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Paesaggio agrario, ricchezza turistica del futuro

febbraio 17, 2012 Eventi

Per le prossime vacanze, il 55% degli italiani cerca natura e bei paesaggi. Ingredienti sempre più importanti, senza i quali, dice il 57%, la vacanza avrebbe un valore medio-basso. Addirittura nullo per il 20% degli intervistati. A dirlo è un sondaggio Swg presentato ieri all’iniziativa Il Volto dell’Italia. Paesaggi Agrari: bellezza, sostenibilità, economia, organizzata da Coldiretti e Italia Nostra. Segno che l’ambiente è sempre più una componente imprescindibile nella vita degli italiani. Se infatti il successo di prodotti biologici, a chilometro zero, e dei farmer’s markets ci parlano di abitudini più verdi nella vita di tutti i giorni, la riscoperta della natura diventa importante anche per esperienze meno frequenti, come la scelta di una vacanza. Sempre secondo il sondaggio Swg, le regioni d’Italia più di frequente associate alle bellezze naturali sono Trentino Alto Adige, Sardegna, Valle d’Aosta, Umbria. Quelle cioè con una densità abitativa più bassa, che in termini concreti si traduce in meno cemento e più agricoltura. «C’è una correlazione netta tra quanto si costruisce e le attrattive naturali», chiarisce il presidente di Swg Roberto Weber.

Un’equazione che mette in luce il ruolo fondamentale degli agricoltori per la tutela del paesaggio. «Non c’è paesaggio in Italia senza agricoltura», sottolinea Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra. I primi dati provvisori del 6° Censimento dell’Agricoltura condotto dall’Istat nel 2010 non sono tutti positivi: in dieci anni, in Italia sono scomparsi 1,5 milioni di ettari di superficie agraria totale (- 8%), mentre è diminuita del 2,3%, 300.000 ettari, la Superficie Agricola Utilizzata, cioè quella produttiva (coltivazioni, arboreti, prati, pascoli). La situazione è variegata: il 46% della Sau si concentra in Sicilia, con una crescita, dal 2000 al 2010, pari all’8,2%. Anche la Sardegna presenta un dato positivo, con un aumento del 13% di superficie coltivata, ma nella maggioranza delle regioni del Nord e Centro Italia i dati sono tutti negativi: - 5% Nord-ovest, – 6,1% Nord-est, per arrivare a un – 9,5% nel Centro. Parallelamente, sempre nell’ultimo decennio, è anche diminuita dell’8,8% la produzione di beni e servizi dell’agricoltura, e hanno chiuso 800.000 aziende (- 32,2%).

«Da questi dati – spiega Andrea Mancini, Direttore Centrale dei Censimenti Generali Istat – emergono le notevoli trasformazioni strutturali che hanno interessato il settore agricolo italiano». Cambiamenti che si riflettono immediatamente sul paesaggio: una parte della terra, in questo decennio, è stata cementificata e utilizzata per scopi non agricoli, mentre un’altra parte è confluita in aziende che si sono ingrandite. Non è un caso, infatti, che negli ultimi dieci anni sia aumentata la dimensione media, passata da 5,5 a 7,9 ettari. Sono cambiati i proprietari (il 49% non sono più privati, ma società e cooperative e nel 37,6% dei casi gestiscono terreni in affitto) e la struttura della forza lavoro: più numerosi i lavoratori esterni alla famiglia, i giovani, i titolari più istruiti. Mentre emerge che le colture da destinare a biomasse per la produzione di energia occupano una superficie di 13.520 ettari, gestita da 912 grandi aziende, altri dati testimoniano la sopravvivenza di pratiche agricole tradizionali, positive per la tutela del paesaggio. Vedi l’allevamento del bestiame al pascolo, praticato da più della metà delle aziende zootecniche (94.000 su 163.000). E anche la presenza dell’agricoltore sul territorio che coltiva (vi risiede quasi sempre, in oltre l’80% dei casi) è un segnale importante dell’attività di presidio del paesaggio.

Una ricchezza fondamentale per l’Italia, di cui sempre più spesso però, secondo il presidente di Coldiretti Sergio Marini, i governanti si dimenticano, presi come sono da spread, debito pubblico, rischio Grecia. «Il paesaggio agrario e l’agricoltura hanno in comune il fatto che soddisfano una buona parte delle esigenze dei cittadini, ma sono considerati irrilevanti e marginali per il destino del nostro Paese. In realtà, ad essere sbagliato, è il paradigma che si applica». E’ dai nostri vigneti e oliveti che, spiega Marini, deve partire un nuovo ciclo di sviluppo: «Nel paesaggio c’è un pezzo di futuro, quel valore aggiunto che rende i nostri prodotti competitivi».

Veronica Ulivieri

 

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