una via di uscita.<a href="http://www.greenews.info/eventi/durban-impossibile-finche-succede-20111205/"> “<strong>Tutto sembra impossibile, finchè succede”, aveva detto   in apertura del summit di Durban</strong></a>, citando <strong>Nelson Mandela</strong>; l&#8217;ha potuto ripetere felicemente anche nel finale.</p>
<p>Per chi si aspettava un accordo “conclusivo” della questione climatica a Durban, rimarrà certamente deluso, perché non siamo ancora arrivati a impegni concreti, ma solo a una <em>roadmap</em>. Le negoziazioni sul clima sono complesse, è difficile trovare un&#8217;unità tra delegati di 186 Paesi, dagli Stati Uniti e l&#8217;Europa alla Cina, India e Pakistan, Siria e Israele, per citarne alcuni. <strong>Si procede a piccoli passi, mentre il clima sta già cambiando</strong> e ne stiamo sperimentando le prime conseguenze.  <strong>E&#8217; una lotta contro il tempo</strong>, ben rappresentata dalle ultime, frenetiche, ore di Durban.</p>
<p><em>Veronica Caciagli</em></p>
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		<title>La terra? Affare del secolo. Sostenibilità e sicurezza alimentare nel libro di De Castro</title>
		<link>http://www.greenews.info/recensioni/la-terra-affare-del-secolo-sostenibilita-e-sicurezza-alimentare-nel-libro-di-de-castro-20111207/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 08:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fradelloni</dc:creator>
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L&#8217;affare del secolo? La terra. Sono tanti quelli disposti a sborsare miliardi per aggiudicarsi superfici coltivabili e c&#8217;è chi è ben propenso a concederle. Il perché ce lo spiega, nel libro “Corsa alla terra. Cibo e agricoltura nell&#8217;era della nuova scarsità&#8220;, (Donzelli Editore, pp. X-190, € 16,00), Paolo De Castro, europarlamentare italiano, economista e presidente della Commissione Agricoltura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/corsa-alla-terra-de-castro1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26353" title="La copertina del libro di De Castro, Courtesy of Donzelli Editore" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/corsa-alla-terra-de-castro1-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" /></a></strong></span></span></p>
<p><strong>L&#8217;affare del secolo? La terra.</strong> Sono tanti quelli disposti a sborsare miliardi per aggiudicarsi superfici coltivabili e c&#8217;è chi è ben propenso a concederle. Il perché ce lo spiega, nel libro “<a href="http://www.donzelli.it/libro/2314/corsa-alla-terra" target="_blank"><strong>Corsa alla terra</strong>. <strong>Cibo e agricoltura nell&#8217;era della nuova scarsità</strong></a>&#8220;, <strong>(</strong>Donzelli Editore, pp. X-190, € 16,00), <strong>Paolo De Castro</strong>, europarlamentare italiano, economista e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo.</p>
<p>“<strong>L&#8217;agricoltura sarà sempre più un settore strategico </strong>sotto due profili. In riferimento al suo legame con gli ecosistemi, al ruolo che può interpretare nella gestione del territorio, nella tutela idrogeologica e della biodiversità, nella cattura di Co2”, ci spiega De Castro. “Di recente però, <strong>l&#8217;agricoltura è tornata importante nella sua missione primaria, ovvero la produzione di cibo</strong>. La crescita demografica, la variazione delle diete nei Paesi emergenti, che implica un maggiore consumo di prodotti ad alto valore aggiunto e impatto ambientale, il trend crescente dei prezzi sono tutti fattori che pongono un grosso problema a livello globale: <strong>la domanda alimentare cresce più dell&#8217;offerta</strong>. <strong>In questo contesto la terra fertile è diventata l&#8217;affare del secolo perché è una risorsa scarsa</strong>. Dal 2006 in poi la domanda di suolo è aumentata in modo esponenziale. Si tratta di una vera corsa alla terra da parte di grandi imprese private, fondi di investimento e fondi sovrani, con obiettivo i paesi poveri, dove la competizione per l&#8217;accesso all&#8217;acqua e alla terra è già stata causa di conflitto. Negli anni delle crisi alimentari controllare la terra fertile è tornata a essere questione strategica”, aggiunge De Castro.</p>
<p><em>L&#8217;era della scarsità</em>, dunque, ecco spiegato il sottotitolo. <strong>Nel 2050 saremo più di 9 miliardi, un incremento di circa un terzo rispetto ai 6,9 miliardi che abitano il pianeta</strong>. Saranno le aree più povere e quelle emergenti a essere protagoniste dello sviluppo demografico globale negli anni a venire. Troppi per essere sfamati tutti: scarsità e iniqua distribuzione delle risorse alimentari non permettono una distribuzione eterogenea. <strong>La cifra della popolazione malnutrita fa rabbrividire, si aggira intorno al miliardo di individui</strong>. L’instabilità dei mercati delle materie prime agricole e i picchi dei prezzi alimentari, la crescita demografica e la modificazione delle diete a livello globale, i vincoli ambientali alla produzione di cibo e le conseguenze del cambiamento climatico: sono tutti elementi che compongono uno scenario di nuova miseria.</p>
<p><strong>Il cibo costerà di più per tutti, con un impatto che sarà più forte sulle fasce più povere della popolazione mondiale</strong>, ma che si farà sentire in modo diretto e indiretto anche nei paesi ricchi. I «segni del tempo» sono ovunque, il più clamoroso è l’esponenziale incremento della domanda internazionale di terra: <strong>paesi dotati di grande liquidità ma di scarse estensioni di superfici coltivabili, multinazionali agricole, agglomerati finanziari di diversa natura hanno iniziato ad acquisire o affittare milioni di ettari</strong>, soprattutto nelle aree più povere del globo, comprando pezzi interi di altri continenti. Con quali conseguenze per gli equilibri economici e politici internazionali? Con quali effetti sul benessere di aree come l’Italia e l’Europa, coinvolte in questo movimento dalla sempre maggiore integrazione del mercato delle materie prime agricole nella finanza globale?</p>
