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Demolire per fare spazio al verde? Non è più tabù. Intervista con Marco Ferrari

settembre 21, 2017 Eventi, Idee

Ha inaugurato stamattina, presso la Scuola di Dottorato dell’Università IUAV di Venezia a Palazzo Badoer, la prima edizione di Urbanpromo Green, evento culturale incentrato sulle innovazioni nel campo della sostenibilità applicata alla pianificazione della città e del territorio. In vista del seminario di oggi pomeriggio (dalle ore 14.00 alle 18,00 in Sala Manfredo Tafuri), abbiamo intervistato il Prof. Marco Ferrari, architetto e ricercatore dello IUAV in Composizione Architettonica e Urbana, sul tema – piuttosto inedito – del “demolire per fare spazio al verde“, che dà il titolo al convegno.

D) Prof. Ferrari, le demolizioni e le “sottrazioni” al costruito non hanno quasi mai avuto un valore autonomo nell’urbanistica del Novecento, perché? E cosa sta cambiando?

R) Non hanno quasi mai avuto un valore autonomo nell’urbanistica, così come nell’architettura, perché le discipline del progetto sono sempre state ontologicamente costruttive. Pensiamo, ad esempio, alle avanguardie storiche e a come hanno profondamente influenzato l’intero pensiero progettuale del Novecento. Erano di fatto tutte, o quasi tutte, al di là dei diversi nomi che si davano, profondamente “costruttiviste”. Ora qualcosa sta cambiando perché ci siamo accorti che il modello di sviluppo fin qui seguito ha delle evidenti criticità: criticità di tipo ambientale sicuramente, ma anche sociale, economico e, infine, estetico (o spaziale). Dal punto di vista più strettamente disciplinare bisogna anche rilevare l’importanza progressivamente assunta da alcune specifiche linee di ricerca che, nell’insieme, hanno offerto un terreno fertile per una diversa interpretazione del concetto di sottrazione. Penso ad esempio ai diversi filoni del Landscape Urbanism e, più in generale, all’importanza – sempre maggiore – che attribuiamo al progetto del vuoto e dello spazio aperto. Penso all’attenzione che, sempre più, rivolgiamo ai temi dell’architettura a “volume zero” o, ancora, all’interesse che suscitano riflessioni come quelle di Gilles Clément sul valore del “terzo paesaggio” in quanto spazio sottratto all’azione dell’uomo, in cui ciò che è residuale, ciò che è abbandonato, non è più fonte di vergogna, ma opportunità.

D) C’è un momento storico o un evento, in particolare, a cui si può far risalire l’idea di “ridare spazio al verde” o, come diceva poco fa, è il frutto di una sensibilità ambientale costruitasi progressivamente negli ultimi decenni?

R) Penso che sia, senza dubbio, il frutto di una sensibilità maturata nel tempo. E penso anche che sia il frutto di pensieri diversi e trasversali al tema del territorio e della città…

D) Quali sono le difficoltà che vede nell’affermarsi di questa pratica (burocratiche, di lobby ecc,)?

R) Le difficoltà sono, in qualche modo, le stesse che ci sono in ogni progetto. Ogni progetto ricompone differenze e resistenze. Questo vale per il progetto del costruito, così come per quello che riporta spazio verde alla città e al territorio. Come ripete spesso un mio collega, il professor Magnani, sembra che il parlare di paesaggio (o di verde, potremmo dire noi con una certa semplificazione) ci debba rendere tutti un po’ più buoni… Ma in realtà anche il verde – non di meno della città – è un luogo di conflitti: conflitti tra interessi diversi (economici soprattutto, ma non solo); conflitti istituzionali, tra chi decide, chi governa, chi tutela e chi opera; conflitti tra discipline e saperi, perché il “verde” dell’architetto e diverso dal “verde” del botanico che, a sua volta, è diverso da quello dell’ambientalista, che è ancora diverso da quello dell’urbanista o del paesaggista!

D) Quali sono invece le difficoltà tecniche di restituire al verde un suolo cementificato?

R) Su questo aspetto non sono la persona più qualificata a rispondere; non sono affatto uno “specialista”, un tecnico dalla demolizione. Mi sembra comunque che le difficoltà più importanti siano legate ai fattori di inquinamento che le diverse aree possono avere e che evidentemente possono cambiare di molto le procedure di intervento e, di conseguenza, i costi. Il caso di Porto Marghera, in questo senso, penso insegni moltissimo…

D) Nel seminario di oggi a Urbanpromo Green verranno presentati alcuni casi studio italiani, ci può anticipare qualche aspetto di quelli che ritiene più significativi e che conosce meglio?

