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Antibiotico-resistenza: nel 2050 sarà la prima causa di morte animale

dicembre 6, 2017 Comunicati Stampa, Eventi, Idee

Si è svolta sabato 2 dicembre, a Parma, la “Giornata interdisciplinare di studio sull’antibiotico-resistenza” organizzata dall’Ordine dei Medici Veterinari di Parma con il sostegno di MSD Animal Health. Undici relatori, moderati dal Dr. Alberto Brizzi, organizzatore e presidente dell’Ordine, hanno illustrato, da prospettive diverse, gli impatti attuali e i rischi futuri relativi alla cosiddetta AMR (Antimicrobial Resistance), nonché le misure previste a livello locale, nazionale e comunitario per fronteggiare l’emergenza.

La prima slide del convegno è stata mostrata dal Dr. Calzetti, infettivologo ed epatologo presso l’Ospedale Regionale di Parma, il quale ha evidenziato come nel 2050 l’AMR non solo sarà la prima causa di morte animale, ma una piaga ben 14 volte superiore al numero attuale. Eppure gli investimenti dell’industria farmaceutica nella ricerca – in funzione della redditività nel segmento degli antibiotici – restano tra i più bassi del mercato globale del “Farma”. E l’Italia, insieme a Turchia e Grecia, si contende la maglia nera nella lista delle AMRs di alcuni batteri pericolosi verso molecole considerate fino ad oggi molto efficaci, come ad esempio quelle appartenenti alla classe dei carbapenemi.

L’Italia, spiega Calzetti, secondo le stime dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE) è un eccellenza per molti aspetti della vita quotidiana in generale, ma pecca clamorosamente su tre punti: alta percentuale di fumatori; alto inquinamento dell’aria; alte prescrizioni di antibiotici, sia in ambito umano che animale. Per prevenire l’AMR sarebbe quindi necessario seguire alcuni step, il primo dei quali è, secondo l’infettivologo, la vaccinazione. Ad avvalorare questa affermazione sarebbe uno studio del 2016 in cui si mostra che l’uso esteso del vaccino coniugato contro lo pneumococco potrebbe ridurre del 47% l’uso dell’antibiotico conseguente a questa infezione.

I Prof. Bertini, Quintavalla e Ossiprandi, del Dipartimento Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Parma, hanno poi approfondito gli aspetti dell’AMR in medicina veterinaria, sia negli animali da reddito che negli animali d’affezione, con particolare enfasi riguardo al basso livello di consapevolezza raggiunto dai consumatori europei sui rischi per la salute umana connessi alla AMR negli animali da produzione alimentare, proprio mentre da veterinari e allevatori arriva la percezione di un calo di efficacia degli antibiotici in suini e pollame.

L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA), oltre ad emanare dettagliate liste di farmaci ad alto, medio e basso rischio di AMR, starebbero invece cercando di semplificare il lavoro degli operatori indicando alcuni passaggi di facile interpretazione, secondo il concetto dell 3R: REDUCE, ovvero ridurre l’uso di antimicrobici al minimo necessario; REPLACE: sostituirli con misure alternative (es. vaccinazioni, quarantena, probiotici); RETHINK: ripensare il sistema di allevamento e investire sulla prevenzione.

Anche gli ispettori ASL intervenuti al convegno – e incaricati dalla legge italiana di far rispettare le regole, a tutela degli animali e del consumatore – hanno invitato i veterinari ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di un problema già previsto da Fleming nel momento in cui inventò la penicillina: la resistenza agli antibiotici. Per questo il PNCAR (Piano Nazionale di Contrasto dell’AMR) prevede, nel triennio 2017-2020 una riduzione di almeno il 30% di consumo di antibiotici.

L’esito dell’attività di controllo sul consumo di antibiotici, su 121 allevamenti della regione Emilia Romagna (presentato dalla Dott.ssa Norma Arrigoni), dimostra, d’altra parte, come al raggiungimento del valore medio siano responsabili pochi allevamenti che usano tantissimo antibiotico e che basterebbe agire su quelli per abbassare radicalmente il valore. Da questa analisi nasce il progetto PSR (2016-2019) a cui partecipano, oltre all’IZSLER, l’Università di Bologna, 3 caseifici e 61 allevamenti bovini, il cui obiettivo è quello di costruire un percorso per la razionalizzazione/riduzione del 20% dell’uso degli antibiotici nella filiera bovina da latte, monitorando oltre al consumo di antibiotici altri 2 fattori indispensabili: il benessere animale e la biosicurezza.

 

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