<p><strong>La corsa alla terra delinea i contorni di un futuro in cui l’agricoltura sarà sempre di più un settore strategico e il controllo dei suoli fertili sarà sempre più cruciale per lo sviluppo delle nazioni</strong>. Per affrontare questi problemi non serve invocare la paura del nuovo, ma investire in ricerca e modelli di trasferimento dell’innovazione. Non servono politiche fatte in casa, quanto uno sforzo per <strong>costruire una politica di sicurezza alimentare coordinata a livello globale</strong>. “Nel libro mi permetto di fare diverse proposte”, continua De Castro. “Alcune sono già state fatte proprie dal <strong>G20</strong>, come la trasparenza dei mercati. Mercati trasparenti vuol dire mercati efficienti. Poi c&#8217;è la questione dei bandi all&#8217;export che va affrontata compiutamente. Il G20 si è limitato a escludere dai bandi le donazioni al <strong>World Food Programme</strong>. E&#8217; poco. Le restrizioni alle esportazioni hanno effetti devastanti sulla stabilità dei prezzi. Ci vuole uno sforzo coordinato delle autorità nazionali per rilanciare la ricerca pubblica su grandi progetti, che alla ricerca privata semplicemente non interessano. <strong>Si dovrebbero fare correzioni alla politica sui biocarburanti, perché così com&#8217;è non è sostenibile</strong>. Bisognerebbe anche pensare a modelli di coordinamento per la politica delle scorte, mai cosi esigue a livello globale. <strong>Per fare tutto questo però non basta il G20: si devono rilanciare i negoziati multilaterali del commercio e il compito del Wto va ripensato alla luce della nuova importanza del tema della Food security</strong>”.</p>
<p>Ora il neo ministro <strong>Catania</strong>, si prepara ad affrontare la sfida più difficile, quella di scrivere una controriforma per la <strong><a href="http://www.greenews.info/normative/normative-normative/pac-la-commissione-presenta-i-10-punti-di-riforma-dellagricoltura-europea-20111013/">Pac</a></strong> da spedire a Bruxelles. “Sfida difficile ma al tempo stesso importantissima – afferma De Castro. <strong>Dagli esiti del prossimo negoziato sulla Pac 2020, dipenderà infatti il futuro dell’agricoltura europea e, nello specifico, italiana</strong>. Se tra dieci anni, la nostra agricoltura sarà competitiva al pari di quelle francese, spagnola e tedesca (solo per citare i nostri principali partners europei), dipenderà proprio da come lavoreremo nei prossimi mesi. Ecco perché, dovremo farci trovare pronti come sistema Paese ed arrivare a Bruxelles con le idee ben definite per fare in modo che le modifiche alle proposte presentate il 12 ottobre dalla Commissione esecutiva, siano rispondenti alle istanze della nostra agricoltura”.</p>
<p>Il problema, secondo molti operatori, rimane il <strong>«<a href="http://www.greenews.info/politiche/nuova-pac-i-pro-e-i-contro-secondo-gli-operatori-italiani-20111017/">greening</a>»</strong>. “Nell’ambito delle proposte legislative sulla Pac post-2013, la Commissione Europea propone un pagamento addizionale, cui dedicare obbligatoriamente il 30% del massimale nazionale per i pagamenti diretti, <strong>a compensazione di azioni ecologiche</strong>. In tale ambito, credo sia opportuno sottolineare il fatto che, di fronte all’esigenza di una politica agricola comune più semplice e snella, le proposte dell’esecutivo Ue, sembrano andare in direzione opposta. <strong>La componente ambientale dei pagamenti diretti, così come impostata, rischia infatti di comportare un ulteriore appesantimento del già consistente carico amministrativo e maggiore complessità nei controlli</strong>. Un elemento, quest ultimo, che rischia di essere particolarmente penalizzante per l’agricoltura Italiana. Così come abbiamo stabilito in Parlamento, nei due <strong><a href="http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&amp;reference=A7-2010-0204&amp;language=IT" target="_blank">Rapporti sul futuro della politica agricola comune</a></strong>, <strong>quella della sostenibilità ambientale, rappresenta una sfida importante, ma a patto che non comporti più burocrazia </strong>e che, di pari passo, sia garantita la sostenibilità economica delle aziende agricole europee. Per il raggiungimento di tale obiettivo, lavoreremo nei prossimi mesi”, conclude il presidente della Commissione Agricoltura al Parlamento Europeo.</p>
<p><em>Francesca Fradelloni</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></span></p>
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		<title>Durban: impossibile&#8230; finchè succede?</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 22:18:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VeronicaCaciagli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A metà dei negoziati sul clima della Conferenza delle Parti (COP 17) di Durban ancora non si è arrivati a un testo negoziale da sottoporre ai ministri, in arrivo questa settimana. Le priorità e gli argomenti su cui cercare una convergenza sono state riassunte nella giornata di apertura dal presidente della COP 16, che si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-26239" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Durban-conference.jpg" alt="" width="284" height="177" />A <strong>metà dei negoziati sul clima della <a href="http://www.cop17-cmp7durban.com/">Conferenza delle Parti (COP 17) di Durban</a></strong> ancora non si è arrivati a un testo negoziale da sottoporre ai ministri, in arrivo questa settimana. Le priorità e gli argomenti su cui cercare una convergenza sono state riassunte nella giornata di apertura dal presidente della COP 16, che si è tenuta a Cancun l&#8217;anno passato: implementare gli <strong><a href="http://www.greenews.info/politiche/gli-accordi-di-cancun-capolavoro-di-diplomazia-e-colpi-di-scena-20101213/">Accordi di Cancun e il Green Climate Fund</a></strong> e decidere sulle sorti del <strong>Protocollo di Kyoto</strong>.</p>
