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Peccei Lecture 2016: l’ex ministro Giovannini ricorda il fondatore del Club di Roma

Per i problemi e le situazioni locali e nazionali esistono sindaci, ministri, deputati, senatori – anche generali - e tutta una schiera di altre autorità, e ogni sorta di istituzioni e di organismi che si suppone se ne prendano cura. Invece nessuno è, o sembra sentirsi, realmente responsabile per lo stato del mondo, e quindi nessuno è disposto a fare per esso qualcosa più degli altri, anzi ognuno cerca di battere gli altri nel trarne il massimo vantaggio”.

Questo scriveva Aurelio Peccei - torinese, manager Fiat, imprenditore più conosciuto all’estero che in patria – nella propria autobiografia: uno spirito anticipatore, attento decenni prima di altri (è scomparso nel 1984) al cambiamento climatico, al saccheggio della natura, alla crisi alimentare, alle conseguenze dell’inurbamento e consapevole della complessità di un mondo interconnesso. Peccei fondò, alla fine degli anni 60, il Club of Rome, associazione non governativa che riunisce scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato, con lo scopo di “agire come catalizzatore dei cambiamenti globali”.

E per queste ragioni è stato ricordato, anche quest’anno, a Roma (il 5 maggio scorso), con una “Lecture” affidata dal WWF a Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat e Ministro del Lavoro, professore ordinario di statistica economica presso l’Università di Roma “Tor Vergata” e oggi anche portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), nata su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università Tor Vergata, per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile (approvata nel settembre del 2015 dai paesi delle Nazioni Unite) e per mobilitarla nel conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, da realizzare entro il 2030.

Se non sai dove stai andando, finirai con l’andare da qualche altra parte”: l’incipit della lunga, appassionata e applauditissima relazione di Giovannini, è una citazione di Yogi Berra – giocatore e allenatore di baseball e aforista statunitense – utilizzata per indicare il “futuro che non vogliamo”. Partendo dai primi anni del Duemila: “Come vivevamo nel 2002? Come era il mondo quattordici anni fa?”, chiede l’economista, facendo riferimento, per la risposta, al ritorno al futuro del Rapporto dell’UNHCR sui Global Trend al 2030: un mondo di complessità crescente, incertezza e cambiamenti rapidi”, che segue processi non lineari e i cui fenomeni “credevamo di poter gestire”, ma che invece, per dimensioni e portata, rischiano oggi di travolgerci se non riusciremo a invertire la rotta.

A partire, dal cambiamento climatico che porterà ad un “flusso straordinario di migrazioni”, a cui si sommeranno quelle per “motivi economici e politici”: 166 milioni di persone si sono spostate nel periodo 2008-2013 e ben il 90% degli spostamenti è legato a fattori climatici. Nei prossimi decenni, secondo il citato Rapporto dell’UNHCR, “fino a 250 milioni di persone potrebbero essere spinte a muoversi a causa dei cambiamenti climatici”.

Secondo Ban Ki-moon, “Siamo ad un bivio storico e la direzione che prenderemo, determinerà il successo o il fallimento. Con un’economia globalizzata e tecnologie sofisticate possiamo decidere di chiudere l’epoca della povertà estrema e della fame. O possiamo continuare a degradare il nostro pianeta e accettare intollerabili diseguaglianze che generano l’amarezza e la disperazione. La nostra ambizione è di raggiungere lo sviluppo sostenibile per tutti”. Giovannini cita le parole del Segretario Generale dell’ONU per richiamare la necessità di un “pensiero integrato”: “Dobbiamo superare l’idea che ambiente, economia, società e istituzioni siano da tenere separati”.

È il “modello business as usual” ad essere responsabile di una visione separata delle cose. Eppure, nella realtà, tutto è interconnesso: “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme”, spiega l’economista, “e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”. “L’ecologia – che studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano – esige anche di fermarsi a pensare e discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società”, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo, sottolinea Giovannini. “Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”.

Bisogna abbandonare una volta per tutte, spiega Giovannini, la vecchia “politica dei due tempi”: il paradigma che faceva sentire tutti autorizzati ad agire senza assumersi la responsabilità delle conseguenze. Come diceva, in una nota battuta, Groucho Marx: “Perché mai dovrei preoccuparmi delle generazioni future: loro cosa hanno fatto per me?”. Il problema, argomenta Giovannini, è che le conseguenze arriveranno molto prima del previsto.

Già nel Rapporto UNDP del 2014, l’approccio ruotava intorno a due poli, uno positivo e uno negativo: vulnerabilità e resilienza (la capacità di reagire agli shock). Non abbiamo alternative, dunque. L’unica chance è “cambiare quello che è possibile, con il contributo di tutti”, a partire da ora!

Esiste del rest0, a supporto di questa difficile missione, un capitale sociale – “difficilmente contabilizzabile”, nota Giovannini – che tuttavia “genera servizi gratuitamente, aumenta la fiducia diffusa e incide sul Pil”. Perché in fondo siamo tutti ancora “Paesi in via di sviluppo… sostenibile”.

Sono quattro le aree di lavoro principali che individua, in conclusione, Giovannini e che coincidono con le quattro direttrici dell’attività dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile: sensibilizzare gli operatori pubblici e privati, la pubblica opinione e i singoli cittadini; valutare le implicazioni e le opportunità per l’Italia che derivano dall’adozione dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile; educare allo sviluppo sostenibile, con particolare attenzione alle giovani generazioni, alle donne e ai decision makers; predisporre adeguati strumenti di monitoraggio per il conseguimento degli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) in Italia.

A queste aree di lavoro, corrispondono quattro proposte da realizzare subito, rivolte ad altrettanti decisori e influencer. Al governo: una strategia di sviluppo sostenibile in linea con gli SDGs; al Parlamento: un’indagine conoscitiva sulla preparazione agli SDGs e l’approvazione della legge sull’obbligo di valutazione ex-ante delle politiche alla luce degli SDGs; ai media: una campagna di informazione che duri nel tempo e metta pressione sui decisori; alle imprese: un impegno concreto in linea con quello indicato dalle loro associazioni internazionali.

Al tempo in cui furono scritte le nostre Costituzioni, ancora non esisteva un modello di sviluppo sostenibile di riferimento”, non c’era il benché minimo accenno al concetto di “equità intergenerazionale”. “A salvarci è il Trattato Europeo” - che supera, per forza, le carte costituzionali dei singoli paesi – e il cui articolo 3 rende esplicito lo scopo dell’Unione: assicurare pace e benessere tra i popoli dell’Unione, attraverso il modello di sviluppo sostenibile, esplicitamente citato:  “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente”.

Ilaria Donatio*

*Collaboratrice Greenews.info e fondatrice GnamGlam.it

 

 

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