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Il declino degli Appennini al centro dello studio inedito di ISPRA e Slow Food

«In Italia, tra il 2012 e il 2013, a causa della perdita della fertilità dei suoli dovuta alla cementificazione abbiamo perso la possibilità di produrre cibo per 100.000 persone. Un fenomeno che riguarda gli Appennini in particolare». E’ questa la denuncia di Michele Munafò dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) nella giornata finale dei secondi Stati Generali delle Comunità dell’Appennino, convocati da Slow Food Italia a Castel del Giudice, in Molise, dal 16 al 18 ottobre.
Si tratta di una delle conclusioni dello studio “I comuni e le comunità appenninici: evoluzione del territorio”, realizzato da Ispra insieme a Università del Molise, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Slow Food Italia, e dedicato appunto ai cambiamenti di questi contesti dagli anni 50/60 a oggi: «Il paradosso è che nella dorsale appenninica mentre il territorio si spopola, il cemento cresce», continua Munafò.

 

Qualche dato aiuta a chiarirsi le idee: nel corso degli ultimi quarant’anni, la popolazione dei comuni montani degli Appennini è diminuita dell’8%, aumentando la forbice con il resto d’Italia dove, invece, la popolazione è cresciuta del 10% nello stesso periodo. Nonostante ciò, il consumo di suolo, che in Italia è passato dal 2,7% nel 1960 al 7,0% nel 2014 (dati Ispra), ha coinvolto non solo le periferie delle aree metropolitane ma anche buona parte della dorsale appenninica, dove il cemento ha raggiunto le aree di fondovalle a discapito di terreni agricoli e pascoli e la percentuale complessiva di suolo ormai perso è quadruplicata in poco più di 50 anni, arrivando a sfiorare il 2% del territorio. «Ma per chi abbiamo costruito?» si interroga retoricamente Munafò.

Come fare allora? Il futuro degli Appennini deve passare dall’agricoltura perché lo sviluppo delle zone montane è consentito, a tutti i livelli, dallo sviluppo o dal mantenimento del settore primario. Se l’agricoltura funziona, il settore secondario si attiverà, determinando bisogni per il terziario. In questo modo si mantiene l’identità e si sviluppa cultura. Una strada possibile è l’alleanza tra operatori, costruire una rete tra le aziende e i poli sociali. Queste sono alcune delle proposte emerse dai lavori delle quattro commissioni, Agricoltura, Ambiente e Paesaggio, Turismo Sostenibile e Infrastrutture, Ricerca e innovazione e Reti sociali, culturali e relazioni territoriali. Tre giorni di lavori, coordinati dalla vice presidente di Slow Food Italia Sonia Chellini, che hanno visto impegnati oltre 150 agricoltori, allevatori, artigiani e rappresentanti di enti e consorzi per valutare lo stato attuale degli Appennini e i nuovi strumenti per una rinascita sociale, culturale ed economica della dorsale italica.

Un esempio concreto è proprio Castel del Giudice, evidenziato dal presidente della Regione Molise, Paolo Di Laura Frattura, ricordando il lavoro fatto dall’amministrazione locale, guidata dal sindaco Lino Gentile: «Quest’occasione ci aiuta a trasformare la difficoltà e la marginalità della montagna in un’opportunità, soprattutto per la nostra Regione. Ben volentieri accoglieremo i suggerimenti delle commissioni che, del resto, rispecchiano in buona parte quanto già fatto proprio qui a Castel del Giudice, esempio virtuoso in cui grazie alla sinergia tra il pubblico e privato, siamo riusciti a valorizzare territorio, cultura e identità».

«Utilizzeremo la nostra rete e i nostri strumenti per intervenire sui modelli di produzione e distribuzione del cibo, favorendo meccanismi che possano sostenere l’agricoltura montana», ha concluso Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. «Agevoleremo percorsi di sostegno e promozione per i produttori delle aree appenniniche come abbiamo fatto per i Presìdi Slow Food, un sistema che ha aiutato e potenziato tantissime produzioni a rischio di estinzione in Italia e nel mondo. Ci impegneremo a moltiplicare le attività di Slow Food nelle aree appenniniche e far passare il messaggio che queste non sono aree svantaggiate, ma danneggiate da politiche miopi, nonostante abbiano tutte le potenzialità per garantire un alto livello di benessere. E noi di Slow Food non vogliamo solo fare ma anche far fare, spingere le istituzioni affinché mettano in campo misure che realmente creino benessere, occupazione e vantaggi agli eroi che vivono la montagna. Un esempio potrebbe essere l’indicazione dell’origine per i prodotti di montagna da indicare nelle etichette: il consumatore ha tutto il diritto di conoscere da dove proviene il cibo che sceglie e il produttore il diritto di differenziarsi e di evidenziare il valore aggiunto del suo prodotto. Infine, la ricerca deve partire dalle esigenze di chi vive questi territori e non da chi sa quali interessi».

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