<p>Il Protocollo di Kyoto, il trattato vincolante che impegna alcuni Stati industrializzati a tagliare le proprie emissioni di gas serra,<strong> è infatti in scadenza nel 2012; urge trovare un sostituto </strong>o dare inizio a una nuova fase del trattato, ma da alcuni anni ormai i negoziati sul clima sono fermi su alcune questioni determinanti ai fini della sigla di un nuovo trattato. <strong>Da una parte, c&#8217;è il principio della “responsabilità comune ma differenziata”</strong>, che è alla base di tutto il processo negoziale. Questo principio era inizialmente stato introdotto per sottolineare la differenza in termini di responsabilità e peso economico di alcuni Stati: storicamente, ad esempio, la Cina ha appena iniziato a emettere gas serra, mentre il riscaldamento globale attuale è dovuto principalmente alla CO2 e altri gas emessi principalmente dai Paesi occidentali. <strong>Oggi la Cina è il primo emettitore globale di gas serra; ma ancora un cinese inquina un terzo di un europeo e un quarto di un americano</strong>. Chi deve dunque cominciare a diminuire per primo le proprie emissioni?</p>
<p><strong>La seconda questione è quella del regime legale</strong> del nuovo trattato:<strong> a opporsi all&#8217;ipotesi di un accordo legalmente vincolante sono soprattutto i Paesi emergenti, che vedono un possibile ostacolo al loro sviluppo</strong>. Anche gli Stati Uniti hanno difficoltà ad accettare un impegno vincolante: non solo per l&#8217;opposizione interna dei repubblicani, ma anche a causa della difficoltà a far accettare dal Senato la ratifica di un trattato internazionale; per questo il Protocollo di Kyoto, inizialmente firmato da <strong>Bill Clinton</strong>, non è riuscito ad avere la ratifica del suo stesso Senato.</p>
<p><strong>Queste due questioni si stanno ripresentando sostanzialmente &#8220;intatte&#8221;</strong> sin dalle negoziazioni di Copenhagen del 2009, anche se nel frattempo ci sono stati dei progressi su alcune questioni collaterali: come i finanziamenti, con l&#8217;istituzione di un fondo, il <strong>Green Climate Fund</strong>, che dovrebbe portare <strong>100 miliardi di dollari alle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici</strong>; e la discussione sulle foreste, con il meccanismo <strong>REDD</strong> (Reducing Emissions from Deforestation and Degradation).</p>
<p><strong>L&#8217;Europa è arrivata a Durban con una posizione simile a quella degli anni passati, anche se un po&#8217; più pessimista</strong>: chiede di non avere periodi di gap tra i trattati, di <strong>stabilire innanzitutto un sistema di rendicontazione dei gas serra su scala globale</strong>, soprattutto per i Paesi emergenti e di iniziare un percorso che porti a <strong>un accordo vincolante al 2015</strong>. Il periodo tra il 2012 e il 2015 potrebbe quindi essere colmato con una seconda fase del Protocollo di Kyoto, mentre si dovrebbe parlare adesso di come stabilire una tempistica certa e chiara su come raggiungere un nuovo trattato al 2015. Durante i negoziati, sono arrivate voci, riportate dai media, che il <strong>Canada</strong> stia pensando a uscire dal Protocollo di Kyoto. Per questo ha vinto meritatamente il premio <strong><a href="http://www.climatenetwork.org/fossil-of-the-day">Fossil of the Day</a></strong>, riconosciuto allo Stato che più si è distinto nel bloccare gli accordi. Sembra che anche gli <strong>Stati Uniti</strong> siano fermi sul non discutere una loro possibile partecipazione a un Protocollo simile a Kyoto. La <strong>Cina </strong>invece sarebbe a favore di una seconda fase del Protocollo di Kyoto, come pure all&#8217;implementazione degli <strong><a href="http://www.greenews.info/politiche/gli-accordi-di-cancun-capolavoro-di-diplomazia-e-colpi-di-scena-20101213/">Accordi di Cancun</a></strong>.</p>
<p>Nell&#8217;apertura, il segretario generale dell&#8217;<strong><a href="http://unfccc.int/" target="_blank">UNFCCC</a>, </strong>la <em>United Nation Framework Convention on Climate Change</em>, <strong>Christiana Figueres</strong>, citando <strong>Nelson Mandela</strong>, aveva detto: <strong>“sembra sempre impossibile, finché succede”</strong>. Ecco, diciamo che al momento sembra <em>impossibile</em> che si riesca a trovare un accordo multilaterale abbastanza ambizioso da vincere la sfida dei cambiamenti climatici. Ma la speranza che succeda è l&#8217;ultima a morire.</p>
<p><em>Veronica Caciagli</em></p>
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		<title>Approvato il budget UE 2012: un sostegno alla &#8220;Strategia 2020&#8243;</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 22:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Budget 2012]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;approvazione delle cifre finali e delle aree di spesa prioritarie del bilancio comunitario per il 2012, ha monopolizzato l&#8217;ultima seduta plenaria del Parlamento Europeo. Come prevedibile, i problemi di disaccordo con il Consiglio non sono mancati e hanno riguardato ,soprattutto, la Strategia 2020 dell&#8217;Unione Europea.
