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“Disastri impuniti”: 17 ecoprocessi si concludono con la prescrizione

Il reato è estinto per intervenuta prescrizione”. È un “verdetto” che si ripete e che accomuna ormai molti dei più importanti processi penali italiani su reati e disastri ambientali come quello riguardante il caso Eternit, la discarica di Pitelli (La Spezia) al centro di un traffico di rifiuti, il petrolchimico di Porto Marghera, la discarica del Vallone all’isola d’Elba. Ed ancora il processo Artemide sui rifiuti interrati nella piana di Sibari, in Calabria, o il processo Cassiopea. Quest’ultimo definito come una delle più grandi inchieste mai fatte in Italia nell’ambito della gestione illecita dei rifiuti.

Anni di indagini, inchieste e di battaglie in tribunale che sono terminate, dopo un periodo di tempo determinato, per intervenuta prescrizione con la conseguente estinzione del reato. Accanto alla questione della prescrizione, occorre ricordare che molti processi si concludono con l’assoluzione perché “il fatto non sussiste come reato”, come accade per delitti di inquinamento o di specifico disastro ambientale perché non inseriti nel codice penale. Tra gli altri processi a rischio prescrizione ci sono quelli relativi all’impianto di Colleferro, quello della Valle del Sacco, della raffineria Tamoil a Cremona accusata di inquinamento di acqua e suoli o quello contro la Lombardia Petroli a Villasanta alla quale si contesta l’inquinamento del fiume Lambro. Ci sono, poi, i processi archiviati come quello relativo al Petrolchimico di Brindisi, perché si è ritenuto che non vi fosse la prova del nesso causale tra l’esposizione a CVM e le varie malattie tumorali che hanno stroncato decine di persone che lavoravano nello stabilimento petrolchimico. Anche se uno spiraglio di luce è arrivato lo scorso luglio, quando la Procura di Brindisi ha aperto un altro fascicolo. Ma la strada è lunga e tutta in salita.

È quanto denuncia Legambiente nel dossier “Disastri impuniti. La mappa dell’Italia ferita e bloccata dagli ecocriminali e dalla giustizia negata”, dove fa un quadro su 17 ecoprocessi già prescritti o che rischiano la stessa sorte. Storie di inquinatori ed ecomafiosi, ma anche storie di giustizia negata, anche per l’impossibilità di promuovere capi di imputazione in campo ambientale. Disastri impuniti che riguardano tutta la Penisola, senza distinzione tra nord e sud. Il problema è che in Italia ci sono processi lunghi, prescrizione breve, e pene esigue in materia ambientale, dal momento che in questo campo i reati contestabili sono ancora oggi di mera natura contravvenzionale.

Per questo l’associazione ambientalista continua a ribadire l’urgenza di approvare in tempi rapidi il Ddl sui delitti ambientali, che dopo il via libera unanime della Camera a febbraio scorso, è ancora fermo nelle Commissioni Ambiente e Giustizia del Senato. Nei giorni scorsi Legambiente ha scritto ai senatori delle Commissioni in questione chiedendo l’approvazione del testo entro l’anno ed ha lanciato una mobilitazione on line “Chi inquina paghi”, chiedendo ai cittadini di inviare a loro volta un’email ai senatori dal sito di Legambiente.

“Dopo la sentenza Eternit e alla luce della mappa dei disastri impuniti tracciata da questo dossier dichiara Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente –  suona ancor più inaccettabile il rallentamento dell’iter parlamentare di questo provvedimento. Fino ad ora è stata consentita una sistematica devastazione del territorio, grazie a una legislazione penale ambientale sostanzialmente contravvenzionale, senza alcuna capacità deterrente e con la garanzia di immunità per i responsabili. Il problema di fondo è che nel nostro ordinamento manca una fattispecie di reato ad hoc. Per questo chiediamo con urgenza l’approvazione definitiva del Ddl sui reati ambientali, un provvedimento che permeterebbe di rafforzare l’azione penale in ambito ambientale, rendendo più efficace il contrasto alle illegalità e alle ecomafie, e adeguando l’attuale codice penale che non prevede ecoreati come l’inquinamento o il disastro ambientale. Si tratta di una riforma di civiltà che non si può più rimandare affinché non si ripetano più altri disastri e crimini ambientali, non vi siano più casi di “giustizia negata” e finalmente si punisca chi inquina e specula contro l’ambiente mettendo a rischio la salute dei cittadini e il lavoro delle imprese che rispettano la legge”.

Ogni anno in Italia vengono accertati oltre 30.000 reati contro l’ambiente, quasi 4 ogni ora: dalle discariche abusive alle cave illegali, dall’inquinamento dell’aria agli scarichi fuorilegge nei corsi d’acqua. Crimini chefruttano alla malavita organizzata circa 16,7 miliardi l’anno. Come già detto, si tratta quasi sempre di reati che vengono sanzionati in maniera assolutamente inefficace (dato che sono contravvenzionali e non delitti) e con tempi di prescrizione estremamente brevi, vanificando in questo modo il lungo e faticoso lavoro degli inquirenti. Di seguito una breve sintesi di alcuni processi prescritti, archiviati e a rischio prescrizione. La prescrizione “taglia” soprattutto i processi in campo ambientale, perché i più complessi e difficili da fare e dimostrare, come nel caso del disastro ambientale. A differenza di altri reati, qui tra perizie e contro perizie i termini processuali si allungano mostruosamente; tanto che diversi processi ci dicono che gli unici a essere condannati in via definitiva sono solo coloro che patteggiano (rito abbreviato), chi sceglie il rito ordinario è quasi certo di farla franca.

Tra gli altri ecoprocessi analizzati dal dossier di Legambiente ci sono: quello relativo a “Crotone Pertusola sud” (prescritto), quello sui “Mercanti dei rifiuti” (prescritto), quello relativo all’operazione Agricoltura biologica (prescritto). Sono a rischio prescrizione quello riguardante la Bonifica di Santa Giulia e il processo Poseidon. C’è poi da segnalare l’andamento a rilento del processo riguardante l’inchiesta sulla presunta gestione illegale dell’impianto a biomassa gestito dalla Riso Scotti Energia. Al momento in cui esce questo comunicato è in corso il dibattimento di primo grado, quindi è già a rischio prescrizione. Infine, Legambiente segnala l’archiviazione da parte del Gip in merito all’Operazione Mar Rosso in provincia di Siracusa, che portò all’arresto tra l’altro 17 dirigenti e operatori dell’impianto ex Enichem (ora Syndial) con l’accusa di aver sversato direttamente in mare attraverso la rete fognaria il mercurio delle lavorazioni industriali che avvenivano nel famigerato impianto Cloro-Soda.

 

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