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Conversione di una famiglia finlandese

ottobre 10, 2009 Eventi, Recensioni

Andrea Gandiglio intervista il regista John WebsterAndrea Gandiglio intervista il regista John Webster

Giovedì 8 ottobre ha preso il via, nel contesto di Uniamo le Energie, la dodicesima edizione del Festival Cinemambiente, interamente dedicato a film e documentari con tematiche ambientali.

La rassegna si è aperta, nella serata di inaugurazione a Torino Esposizioni, con Recipes for Disaster (Ricette per il disastro, 2008) del finlandese John Webster,  documentario autobiografico, preceduto dal cortometraggio Noi ci siamo già, del fiorentino Francesco Hazzini, che racconta un curioso caso di “invasione” di un territorio immacolato, sulle colline toscane, da parte di pale eoliche da 150 metri.

Ma torniamo al film di Webster. Un film divertente e ironico che descrive il tentativo di “conversione” di una normale famiglia medio borghese “peccatrice” (padre, madre, due bambini, auto, barca per raggiungere il cottage delle vacanze) - inconsapevole fruitrice di plastica e petrolio –  in un’altrettanto normale famiglia maggiormente conscia dei danni provocati da questo stile di vita. Un film non assolutista e riservato a ”spiriti purissimi”, ma molto umano, nella consapevolezza delle difficoltà che queste rinunce comportano. Il regista convince la moglie e i bambini a intraprendere una vera e propria “oil diet” per un anno, filmandone la quotidianità e le debolezze.

D) John, hai girato questo film in Finlandia, paese molto sensibile ai temi dell’ambiente e della sostenbilità, come quasi tutti quelli del Nord Europa. Pensi che questo film si sarebbe potuto fare in Italia?

R) Mi fa piacere che la percezione della Finlandia all’estero sia quella di un paese molto attento ai problemi dell’inquinamento. Ma con un certo rammarico devo dire che la nostra buona reputazione è, in buona parte, falsa. In Finlandia abbiamo il maggior numero di emissioni di Co2 procapite. In questo senso l’Italia mi risulta migliore.

D) Tu e la tua famiglia avete rinunciato per dodici mesi al petrolio e a tutti i suoi derivati. Quanto è stato difficile?

R) Molto, ma fattibile. La maggior parte dei prodotti di cui facciamo un uso quotidiano è imballato nella plastica. Ciò che ci ha aiutato è stato però il divertimento. Abbiamo cercato di superare le difficoltà con un buona dose di umorismo e pazienza, cercando – e in molti casi trovando – buone soluzioni alternative. La mia famiglia ha voluto fare “una dieta” – i cui frutti consistono ancora oggi nell’avere imparato un metodo e un approccio diversi al consumo. Non abbiamo fatto una scelta di vita radicale, come la famiglia di New York protagonista di No-Impact Man, che ha deciso di vivere a “impatto zero”.

D) Avete sempre dovuto calcolare l’impatto ambientale dei prodotti, fermandosi a ragionare, oppure, dopo un certo periodo, le scelte venivano in qualche modo naturali?

R) Bisogna cercare di non ossessionarsi, altrimenti si perde la dimensione della realtà e si cade nell’angoscia che si può ottenere sempre di più e fare meglio. Si rischia di diventare integralisti e dogmatici. [N.d.R. nel film succede esattamente questo. Dopo alcuni mesi il regista non si accontenta più dei risultati ottenuti e vorrebbe obbligare la famiglia a ulteriori rinunce, rischiando di compromettere il rapporto familiare]. Le “ricette” di cui parlo nel film sono le ragioni psicologiche del perché una persona sceglie di cambiare il proprio modo di vivere. Non possono essere un obbligo imposto dall’esterno.

D)  Trovi delle analogie del tuo film con Supersize me di Morgan Spurlock [N.d.R. il film documentario sugli effetti della dieta Mc Donald's]?

R) Ho iniziato a girare il mio film nel settembre 2005 quando Supersize me era appena uscito nelle sale. L’ho visto successivamente e mi sembra che l’intento che muove i due lungometraggi sia simile: fare qualcosa nel piccolo, nel quotidiano per muovere le coscienze a livello mondiale. Ho apprezzato anche il film di Al Gore An Inconvenient Truth, sicuramente molto interessante, ma ritengo che vi siano troppi dati e troppe informazioni tecniche che rischiano di sovraccaricare lo spettatore impedendogli un’immedesimazione nel quotidiano, nella routine che affrontiamo ogni giorno. Meglio mostrare un paradigma, un modello di vita che faccia capire agli altri che vivere diversamente è possibile e…bello!

D) Com’è stato accolto il film in Finlandia?

R) E’ stato un buon successo. Ho avuto molti feedback positivi e sto girando parecchi festival in tutto il mondo. Ritengo che se anche soltanto una piccola parte del pubblico che vedrà questo documentario si porrà delle domande e deciderà di fare scelte maggiormente consapevoli, sarà comunque un ottimo risultato.

L’esperimento della famiglia Webster si è concluso nel settembre 2006. Il bilancio di questo percorso non è  l’adozione incondizionata di uno stile di vita perfettamente eco-compatibile, ma un risultato comunque significativo: 52% in meno di emissioni di CO2 (9.655 kg risparmiati). La morale del film è sintetizzata nelle parole della moglie del regista, che nel raccontare questa “pazzia” ad un’amica sottolinea come non occorra la velleità di cambiare il mondo, ma sia sufficiente migliorarlo con piccoli gesti quotidiani. Il guadagno è in qualità della vita: rinunciando ad alcune cose il tempo assume una dimensione differente. Si rallenta il ritmo e si torna a guardare, con maggiore attenzione, a chi e cosa è davvero importante.

Andrea Gandiglio

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