Come ha sottolineato la relatrice Francesca Balzani, deputata italiana di centro-sinistra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/eu-budget-2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26255" title="La votazione con cui il PE ha approvato il budget 2012, Courtesy of Pietro Naj-Olerari" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/eu-budget-2012-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>L&#8217;approvazione delle cifre finali e delle aree di spesa prioritarie del <strong>bilancio comunitario per il 2012</strong>, ha monopolizzato l&#8217;ultima seduta plenaria del Parlamento Europeo. Come prevedibile, i problemi di disaccordo con il <strong>Consiglio</strong> non sono mancati e hanno riguardato ,soprattutto, la <strong>Strategia 2020 </strong>dell&#8217;Unione Europea.</p>
<p>Come ha sottolineato la relatrice <strong>Francesca Balzani</strong>, deputata italiana di centro-sinistra e responsabile del bilancio all&#8217;Europarlamento, “<strong>l&#8217;obiettivo dei 27 Stati membri e delle istituzioni è quello della difesa di un&#8217;economia sostenibile ed inclusiva, che crei lavoro e occupazione di qualità, portando avanti gli obiettivi della strategia europea 2020</strong>. Il Consiglio, ha continuato la Balzani, riconosce l&#8217;importanza di implementare la strategia UE 2020, ma a causa dell&#8217;attuale fase di austerità, non è pronto a finanziarla”.</p>
<p>Come è noto, l&#8217;obiettivo della strategia UE 2020 è infatti quello di <strong>creare le condizioni ideali per una ripresa economica orientata alla sostenibilità e trovare una soluzione concreta per uscire dalla crisi</strong>. Secondo la Balzani, “il Parlamento europeo crede che gli investimenti debbano essere fatti ora. E noi pensiamo che alcune azioni siano sotto-finanziate e chiediamo di accelerare i tempi di attuazione”.</p>
<p>Ad ogni modo, i<strong>l bilancio dell&#8217;Unione europea aumenterà di poco meno del 2% nel 2012</strong>, secondo quanto concordato lo scorso venerdì tra Parlamento europeo e Stati membri. Il bilancio complessivo per l&#8217;anno 2012 <strong>sarà quindi di €129.1 miliardi</strong>, con un aumento dell&#8217;1,86% in pagamenti e €147.2 mln. in impegni. L&#8217;aumento dei soldi disponibili per i pagamenti sarà limitato, come richiesto dagli Stati membri. Ma la Commissione, il Consiglio e il Parlamento hanno accettato di fare il punto nel corso del prossimo anno per vedere se il bilancio è realistico o se sono necessari degli aggiustamenti.</p>
<p>Le priorità del Parlamento sono, dunque, state prese in considerazione dagli Stati membri: <strong>la crescita, l&#8217;innovazione, l&#8217;occupazione</strong>, sono infatti tra le misure che rientrano nel budget 2012 e che ricadono pienamente nella Strategia 2020. Quindi, a quanto pare, <strong>questo sarebbe il primo bilancio <em>davvero</em> a sostegno della Strategia UE 2020 per raggiungere crescita e innovazione sostenibili</strong>. In termini concreti, questo si dovrebbe tradurre in una maggiore disponibilità di soldi per la ricerca, migliori qualifiche per lavorare e un&#8217;Europa competitiva in termini di innovazione e sostenibilità energetica ed ambientale. Così, se l&#8217;Europa viene bacchettata a <strong><a href="http://www.greenews.info/eventi/durban-impossibile-finche-succede-20111205/">Durban</a></strong> per l&#8217;inefficacia delle sue politiche in tema di efficienza energetica,<strong> a Bruxelles il Parlamento si impegna affinché la ricerca e l&#8217;innovazione su rinnovabili e riduzione di emissioni di CO2</strong>, ossia i due pilastri della Strategia 2020 e obbligatori per gli Stati membri, ottengano il giusto riconoscimento a livello finanziario.</p>
<p>Per ultimo, è forse necessario ricordare che nelle spese di bilancio, nonostante il disaccordo iniziale del Parlamento, è stato incluso anche lo stanziamento di<strong> 100 milioni di euro per finanziare il <a href="http://ec.europa.eu/research/leaflets/iter/article_3092_it.html" target="_blank">programma di ricerca (ITER)</a></strong><a href="http://ec.europa.eu/research/leaflets/iter/article_3092_it.html" target="_blank"> </a><strong>sulla fusione nucleare nel sud della Francia</strong>, il quale prevede stanziamenti più consistenti in futuro, per contenere tutti i costi addizionali previsti. L&#8217;argomento sarà discusso ancora in commissione bilancio e con gli Stati membri negli incontri trilaterali.</p>
<p><strong></strong><em>Donatella Scatamacchia </em></p>
