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A che punto è l’economia circolare? Pubblicazioni, eventi e iniziative per rafforzare un nuovo paradigma

maggio 16, 2018 Eventi, Idee, Nazionali, Politiche

Ci sono “Avanzi Popolo 2.0” - progetto dell’associazione barese Farina 080 Onlus – che si occupa di innovazione nel contrasto allo spreco di cibo; c’è “Re-Bello”, dell’azienda RB MORE Srl che, in provincia di Bolzano, produce e commercializza i propri capi con materiali sostenibili (naturali, come eucalipto, faggio, cotone biologico, ma anche sintetici, come PET o nylon riciclato); e poi ad Ancona, c’è Matrec, la banca dati nata per sostenere le imprese nella ricerca di materiali circolari, nel tracciare trend e scenari di mercato, nel costruire lo sviluppo di nuovi prodotti e misurare la circolarità. Sono solo alcuni esempi di prodotti di aziende virtuose raccolte nel primo Atlante Italiano dellEconomia Circolare.

Secondo la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation, Economia Circolare è un “termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera”. Più semplicemente: in un sistema del genere tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro.

Vediamo qualche esempio concreto. Matrec ha creato il primo Osservatorio Internazionale per linnovazione Sostenibile di materiali e prodotti, come servizio alle imprese. Un esempio del lavoro svolto riguarda la possibilità di aderire a un modello  di consumo che, dall’acquisto di un prodotto vada verso l’acquisto di un servizio. Basti pensare all’indagine realizzata per conoscere la preferenza degli italiani a non acquistare calzature ma a prenderle in affitto: ogni anno sono acquistate 200 milioni di scarpe nel mondo. Che fine fanno queste scarpe a fine vita? Gran parte è destinata alla discarica, con materiali nobili come pelle, cuoio, gomma, sughero trattati come rifiuti e non come prodotti da riutilizzare. Il 42% delle persone interpellate ha detto sì alle scarpe in affitto mentre il 71% è disposto a pagare un fee di 50 centesimi per avere la certezza di un riciclo delle proprie scarpe. Ecco un progetto che va nella direzione di introdurre nuovi modelli di mercato basati sui principi dell’economia circolare, e dove al centro non ci sono tanto la proprietà e il prodotto in quanto tale, ma la sua funzione e il suo utilizzo.

Ma a che punto siamo a livello normativo? Il 18 aprile scorso è stato approvato dal Parlamento Europeo, in via definitiva, il “pacchetto sull’economia circolare”, che aggiorna i testi di sei differenti direttive: Rifiuti, Discariche, Imballaggi, Veicoli a fine vita, Pile e Accumulatori a fine vita, RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche).

L’accordo, in sintesi, prevede il 65% di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani al 2035, con target intermedi del 55% al 2025 e 60% al 2030. Per gli imballaggi, invece, si prevedono target del 65% al 2025 e del 70% al 2030, con due sotto-obiettivi per gli imballaggi in plastica, che dovranno essere riciclati almeno per il 50% nel 2025 e per il 55% nel 2030. Per le discariche il target è fissato al 10% entro il 2035. Tutti questi target potranno essere rivisti nel 2024. Per la prima volta è stata introdotta la raccolta differenziata obbligatoria per l’umido e gli scarti organici (entro il 2023), i materiali tessili (dal 2025) e i rifiuti pericolosi domestici, come le vernici, i pesticidi, gli oli e i solventi (entro il 2022).

Ora i testi dovranno andare in Consiglio per un’approvazione formale e poi saranno pubblicati sulla Gazzetta ufficiale dell’UE. A quel punto i governi avranno due anni per recepirle.

Si stima che una transizione completa a un’economia circolare in Europa potrebbe generare risparmi per circa 2 mila miliardi di euro entro il 2030; un aumento del 7% del PIL dell’UE, con un aumento dell’11% del potere d’acquisto delle famiglie e 3 milioni di nuovi posti di lavoro.

L’economia circolare rappresenta una grande opportunità economica e occupazionale anche per l’Italia, dove da Nord a Sud, non mancano gli esempi virtuosi, ma il suo sviluppo è frenato da ostacoli burocratici e normativi. Secondo gli esperti, per facilitare lo sviluppo dell’economia circolare, occorrerebbe fissare criteri tecnici e ambientali specifici per stabilire quando, “a valle di determinate operazioni di recupero, un rifiuto cessi di essere tale e diventi una materia prima secondaria o un prodotto”, non più soggetto, dunque, alla normativa sui rifiuti. Occorrono quindi delle disposizioni normative che stabiliscano i criteri e i requisiti per dichiarare il cosiddetto “End of Waste”: ovvero, quando un rifiuto cessa di essere tale perché è stato sottoposto ad un’operazione di recupero e soddisfa criteri specifici.

Per diventare un modello realizzabile e dominante l’economia circolare dovrebbe ovviamente garantire ai diversi soggetti economici una redditività almeno pari a quella attuale: non basta che sia “buona”, deve diventare conveniente: “Nel modello lineare, in linea teorica”, spiega Eleonora Rizzuto, presidente Aisec – Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare, “per il produttore non è importante ciò che avviene dopo, durante l’uso del bene, e dopo la fine della vita del prodotto, cioè all’atto della sua dismissione. Alla fine della sua vita utile, di fatto, il prodotto è divenuto di valore scarso o nullo restando a carico della collettività e, in definitiva, del nostro ambiente. I principi della economia circolare vogliono scardinare proprio questo modello, andando a creare delle relazioni di circolarità tra ciò che si produce e ciò che si lascia nell’ambiente a carico della collettività”.

L’economia circolare, oltre a fornire un vantaggio per l’ambiente e per tutti i portatori di interesse, procura vantaggi diretti alle imprese che ne adottano lo spirito e i principi:  in termini di “competitività”, spiega ancora Rizzuto, in quanto i “modelli di business meno legati all’utilizzo di materie prime consentono di sviluppare una struttura di costi meno esposta al rischio di volatilità dei prezzi, sia per dinamiche di mercato, sia per interventi normativi”. Ma anche in termini di “innovazione”, perché il ripensamento dei “modelli di business in un’ottica circolare rappresenta una forte spinta all’innovazione nei processi produttivi”. E poi dal punto di vista ambientale, ovviamente, dato che “l’impegno concreto di un’impresa nel limitare l’impatto ambientale, rappresenta un importante contributo per la riduzione sia dei rifiuti sia dell’inquinamento atmosferico e, inoltre, contribuisce al riutilizzo di materie prime sempre più scarse”. Infine, in termini di “occupazione, in quanto la riduzione della quantità di materie prime utilizzate e la crescita di servizi a valore aggiunto dovrebbero comportare uno spostamento dei costi dalle materie prime al lavoro, cioè da settori più automatizzati, a settori prevalentemente legati al lavoro umano, con una conseguente crescita dell’impatto occupazionale”.

Il prossimo 29 maggio, Taranto ospiterà una tappa del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2018 dedicata al cosiddetto “Goal 12”, uno degli obiettivi definiti dal Development Programme delle Nazioni Unite che riguarda il consumo e la produzione responsabili. Il convegno è organizzato da Asvis, Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, a cui Aisec ha aderito fin dalla costituzione. È nel capoluogo pugliese, più che in qualsiasi altra città italiana, che oggi si scontrano interessi diversi da ricomporre: produttività, lavoro, salute, ambiente. Provare a discutere di modelli di produzione sostenibile e responsabile, e farlo nella città dell’Ilva, è una scelta simbolica che potrebbe avvicinarci al futuro che vorremmo.

Ilaria Donatio

 

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