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A caccia di antichi mestieri nei mercatini di Natale: zoccolai e fabbricatori di presepe

Il fenomeno dei “mercatini di Natale” è ormai esploso, da alcuni anni, in tutta Italia, scendendo, insieme al vento freddo di dicembre, dall’Alto Adige fino alla Sicilia. Al di là della suggestione, sono indubbiamente eventi commerciali, nei quali si infila di tutto, come in qualsiasi sagra paesana. Ma hanno anche un grande pregio: molti mercatini sono una buona opportunità per conoscere artigiani altrimenti invisibili, che tramandano mestieri quasi dimenticati. Uno squarcio sul passato che non si limita ad accarezzare la nostalgia delle tradizioni, della semplicità e di rapporti umani più solidi – che ci assale nel periodo natalizio – ma suggerisce anche una strada per il futuro.

Chi pensa infatti che tutto ciò sia puro folclore, di fronte all’irreversibile globalizzazione e all’industria 4.0, forse non sta notando alcuni cambiamenti “sotto traccia” maturati negli ultimi anni di questa lunga crisi economica: il “ritorno alla terra” di molti giovani, l’inversione di spostamento: dalla città alla campagna, la riscoperta e valorizzazione delle tradizioni locali (anche in chiave turistica), il maggior credito riconquistato dai lavori manuali a scapito della laurea pur di laurearsi. Non si tratta ancora di fenomeni di massa, ma andrebbero osservati con attenzione e incentivati, in un’ottica di prudente diversificazione. La lezione che non possiamo essere tutti ingegneri o direttori di banca e che servono ancora falegnami e panettieri dovremmo ormai averla imparata. Quello che, invece, non è ancora chiaro è che tutti questi antichi mestieri possono essere “attualizzati” in forma contemporanea e inserirsi perfettamente nelle filiere della tanto invocata economia circolare.

A far maturare queste semplici riflessioni (di cui sono sempre più convinto), è stata la visita domenicale al mercatino organizzato dall’Associazione Commercianti a Carignano, alle porte di Torino. Non il più bello d’Italia, né il più grande, né il più noto, ma il mio, perché qui sono nato. E’ qui, in un paesino di 9.000 abitanti, come tanti ce ne sono in Italia (ma che può fregiarsi del titolo di “città”, per concessione dei Savoia), che alcuni vecchi amici e compagni di scuola, tra i 30 e i 40 anni, hanno deciso, nel 2016, di dar vita ad una Pro Loco particolarmente attiva. Stiamo invecchiando? Sentiamo il bisogno di riconnetterci alle radici locali? O di una qualche forma di partecipazione? Può darsi, ma non credo basti a spiegare lo slancio di queste persone. Per i “ragazzi” di Carignano, come di tanti altri piccoli comuni d’Italia con storie simili, c’è in gioco molto di più: più o meno consapevolmente si sta spingendo, “dal basso”, un nuovo modello culturale, turistico, sociale e ambientale per il Paese che si vorrebbe, non ancora compreso dai politici di mestiere, i quali vedono queste iniziative solo come una ghiotta occasione per farsi fotografare con un po’di gente davanti a una porchetta, un bollito o altra specialità di turno.

In Piazza Carlo Alberto incontro gli ultimi discendenti degli Zoccolai di Piobesi Torinese, una società di famiglie costituitasi nel 1876 per dedicarsi alla fabbricazione dei ceppi per gli zoccoli, molto richiesti, a quei tempi, nei dintorni di Torino, Moncalieri e Rivoli. I pezzi realizzati a Piobesi erano particolarmente apprezzati per la buona qualità e la perfetta lavorazione, che si è tramandata, attraverso pochi appassionati, fino ai giorni nostri, nonostante il crollo della richiesta a partire dal dopoguerra. “Questa attività artigianale – mi racconta Sergio Ambrogio, l’attuale “priore” dell’associazione – portava benessere economico a numerose famiglie del nostro paese. I contadini ci si dedicavano in inverno, mentre erano fermi sui lavori agricoli”. Il legno utilizzato era prevalentemente quello di salice, facilmente reperibile, leggero e sano per i piedi, perché privo di tannini e altri irritanti. A partire dal 2000 il Comune di Piobesi, con il Patrocinio della Provincia di Torino, ha istituito un “Corso per Zoccolai” per tramandare l’antica tradizione e oggi i partecipanti si riuniscono una volta a settimana, la sera, per stare un po’insieme e produrre qualche paio di zoccoli da portare nelle fiere locali, mentre tutti e 200 i “simpatizzanti” della Società si ritrovano il 24 gennaio, con la bandiera storica, per la messa del patrono San Francesco di Sales.

Davanti alla Chiesa dei “Battuti Neri” conosco invece Enrico Nicola, un signore con il baffo da sceriffo del West, che con pazienza certosina realizza presepi meccanici (in mostra fino al 6 gennaio) animati da personaggi e oggetti interamente realizzati con materiali di recupero. Le piante sono fatte con bastoncini di legno e licheni, i pozzi con l’anima in cartone dei rotoli per pellicole alimentari, i ponti con le bacchette del sushi. E poi ci sono i pezzi dei vecchi presepi da aggiustare: la gallina con le zampe di latta e il corpo in gesso, il pastore con la gamba mozzata da ricostruire ecc. “C’è un ottimo mercato per queste cose“, mi conferma Enrico, che unisce la passione per la moto alla partecipazione ai vari mercatini in giro per il Piemonte. Anche questo è un pezzo di quell’economia del riuso che passa per bancarelle, raduni di collezionisti e di tutti coloro che sanno ancora apprezzare il lavoro manuale nascosto in questi oggetti, alla faccia delle “cinesate” in plastica che invadono i supermercati.

L’ultimo incontro rivelatore è con i “Tourneurs de la Basse Vallée“, scesi in pianura, per l’occasione, da Pont Saint Martin. La missione di questi artigiani è “far vivere un pezzo di legno attraverso l’arte della tornitura“. Quando parte il tornio intorno al banchetto si raduna una piccola folla, attratta dalla capacità di produrre un bellissimo alberello di Natale a partire da un anonimo bastoncino, che molti non saprebbero far altro che buttare nella stufa. Anche i tourneurs sono una realtà di recente costituzione, che affonda le sue radici nel più antico artigianato valdostano. Tutto nasce, nel 2009, da una ventina di appassionati che – spiega il loro sito – “avevano intrapreso questa attività a livello hobbistico e che sentivano l’esigenza di confrontarsi e migliorare le proprie conoscenze e la propria tecnica”. A quel punto l’Amministrazione Comunale di Pont-Saint-Martin decide di supportare l’iniziativa nell’ambito della promozione della tradizione artigianale valdostana e i tourneurs, da semplice gruppo di amici, diventano un’Associazione legalmente riconosciuta, che partecipa regolarmente a manifestazioni fuori regione, in Piemonte, Lombardia e Liguria.

Le storie di queste persone, pur nella loro diversità anagrafica, si assomigliano. E raccontano di una parte di Paese che, pur frustrato da una politica lontana e inconcludente e schiacciato da una crisi economica asfissiante, non si rassegna a fare da spettatore di modelli sociali e produttivi che non sente propri, ma rilancia strade e percorsi solo apparentemente anacronistici, in realtà attualissimi, che uniscono la qualità della vita con la capacità di produrre “redditi alternativi“. Magari modesti ma sufficienti. Vi ricordate la storia di Tommaso e Alessia? Meditate gente, meditate…

Andrea Gandiglio


 

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