R) Si tratta di casi molto diversi, che abbiamo scelto per proporre un campo variegato di esempi: variegato per situazioni geografiche (città diverse, ambiti territoriali diversi), variegato per scale e ruoli urbani, variegato per procedure di attuazione. Così si va da Pescara e Prato, a Ravenna, Faenza e Trento; da aree ed edifici dismessi che tornano alla “natura” (a Pescara, a Prato, a Trento), ad aree perfettamente attive che si vuole migliorare (mi pare sia il caso di Ravenna). Ma si affronteranno anche aree, come quella di Faenza, che si volevano costruire e invece sono rimaste verdi per l’azione congiunta di soggetti diversi. Qui la demolizione possiamo dire che è più concettuale che fisica. Mi sembrano tutti casi interessanti.

D) Quanto è indietro, su questo fronte, l’Italia rispetto ad altri paesi europei o nordamericani? Può citare qualche caso straniero a suo avviso particolarmente significativo?

R) Certamente l’Italia è un po’ più indietro rispetto ad altri paesi. Quanto, esattamente, non saprei dire. Il nostro seminario è fatto anche per capire questo. Tra i casi stranieri si cita sempre l’esempio della Ruhr e dell’Emscher Park, che ha visto, già dagli anni Ottanta, l’attuazione di un percorso di restituzione alla campagna e alla natura di vaste aree un tempo artificializzate. Gli esempi che si potrebbero fare sono però molti. Per quanto mi riguarda un esempio di particolare interesse è il processo di metamorfosi immaginato da Michel Desvigne per la grande area produttiva collocata sulla riva destra della Garonna, esattamente di fronte al centro storico di Bordeaux. Il progetto prevede che i lotti su cui insistevano alcune attività industriali in via di dismissione, siano acquisiti dall’amministrazione pubblica e piantumati seguendo l’orientamento da essi stessi determinato. A differenza della Ruhr, qui si riciclano non tanto manufatti ed elementi materiali, ma una vera e propria struttura formale: tracciati, ritmi, calibri degli spazi che, rafforzati e resi evidenti dalla successione di diversi tipi di filari alberati e prati fioriti, prefigurano uno scenario “intermedio” all’interno del quale, solo successivamente, si realizzeranno – forse – i nuovi quartieri. Un altro caso assolutamente interessante è quello delle città della Rust Belt statunitense: Detroit soprattutto, ma anche Buffalo, Youngstown, Flint, Cleveland o Pittsburgh. Si tratta di città in cui la crisi (prima quella industriale e poi quella immobiliare) è stata devastante e in cui la demolizione, prima casuale e pulviscolare – dettata solo dalla necessità di arginare fenomeni di degrado sociale sempre più esteso – poi progressivamente più programmata, è stata il primo motore delle trasformazioni che stanno, faticosamente, prendendo corpo. Trasformazioni che talvolta inseguono il modello dell’arcipelago urbano fatto di isole di costruito compatto immerse in un sistema di grandi spazi aperti; in altri casi provano a dare forma a un paesaggio ibrido, tutto da inventare, fatto di bassa densità e agricoltura urbana.

D) Nel 2013 ho curato personalmente un allestimento alle OGR di Torino dal titolo “DFAFS – Dal Futurismo al futuro sostenibile” – in cui si ripercorreva la parabola dal periodo futurista di celebrazione della macchina, dei grattacieli e delle metropoli “invasive” a quello che potrebbe essere il nuovo paradigma di un futuro sostenibile, a misura d’uomo. In questa nuova prospettiva il verde urbano ha un ruolo fondamentale per la vivibilità dello spazio urbano. E’ d’accordo su questa visione di una “smart city” che non sia solo tecnologia? Qual’è la sua visione della città del futuro?

R) Sul fatto che la città del futuro debba essere una città sostenibile è difficile non essere d’accordo. Questo se per città sostenibile si intende una città che sia attenta al grande tema delle risorse. Allo stesso modo sono d’accordo sul fatto che la smart city non debba essere solo una città tecnologica. Su che forma e che carattere debba assumere questa città sostenibile e smart ho però sinceramente molti dubbi. Dobbiamo ancora capire e studiare. Sono però sicuro che non esista una forma unica e un carattere unico. Anzi credo che le città saranno tanto più sostenibili quanto più saranno diverse tra loro, perché solo la diversità permetterà loro di interpretare correttamente il rapporto con il luogo (in tutte le sue accezioni) nel quale si insediano; e quindi solo la diversità permetterà loro di interpretare correttamente anche il tema delle risorse (che a New York o a Tokyo saranno necessariamente diverse da quelle di Venezia e del Veneto). Che in tutto questo il verde abbia un ruolo importante è più che probabile. Come al solito però dobbiamo porci un problema non solo di quantità, ma anche di qualità. E questa deriva solo dal progetto.

Andrea Gandiglio

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