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Image 2012: la PAC di domani

Tre tavole rotonde hanno aperto ieri, a Torino, il dibattito della prima giornata del Worshop Nazionale IMAGE – Incontri sul Management della Green Economy – giunto alla seconda edizione (24-25 maggio). Obiettivo richiesto ai relatori, quello di riuscire a comporre “ricette” condivise per conciliare produzione agricola e sostenibilità ambientale, lungo l’intera catena del sistema alimentare. L’occasione è importante: la PAC, la Politica Agricola Comune dell’Unione Europea, nel suo cinquantesimo anno di vita, sarà sottoposta a un difficile iter di riforma che la vedrà, dal 2014, profondamente trasformata. E proprio sulle nuove regole, che dovranno, da un lato, incrementare la produttività in agricoltura e, dall’altro, fare in modo di inquinare di meno, si concentrano gli sforzi della Commissione Europea, ma anche le tensioni tra l’organismo di governo e gli Stati membri. La proposta di riforma di Bruxelles, infatti, non è piaciuta, nella sua forma attuale, a nessuna delle associazioni di categoria che in Italia rappresentano il comparto, tanto che il negoziato si preannuncia tutto in salita.

Ezio Veggia, vicepresidente nazionale di Confagricoltura, è chiarissimo nell’individuare i punti critici della proposta di riforma disegnata dalla Commissione: riduzione della spesa agricola pari al 9 per cento, pagamenti diretti vincolati fino al 30 per cento in cambio degli impegni al cosiddetto greening – l’inverdimento delle aziende agricole attraverso aree ecologiche – “tutto questo inciderà pesantemente”, sostiene Veggia, “sulla competitività delle imprese agricole”.

CIA, la Confederazione Italiana Agricoltori, attraverso il suo vicepresidente nazionale Secondo Scanavino snocciola, invece, una dopo l’altra le necessarie correzioni da apportare alle nuove regole: “Per garantire gli agricoltori, in futuro, occorre che la PAC del 2014 metta al proprio centro il sostegno alle imprese, senza tagli alle risorse e destinando un sostegno alle aziende sul mercato”.

E se il presidente di Coldiretti di Torino, Roberto Moncalvo, parla di “problema politico che non permette a chi ci rappresenta di comprendere fino in fondo l’importanza dell’agricoltura per il Paese”, al biogas e al ruolo delle agroenergie, è dedicata la seconda parte del dibattito, con il direttore di Sebigas, Roberto Manzoni, insieme al direttore del Consorzio Italiano Biogas e a Michele Ziosi, direttore NGV System Italiana. Il biogas, una filiera quasi tutta italiana, ha infatti ancora molte potenzialità inespresse che invece risulterebbero utili, soprattutto nelle aree più povere del Paese, dove si potrebbe produrre energia con gli scarti agricoli: il biogas diventerebbe, in questo modo, una risorsa per il mondo agricolo e una fonte realmente rinnovabile per l’intera collettività. E anche il biometano (biogas raffinato utilizzato per i trasporti) potrebbe contare su un giro d’affari pari a 1,4 miliardi annui e con circa 8mila addetti.

A proposito di fonti rinnovabili e del loro impatto sul territorio, Ippolito Ostellino, direttore delle Aree Protette del Po e della Collina Torinese e Riccardo Bedrone, presidente dell’Ordine degli Architetti di Torino si sono invece confrontati sulla necessità, da parte dei cittadini che vivono in un luogo in trasformazione, che deve convivere con inevitabili processi produttivi, di assumere “un approccio contemporaneo, maturo rispetto al rapporto tra sistema territoriale e installazione di nuovi impianti”. L’opposizione “emotiva”, concordano i due relatori, “non è quasi mai dettata da una conoscenza reale e da una valutazione razionale”. Diversamente da quanto avviene in paesi come la Danimarca, dove lo skyline di pale eoliche non sembra turbare nessuno.

Ma è su agricoltura e sistema alimentare che il dibattito si accende, quando  investe il nodo di alimentazione e sostenibilità dei processi produttivi e distributivi. Enrico Nada di Novacoop – costola di Coop, la più grande società di consumatori della GDO italiana – sottolinea l’importanza  “di fornire alternative green reali, dando le giuste informazioni al cittadino-consumatore”. Anche se – cita dal libro “Supercapitalismo” – rimane vero che “come consumatori tendiamo a voler fare grandi affari, di cui, come cittadini, disapproviamo le conseguenze sociali”. Un paradosso irrisolto che spinge chi produce a dover sempre inseguire il minor costo di produzione possibile, cercando però di non ridurre la qualità.

Lo conferma il caso di Di Vita, piccola azienda agro-alimentare piemontese (20 milioni di euro di fatturato) che, per offrire ai clienti prodotti lavorati a partire dalla verdura fresca (e non dai semilavorati), ha dovuto investire per abbattere i consumi e gli sprechi (soprattutto in ambito energetico), restando pur sempre stretta tra due diversi vincoli: “Da un lato, quelli legati all’offerta agricola, non sempre sufficiente a livello locale, e dall’altro i condizionamenti dettati dalle richieste di marketing delle aziende clienti, che possono comprendere anche il ricorso a imballaggi inutili e inquinanti”, spiega Tommaso Pochettino, amministratore delegato.

Come ci alimenteremo in futuro, dunque? Massimo Iannetta, responsabile dell’unità che all’Enea si occupa di sviluppo sostenibile e innovazione del sistema agroindustriale, parla di soluzioni che la ricerca offre in cui “innovazione e sostenibilità siano coniugate felicemente”. E in quest’orizzonte di cambiamento del paradigma di sviluppo, Nada di Coop conclude immaginando la spesa del futuro: “Fatta da casa propria, comodamente davanti a un pc, oppure in un supermercato privo di casse, in cui il cittadino sia totalmente autonomo”. E con imballaggi intelligenti. E forse anche commestibili.

Oggi, la seconda parte del Workshop IMAGE, dalle 14,30, tirerà le somme e proverà a individuare le prospettive di domani insieme ai rappresentanti dei giovani agricoltori e di alcuni casi di eccellenza nazionale.

Ilaria Donatio

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