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Biocarburanti: dalle aree marginali il 3% del fabbisogno energetico nazionale

Cave e miniere a cielo aperto esaurite, discariche e aree industriali dismesse: lo sfruttamento delle aree marginali per le coltivazioni bioenergetiche è una soluzione concreta allo studio in Europa e in Italia. Nel nostro paese, la coltivazione di colture bioenergetiche in queste zone potrebbe far fronte a più del 3% del fabbisogno energetico nazionale.

Una soluzione che consentirebbe di riqualificare e ridare funzionalità, e quindi opportunità di sviluppo, ad aree abbandonate e degradate, nonché di dare nuovo slancio alla industria italiana della produzione di bioenergia senza entrare in conflitto con le produzioni agroalimentari. Il dato è riportato nel nuovo numero di Materia Rinnovabile, bimestrale edito da Edizioni Ambiente, primo magazine interamente dedicato alla bioeconomia e all’economia circolare.

Per ridurre l’entità del consumo di suolo e gli impatti a esso collegati e non sottrarre terreno alle coltivazioni per usi alimentari, una possibilità per le colture bioenergetiche è quella di utilizzare i terreni marginali. Si tratta di aree che per le loro caratteristiche climatiche, pedologiche o colturali sono inadatte all’uso agricolo tradizionale (coltivazione, uso forestale e pascolo). Esempi ne sono le cave e le miniere a cielo aperto esaurite o dismesse, le discariche chiuse o abbandonate, le aree industriali dismesse, le aree degradate e inquinate. Esistono varietà vegetali in grado di crescere anche in terreni contaminati da metalli pesanti: sono piante che possono essere utilizzate come biomasse per la produzione di energia.

Un’altra interessante prospettiva deriva dall’utilizzo di piante a semina autunnale capaci di svilupparsi in condizioni di scarso apporto idrico. Questo diminuirebbe drasticamente la quantità di acqua utilizzata nel processo di “valorizzazione energetica” (oggi per produrre un litro di biodiesel servono complessivamente 4.000 litri di acqua)

In Italia la superficie totale disponibile per le colture bioenergetiche è pari a quasi 2 milioni di ettari: di questi circa 200.000 sono aree pubbliche incolte di cui spesso le amministrazioni pubbliche non sanno cosa fare e che in questa logica rappresentano una risorsa preziosa.  Nella produzione di biodiesel l’Italia è quarta in Europa, dopo Germania, Francia e Spagna con una capacità produttiva di oltre 2 milioni di litri all’anno (dato 2011). Ma il potenziale dell’industria è largamente inutilizzato tanto che, a fronte di una produzione interna stabile, la crescente domanda del mercato è soddisfatta con un aumento delle importazioni.

Lo sfruttamento delle aree marginali potrebbe dare un contributo significativo allo sfruttamento ottimale del potenziale produttivo italiano, al pari di un’azione decisiva per aumentare la raccolta delle biomasse residuali. Ovvero, per recuperare quegli scarti diffusi, disponibili nel settore agricolo (potature), forestale (residui forestali) e dell’agroindustria (gusci e sanse) che spesso rimangono inutilizzati o distrutti impropriamente.

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