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Levissima e l’Università di Milano alla ricerca del permafrost

ottobre 1, 2010 Comunicati Stampa

Courtesy of levissima.itDopo due anni di studi e ricerche scientifiche focalizzate a quantificare gli impatti del cambiamento climatico sui ghiacciai dell’alta montagna lombarda, la partnership tra LevissimaGruppo Sanpellegrino – e i ricercatori dell’ateneo milanese si rinnova per studiare un settore ancora poco noto della criosfera, cioè l’insieme dei ghiacci presenti sul Pianeta: il PERMAFROST o ghiaccio nascosto nella roccia e nel suolo, altro fondamentale indicatore climatico, e i fenomeni ad esso associati.

“Siamo entusiasti e orgogliosi di proseguire la partnership ormai consolidata con i ricercatori dell’Università degli Studi di Milano per dar vita ad uno studio innovativo sempre sulle Alpi Italiane, nel Gruppo Piazzi-Dosdé in alta Valtellina da dove trae origine l’acqua Levissima. Questo progetto di ricerca scientifica rappresenta la naturale evoluzione e proseguimento di quanto intrapreso nel 2007: dallo studio del ghiaccio di superficie, visibile a occhio nudo, all’analisi e allo studio oggi del ghiaccio nascosto nella roccia e nel suolo” – afferma Daniela Murelli, Direttore CSR del Gruppo Sanpellegrino di cui Levissima fa parte. ”Il percorso di sostenibilità sociale e ambientale intrapreso da Levissima rappresenta un esempio tangibile della missione del nostro Gruppo che, attraverso i progetti intrapresi da tutti i marchi, concretizza l’impegno nei confronti dell’ambiente, della società e delle comunità in cui opera. E per Levissima continuare in questo percorso significa riconoscersi appieno nell’acqua che si prende cura dell’ambiente”.

Proprio sul Gruppo Piazzi-Dosdé sono presenti le fonti dell’acqua Levissima e l’immagine della vetta di Cima Piazzi presente sulle etichette di Levissima è l’icona e il simbolo per eccellenza di ghiacciaio e montagna.

“Il monitoraggio del permafrost montano ed in particolare alpino, rappresenta un utile ed efficace strumento di indagine per valutare intensità ed effetti del riscaldamento globale (Global Warming)afferma il Professor Claudio Smiraglia dell’Università degli Studi di Milano “Il permafrost è presente in grandi quantità alle elevate latitudini, in Alaska o Siberia per esempio, e sembra sottoposto ad accelerata fusione negli ultimi anni a seguito proprio del riscaldamento climatico in atto. Anche sulle Alpi la sua presenza è nota, però sono meno conosciute la sua distribuzione, le sue variazioni recenti di spessore ed estensione in relazione ai cambiamenti climatici nonché il suo contributo come riserva idrica. Quando fonde, infatti, anche il permafrost rilascia acqua ma non è ancora noto sulle Alpi quanto sia importante questo contributo per l’idrologia dei nostri bacini montani. L’analisi dei dati che verranno rilevati attraverso l’innovativa sperimentazione messa in atto in collaborazione con Levissima contribuirà notevolmente alla conoscenza del permafrost alpino italiano e fornirà alla comunità scientifica nazionale, ma anche internazionale, informazioni estremamente preziose e utili per approfondire la conoscenza delle montagne e delle loro preziose acque”.

Per questo nuovo step del progetto di ricerca è stato costruito un team di esperti e tecnici del settore ad hoc: le competenze dei ricercatori dell’Università degli Studi di Milano – Facoltà di Scienze della Terra – guidati dal Prof. Claudio Smiraglia e dalla Dott.ssa Guglielmina Diolaiuti sono state ampliate attraverso una fattiva collaborazione con il Prof. Mauro Guglielmin dell’Università dell’Insubria, il maggior esperto italiano di permafrost, coinvolto nella fase di analisi dei dati.

Il team di ricercatori dell’Università di Milano, affiancati da quattro guide alpine dell’associazione “Alta Valtellina”, all’inizio di agosto ha raggiunto la vetta più elevata del Gruppo Piazzi-Dosdè in alta Valtellina, Cima Piazzi (3.430 metri), per dare il via al progetto di ricerca. Il Gruppo Piazzi-Dosdè è situato in un’area di grande valenza naturalistica ed ambientale – “la Val Viola Bormina” – e oggi può essere considerato un vero e proprio “laboratorio a cielo aperto” per lo studio e le ricerche sulla criosfera.

Qui, sui versanti settentrionale e meridionale della vetta rocciosa di Cima Piazzi, sono avvenute le operazioni di posizionamento dei termometri per lo studio del permafrost: sono stati inseriti nella roccia a diversa profondità otto piccoli sensori termici – quattro localizzati sulla parete sud e quattro sulla parete nord. I termometri sono stati localizzati nella roccia dalla superficie sino ad una profondità di circa mezzo metro (più precisamente 0.5 cm, 30 cm, 10 cm, 50 cm) per misurarne con continuità la temperatura. Gli otto sensori sono collegati tramite appositi cavi ad una centralina – data logger – che memorizza periodicamente i dati raccolti. In questo modo, ogni ora vengono registrati i valori termici medi, minimi e massimi rilevati nello stesso istante da ciascun termometro. Per tutto il resto del 2010 e per il 2011, i sensori termici rileveranno e registreranno così i dati di temperatura alle diverse profondità nella roccia della vetta di Cima de Piazzi.

“In poco più di 15 giorni dall’inizio della sperimentazione è già emersa un’elevata correlazione tra i valori termici della roccia alle diverse profondità, la profondità e l’esposizione solare” – conclude il Professor Claudio Smiraglia. “I sensori posizionati sul versante nord hanno evidenziato che le variazioni termiche tra superficie (0.5 cm) e 50 cm di profondità sono di 2.5 °C; diversamente i sensori localizzati a sud hanno mostrato che la differenza di temperatura della roccia tra superficie e strati profondi supera spesso i 9°C. Questo evidenzia che le rocce esposte a meridione sono soggette a più intense variazioni di temperatura, con conseguenze importanti sulla loro degradazione fisica”.

I dati raccolti durante tutto il periodo di studio, oltre a identificare la presenza del permafrost nell’area di indagine potranno anche indicare se, come sta avvenendo per i ghiacciai, vi sia in corso una degradazione superficiale del permafrost che potrebbe portare ad una maggiore instabilità dell’alta montagna.

Come per gli esperimenti svolti in precedenza, anche in questo caso la sperimentazione è avvenuta aimpatto zero” sul territorio. L’installazione dei sensori è avvenuta senza l’ausilio di elicotteri o mezzi meccanici per il trasporto del materiale così sarà anche per le prossime spedizioni di verifica e controllo che verranno svolte regolarmente durante tutto il periodo di studio.

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