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Per un’estetica del greggio. Riflessioni a margine di Ecomondo

novembre 8, 2010 Eventi, Idee, Recensioni

Una targhetta in carta riciclata, Courtesy of Blog.Edenexit.comChiarisco subito che la mia non è un’apologia dell’estrazione petrolifera, e nemmeno un trattato sul noto conduttore di Striscia la Notizia, in stile Fenomenologia di Mike Bongiorno. “Greggio” (o, più comunemente, grezzo) come riporta il dizionario Gabrielli della lingua italiana, è aggettivo che indica ciò che è “allo stato naturale; non lavorato“.

In chiusura di Ecomondo, la grande kermesse del “recupero di materia ed energia” terminata sabato a Rimini, ho voluto quindi semplicemente individuare, anche quest’anno (in maniera molto personale e opinabile), un elemento di riflessione solo apparentemente marginale - così come l’anno scorso mi ero soffermato sulla circolazione, in fiera, di una quantità eccessiva di plastica (problema ancora non del tutto risolto, anche se notevolmente migliorato).

Sarebbe infatti impossibile raccontare, in modo esaustivo, quanto di positivo emerge da una fiera come Ecomondo, confermando la stessa impressione del 2009: l’affermazione della green economy è ormai unicamente questione di volontà, perchè tutte le tecnologie necessarie già esistono – e in abbondanza! Tanto vale allora cercare il pelo nell’uovo…   

Vagando ammirato per le corsie della fiera mi fermo nello stand di un’azienda che ricicla la plastica delle bottiglie in PET per produrre, tra le altre cose, cestini per la raccolta differenziata dei rifiuti domestici. Il titolare mi spiega il procedimento, facendomi toccare con mano i granuli in cui si trasformano le bottiglie triturate, che assomigliano al sale grosso da cucina. Alla mia domanda, se il mobile che contiene i cestini, per un utilizzo casalingo, sia interamente in plastica riciclata, la delusione: “No, non potremmo, perché verrebbe di un bruttissimo colore maculato, che a molti non piacerebbe“.

Tornando verso il nostro stand mi confronto con uno stampatore. “Certo, è lo stesso problema della carta non sbiancata, non piace a tutti gli editori”.

A casa ne parlo con mia moglie e lei, soddisfatta, mi fa vedere i tovagliolini di carta da picnic che ha trovato alla Lidl – un hard discount dove francamente, per quanto tedesco, non ti aspetti di trovare il meglio della sostenibilità ambientale. “Guarda, sono di pura ovatta di cellulosa non sbiancata“. Il colore è infatti un beige da vecchio cappotto della nonna. Ma chissenefrega, mi devo solo pulire la bocca!

Con un volo pindarico il mio pensiero passa dall’economicissima Lidl alla raffinatissima tessitura che ho visitato poche settimane prima. Mi viene in mente l’intervista con Giorgio Pertile, in cui parliamo di tessuti organici in cotone greggio. Pertile mi dichiara la sua passione per l’elegante e salubre semplicità dei colori naturali, ma ammette che il mercato richiede spesso tessuti colorati e loro si devono dunque adeguare.

La questione inizia a girarmi in testa finché esco e vado ad Artissima, dove la mia riflessione prende definitvamente forma. Nel tempio del colore  e dell’artefatto di una mostra d’arte mi rendo conto, paraddosalmente, del fascino che esercitano su di me i prodotti greggi, naturali, meno lavorati possibile. La mia potrebbe anche essere una deformazione professionale, ma sono sicuro che incontra il gusto di molti  e decido quindi di trasformarla in un appello ai produttori della green economy, affinché non si sentano troppo vincolati alle ricerche di mercato e osino di più.

Signori, siete veramente convinti che il consumatore, per apprezzare il gusto del ghiacciolo alla menta, lo debba per forza vedere verde? Che la carta per essere “bella” debba sempre essere bianca e il cestino della raccolta differenziata, per appagare il nostro senso estetico, possa solamente essere monocolore e senza imperfezioni?

Andrea Gandiglio  

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