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		<title>Italia – Francia: un match schizofrenico. E rispunta il nucleare</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 00:18:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Gandiglio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa volta le mura della Bocconi non hanno salvato i professori dalle critiche e dalle perplessità dell’opinione pubblica. Tanto che perfino Claude Crampes &#8211; arrivato ieri a Milano dall’Università di Tolosa per partecipare al convegno “Energia e sviluppo sostenibile: politiche pubbliche e strategie d’impresa. Una visione incrociata Francia-Italia” &#8211; ha dovuto rettificare il suo intervento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Italia-Francia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26155" title="Italia-Francia, Courtesy of Migrantitorino.it" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Italia-Francia-300x269.jpg" alt="" width="300" height="269" /></a>Questa volta le mura della <strong>Bocconi </strong>non hanno salvato i professori dalle critiche e dalle perplessità dell’opinione pubblica. Tanto che perfino <strong>Claude Crampes</strong> &#8211; arrivato ieri a Milano dall’Università di Tolosa per partecipare al convegno “<strong>Energia e sviluppo sostenibile: politiche pubbliche e strategie d’impresa. Una visione incrociata Francia-Italia</strong>” &#8211; ha dovuto rettificare il suo intervento, di fronte alle critiche giunte dal pubblico: “Forse non mi sono espresso chiaramente &#8211; ha precisato &#8211; sulla necessità, per l’economia mondiale, di un mix energetico che comprenda, <em>ovviamente</em>, le rinnovabili, oltre al nucleare e al fossile. Forse non mi sono neppure ben spiegato sulle opportunità delle rinnovabili…”.</p>
<p>Una gentil concessione, ma forse anche una <em>excusatio</em>. Crampes non ha tuttavia rinunciato all’ultima parola, con una critica pungente, in netto contrasto con gli obiettivi europei del 2020: “<strong>Credo che sia stato un comportamento assurdo spendere tanto denaro per il fotovoltaico in Germania</strong>…”. Gli fa eco il bocconiano <strong>Arturo Lorenzoni</strong>, che ammette: “Sì, in effetti, sul fronte delle rinnovabili sono stati compiuti passi <em>incredibili</em>”. Se il senso dell’affermazione sia positivo o negativo non è chiaro (come quando la Merkel dice che le misure italiane contro la crisi sono “<em>impressionanti</em>”).</p>
<p>Poteva essere un convegno ricco di potenzialità, quello svoltosi ieri nell’ateneo milanese e organizzato insieme all’<strong>Ambasciata di Francia</strong>: un appuntamento, suddiviso in due tavole rotonde, per discutere sulle scelte energetiche delle nazioni e delineare le opportunità delle imprese. Il risultato, invece, ha seminato qualche perplessità tra i supporters della green economy, ma soprattutto ha confermato la lucidità dell’analisi del <strong>Wuppertal Institut</strong>, quando parla di <a href="http://www.greenews.info/rubriche/top-contributors/futuro-sostenibile-20110609/"><strong>atteggiamento schizofrenico</strong> </a>dei Governi e dei cittadini: <strong>si rispolvera con <em>nonchalance</em> l’opzione nucleare, ma un minuto dopo ci si dichiara pienamente d’accordo sull’<em>inevitabile</em> sviluppo delle rinnovabili</strong>, dimenticandosi che stiamo parlando di due modelli, due “filosofie” diametralmente opposte: <strong>la generazione concentrata vs. la <a href="http://www.greenews.info/recensioni/in-cammino-verso-lenergia-distribuita-intervista-a-jeremy-rifkin-20101214/">generazione distribuita</a>.</strong> La convivenza delle due soluzioni è fare di necessità virtù, non può essere una strategia.</p>
<p>A volte la storia recente aiuta a capire meglio. Nel 2006, l’allora presidente del Consiglio italiano, <strong>Romano Prodi</strong>, si trovò infatti d’accordo con il <strong><strong>primo ministro</strong> </strong>francese<strong> </strong><strong>Dominique de Villepin</strong><strong> </strong>nell’auspicare una cooperazione bilaterale sul fronte energetico. Ma oggi, a cinque anni di distanza, l’asse tra l’Eliseo e Palazzo Chigi non è più così saldo. Saranno anche i problemi legati all’euro, ma in realtà <strong>il punto è che il governo Sarkozy non ha mai “perdonato” l’Italia che, nel 2009, aveva promesso di aprire quattro centrali nucleari</strong>. Promessa mancata, dopo che il referendum popolare ha bandito (per sempre?) l’atomo dal nostro paese. E il conflitto rimane aperto, nonostante l’Italia sia un buon cliente della Francia e importi una quantità considerevole di energia nucleare d’oltralpe<em>.</em></p>
<p>Nella tavola rotonda moderata da Carlo Scarpa, dell’Università di Brescia, è proprio il nucleare a tenere banco. “Nonostante Italia e Germania abbiano detto <em>no</em> &#8211; commenta <strong>Jean-Marie Chevalier</strong>, dell’Ateneo di Parigi &#8211; in Europa la maggior parte dei paesi è favorevole all’atomo. <strong>Occorre certamente finanziare le rinnovabili, ma il nucleare rimane l’unica alternativa all’aumento del carbonio e alla crescita dei prezzi</strong>. Nessuna energia è <em>perfetta</em>, ma bisogna lavorare nell’ottica dell’efficienza e della diversità. Come economista, credo che la chiusura delle centrali nucleari in Francia equivalga alla distruzione di un valore. <strong>Bisogna essere razionali: se l’agenzia sulla sicurezza nucleare è in grado di vigilare sulle centrali, allora <em>problemi non ce ne sono</em></strong>”. <strong>Luigi De Paoli</strong>, collega della Bocconi, ha un sussulto e frena un poco: “Il nucleare non deve essere bandito a priori, tuttavia <strong>oggi non risulta più competitivo</strong>. <strong>Il problema delle scorie non va sottovalutato</strong> e occorrono inoltre regole valide a livello internazionale per le agenzie di sicurezza”.</p>
<p>Parallelamente alla Conferenza dell&#8217;Onu sui Cambiamenti Climatici, in corso a <strong><a href="http://www.greenews.info/politiche/durban-si-pensa-gia-a-qatar-2012-20111130/">Durban</a></strong>, dove il mondo intero è chiamato a prendere atto dei danni causati dal surriscaldamento globale, a <strong>Milano</strong>, i “tecnici” si confrontano dunque sulle possibili soluzioni, tra le quali riaffiora la <strong><a href="http://www.greenews.info/politiche/carbon-tax-o-giustizia-climatica-questo-e-il-problema-20100906/">carbon tax</a></strong>. Per Crampes, che decide di vestire i panni della Cassandra, “<strong>lo sviluppo delle rinnovabili sarà lungo e difficile: attualmente, il costo di produzione è molto alto, si tratta di fonti <em>disperse</em> a livello geografico e l’intermittenza operativa richiederebbe un doppio contatore</strong>; l’eolico, per esempio, è fortemente influenzato dal fenomeno dell’intermittenza…”. Qualcuno dal pubblico – non numerosissimo, ma preparato e agguerrito &#8211; fa notare al professore che gli attuali sistemi per catturare l’energia dal vento sono tecnologicamente molto avanzati e permettono di ottenere una produzione significativa.</p>
<p>Ma cambiamo di nuovo canale: “Quello che sta accadendo nel campo dell’energia &#8211; chiarisce Lorenzoni &#8211; ha una portata storica: <strong>le rinnovabili appaiono il vero driver dell’economia</strong>”. E ora torniamo al pessimismo: “I problemi però ci sono: le rinnovabili – ammette lo stesso Lorenzoni &#8211; si sviluppano soltanto in ambiti non competitivi, quindi che senso hanno le politiche sulla concorrenza e che ruolo assumerà il GSE? Inoltre, <strong>occorre affrontare il problema del costo della transizione, nell’ottica di una stabilità dei prezzi futuri</strong>, e restituire benefici in termini di occupazione a coloro che pagano il rinnovamento”.</p>
<p>Zapping: “<strong>Occorre aumentare la produzione di rinnovabili nel futuro. Noi lo stiamo facendo</strong>”, rimarca <strong>Francoise Guichard</strong>, direttrice dello Sviluppo Sostenibile per Gdf Suez. Salvo poi ammettere candidamente: “<strong>Certo, anche noi abbiamo una parte di business basata sulla produzione nucleare.</strong> Siamo produttori, ma anche industriali”. In <strong>Brasile</strong> l’azienda francese ha anche realizzato una diga, che non ha propriamente lasciato impassibili gli ambientalisti. “Preferiamo guardare alla responsabilità sociale <em>di lungo periodo</em> &#8211; precisa madame Gdf con saldo realismo &#8211; e del resto anche in Brasile le infrastrutture hanno portato progresso e occupazione…”.</p>
<p>E ancora<strong>: “Anche per Enel lo sviluppo delle rinnovabili rappresenta uno dei principali fattori di crescita</strong> &#8211; aggiunge <strong>Simone Mori</strong>, direttore Regolamentazione, Ambiente e Carbon Strategy della multinazionale italiana &#8211; tanto che vantiamo nel nostro gruppo una società apposita per il settore. Senza contare poi che, sul fronte dell’innovazione, abbiamo compiuto notevoli passi in avanti”. Non pare quindi esserci più dubbio, a fine convegno, sul fatto che le rinnovabili rappresentino il futuro: lo ribadisce anche <strong>Roberto Testore</strong>, che per Assolombarda presiede il comitato promotore <strong>Green Economy Network</strong>, un’aggregazione di imprese che lavorano in questo ambito. Torna l’euforia “verde” tra i relatori italiani, perché le aziende, ricorda <strong>Ivan Mangialenti</strong>, di <strong>Schneider Electric</strong>, hanno un urgente bisogno di <em>ridurre i costi</em>, anche sul fronte energetico. E appunto per questo, “<strong>risultano sempre più numerosi gli imprenditori che cercano di individuare buone pratiche per la sostenibilità</strong>”, spiega <strong>Federico Pezzolato</strong>, titolare di una società che lavora a fianco delle imprese.</p>
<p>Esco un po’disorientata dal valzer <em>rinnovabili sì, rinnovabili no, nucleare meglio</em>? Pensavamo che fosse una partita chiusa, ma a volte ritornano. Aiutati dal fascino di una erre moscia.</p>
<p><em>Agnese Pellegrini</em></p>
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		<title>Durban: si pensa già a Qatar 2012</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:57:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Gandiglio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/11/Durban-COP17.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26054" title="La Conferenza di Durban COP17, Courtesy of Ecoblog" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/11/Durban-COP17-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il periodo &#8220;interlocutorio&#8221; apertosi dopo la conferenza di Copenhagen del 2009 non sembra mai finire</strong>. Nonostante la Conferenza delle Parti (COP17), si sia riunita solamente lunedì a <strong><a href="http://www.greenews.info/comunicati-stampa/a-durban-i-governi-affrontano-la-sfida-del-futuro-20111128/">Durban</a>,</strong> in Sud Africa, e sia tutt&#8217;ora in corso, per negoziare un accordo sul clima che possa subentrare al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2013, già si parla di quella successiva, dando per scontato un <em>nulla di fatto</em>.</p>
<p>Sarà infatti a <strong>Doha</strong>, in <strong>Qatar</strong>, <strong>il Paese che emette più CO2 pro-capite </strong>(53,4 tonnellate all&#8217;anno, tre volte quelle di un americano e 10 quelle di un cinese), la prossima Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, <strong>dal 26 novembre al 7 dicembre 2012</strong>. L&#8217;annuncio è arrivato dai rappresentanti dell&#8217;<strong>UNFCCC</strong>, la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc).</p>
<p><strong>Ma intanto, cosa sta succedendo a Durban? </strong>I telegiornali italiani, imepegnati a seguire gli &#8220;<em>spread</em>&#8221; e intercettare i silenzi del Governo Monti, ne raccontano poco e nulla, declassando mediaticamente l&#8217;evento a <em>cronaca di un insuccesso annunciato</em>. Del resto, non fa notizia che i Paesi <strong>ALBA</strong> (chi sono costoro? Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Honduras, Nicaragua, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda), <strong>abbiano mostrato grande preoccupazione per l&#8217;ipotesi di un periodo senza il Protocollo di Kyoto </strong>e abbiano chiesto di non dilungarsi in altri ritardi per un accordo fino al 2020.</p>
<p>Sempre a Durban il <strong>Wwf</strong>, la Ong <strong>Oxfam</strong>, e l&#8217; <strong>International Chamber of Shipping</strong> (che rappresenta oltre l&#8217;80% della flotta mercantile mondiale) <strong>hanno avanzato la proposta di tagliare ulteriormente le emissioni di gas serra derivanti dal traffico marittimo internazionale </strong>(pari al 3% del totale), chiedendo all&#8217;Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) una regolamentazione chiara attraverso incentivi e norme globali.</p>
<p>Intanto si definiscono tatticamente le posizioni dei diversi governi al tavolo dei negoziati, sia sul Protocollo di Kyoto che sull&#8217;accordo globale. Secondo alcuni osservatori scientifici citati dall&#8217;ANSA le due questioni potrebbero viaggiare sullo stesso binario: a quanto si dice<strong> potrebbe diventare &#8220;accettabile&#8221; un impegno sul prolungamento del Protocollo di Kyoto (in forma emendata) &#8220;in cambio di un impegno sul trattato globale&#8221; di lungo periodo</strong>.</p>
<p>L&#8217;Unione Europea sarebbe quindi pronta a un nuovo accordo sulla riduzione delle emissioni da realizzare per il 2020. <strong>Gli Usa (che non hanno mai ratificato il protocollo di Kyoto) si dicono invece contrari a un accordo che non includa i Paesi emergenti, come la Cina, </strong>principale rivale economico che, proprio pochi giorni fa, a sorpresa, ha bacchettato, tramite il proprio delegato, Stati Uniti e UE per il loro scarso impegno alla riduzione delle emissioni, magnificando le proprie azioni a sostegno del Pianeta. <strong>Sulla stessa linea degli americani sono trincerati Russia e Giappone, comunque contrari a un Kyoto 2</strong>. Sul Canada continua a girare la voce che possa uscire da Kyoto già quest&#8217;anno. Mentre <strong>i Paesi ALBA (ancora loro) hanno ricordato umilmente ai Paesi sviluppati di assumersi le responsabilità per le maggiori emissioni del passato</strong>, e hanno chiesto di riaprire il dibattito sul <strong><a href="http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/greenews/articolo/lstp/432128/" target="_blank">Fondo Verde per il Clima</a> </strong>(100 miliardi di dollari all&#8217;anno entro il 2020), misteriosamente finito fuori dai temi in discussione.</p>
<p><em>Redazione Greenews.info</em></p>
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		<title>L&#8217;internazionalizzazione del mercato energetico UE verso una svolta sostenibile</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 09:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rafforzare la dimensione internazionale della politica energetica dell&#8217;Unione Europea. Questo è stato il tema centrale dell&#8217;ultimo Consiglio dell&#8217;UE, svoltosi lo scorso 24 Novembre a Bruxelles.
Il tema fondamentale di cui si è discusso è stata la volontà dell&#8217;Europa di diventare una protagonista effettiva, sulla scena internazionale, per quanto concerne le decisioni in campo energetico, a fronte della centralità che queste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/11/Tralicci.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26002" title="Tralicci dell'alta tensione, Courtesy of Saindonesie.blogspot.com" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/11/Tralicci-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Rafforzare la dimensione internazionale della politica energetica dell&#8217;Unione Europea</strong>. Questo è stato il tema centrale dell&#8217;ultimo Consiglio dell&#8217;UE, svoltosi lo scorso <strong>24 Novembre a Bruxelles</strong>.</p>
<p>Il tema fondamentale di cui si è discusso è stata la volontà dell&#8217;Europa di diventare una protagonista effettiva, sulla scena internazionale, per quanto concerne le <strong>decisioni in campo energetico, </strong>a fronte della centralità che queste politiche stanno assumendo nell&#8217;agenda dei Paesi, industrializzati e in via di sviluppo, che vogliano assicurarsi una crescita.</p>
<p>In che modo, dunque, l&#8217;UE ha intenzione di raggiungere questo obiettivo? Le priorità emerse dal Consiglio sono essenzialmente cinque. In primo luogo, il <strong>rafforzamento del coordinamento della politica estera comune dell&#8217;energia, </strong>che presuppone l&#8217;integrazione del mercato energetico interno con i vari mezzi e le capacità degli Stati Membri. Lo strumento chiave, in questa fase, dovrebbe essere <strong>una maggiore trasparenza negli accordi intergovernativi in tema di energia stabiliti dagli Stati Membri con Paesi Terzi</strong>, così come un crescente supporto della Commissione durante le fasi di negoziazione, soprattutto per quegli accordi che potrebbero influenzare il funzionamento del mercato energetico interno dell&#8217;UE.</p>
<p>La promozione della <strong>cooperazione dell&#8217;UE</strong>, in qualità attore singolo,<strong> con i Paesi Terzi</strong>, è una delle priorità correlate emerse dal Consiglio. A tal fine, l&#8217;UE si impegna ad integrare la <strong>Comunità Energetica </strong>(Energy Community), con l&#8217;apertura nei confronti della <strong>Repubblica della Moldova, dell&#8217;Ucraina e dell&#8217;Armenia</strong>, quest&#8217;ultima in qualità di osservatore. Alla Comunità Energetica, quale strumento meramente di politica multilaterale, si affianca uno strumento più pratico e concreto: quello delle <strong>infrastrutture</strong>. Per costruire una dimensione esterna della politica energetica comune dell&#8217;UE bisogna infatti assicurare la <strong>funzionalità dei mezzi per l&#8217;approvvigionamento</strong>, così come<strong> la diversificazione dei fornitori, delle fonti e delle vie di trasporto dell&#8217;energia verso l&#8217;Europa</strong>.</p>
<p>L&#8217;Unione Europea si impegna inoltre a sostenere e promuovere delle politiche energetiche che garantiscano la <strong>promozione dello sviluppo sostenibile in campo energetico</strong>, incluso l&#8217;utilizzo di <strong>risorse per le energie rinnovabili e l&#8217;efficienza energetica</strong>, nonché la diffusione di <strong>tecnologie a basso impatto ambientale</strong>, al fine di ridurre le emissioni di gas serra. L&#8217;UE si propone, dunque, come promotrice di <strong>una politica energetica “pulita” anche nei confronti dei Paesi Terzi</strong>. Un impegno che si manifesta soprattutto nei confronti di quei Paesi con i quali i rapporti di scambio, in tema energetico, sono già oggi più solidi. Primi fra tutti gli Stati della regione mediterranea, nei confronti dei quali l&#8217;UE rinnova l&#8217;impegno per la costruzione di un<strong><a href="http://www.mediterraneansolarplan-conference.es/index.php/lang.en" target="_blank"> Mediterranean Solar Plan</a></strong>, focalizzato essenzialmente sulla produzione di elettricità da fonte rinnovabile.</p>
<p>Il miglioramento delle partnership strategiche in campo energetico è un&#8217;altra priorità dell&#8217;Unione. E qui emerge il ruolo chiave della<strong> partnership con la Russia </strong>del rinato Vladimir Putin (che sarà nuovamente candidato alla presidenza) e della <strong>Roadmap sull&#8217;Energia, </strong>che promuove una cooperazione di lungo periodo tra l&#8217;UE e Mosca. Ma partner importanti sono anche gli <strong>Stati Uniti </strong>e il <strong>Giappone</strong>, e i Paesi delle economie emergenti, come <strong>India, Cina, Brasile e Repubblica Sudafricana, </strong>dove proprio in queste ore, a <strong><a href="http://www.greenews.info/comunicati-stampa/a-durban-i-governi-affrontano-la-sfida-del-futuro-20111128/">Durban</a></strong>, si discutono i negoziati sui cambiamenti climatici.</p>
<p>La quarta priorità, per l&#8217;internazionalizzazione della politica energetica dell&#8217;UE, pone l&#8217;accento sul supporto alle <strong>economie in via di sviluppo</strong>. In questo caso, l&#8217;obiettivo è di stabilire programmi che facilitino <strong>politiche sostenibili per la lotta al cambiamento climatico, anche nei Paesi in via di sviluppo</strong>.</p>
<p>Infine, l&#8217;ultimo richiamo del Consiglio dell&#8217;Unione Europea è stato rivolto alla Commissione. Per vedere realizzati tutti questi obiettivi sarà infatti necessaria un&#8217;azione diretta e concreta della Commissione, che dovrà esaminare l&#8217;aspetto più delicato dell&#8217;intero processo: la modalità di pianificazione finanziaria dei progetti e la relativa copertura nell&#8217;ambito del budget europeo del <strong><a href="http://www.europarl.europa.eu/parliament/expert/displayFtu.do?language=en&amp;id=73&amp;ftuId=FTU_1.5.2.html" target="_blank">Multiannual Financial Framework</a></strong>. Tutto ciò dovrà essere presentato dalla Commissione, in un report, non più tardi della fine del 2013.</p>
<p><em>Donatella Scatamacchia</em></p>
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