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Responsabilità estesa del produttore: un dibattito aperto (e piuttosto confuso)

 

L’OCSE ha definito la responsabilità estesa del produttore (o EPR Extended Producer Responsibility) come una strategia di protezione ambientale dove la responsabilità del produttore è estesa anche alla fase post-consumer, ovvero all’intero ciclo di vita del prodotto (OECD, Development of Guidance on Extended Producer Responsibility), rendendo così il produttore responsabile dell’intero ciclo di vita, in particolare per il ritiro, il riciclo e lo smaltimento finale.

In base ai risultati di un’indagine svolta su un campione di PMI dell’Unione Europea dei 28 Paesi, con l’obiettivo di misurarne la maturità sui temi dell’uso efficiente delle risorse, non sembrerebbe però emergere, in alcun modo, la consapevolezza, da parte delle imprese, del ruolo potenziale che la responsabilità estesa del produttore potrebbe assumere in quanto strumento economico di incentivo alla maggiore efficienza nell’uso delle risorse.

Eppure, nei paesi in cui è stata resa obbligatoria, la responsabilità estesa del produttore ha rappresentato, e continua a rappresentare uno strumento economico di forte stimolo per la corretta gestione dei rifiuti, per la crescita del settore del recupero e, quindi, di un comparto strategico della green economy.

Il dibattito italiano è a tutt’oggi aperto, ma alla luce del processo di revisione dell’assetto normativo europeo anche il nostro Paese si trova a un punto cruciale di definizione delle regole interne in materia di rifiuti e di EPR. Soprattutto in vista dell’ulteriore innalzamento degli obiettivi di gestione dei rifiuti, che ha visto la Commissione Europea adottare alcune proposte per sviluppare un’economia più circolare in Europa e promuovere il riciclo negli Stati membri (tra le misure proposte, ad esempio, il recupero del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 e, a partire dal 2025, il divieto di collocare in discarica i rifiuti riciclabili) .

Di questi temi si è discusso a Roma, la scorsa settimana, all’”Assemblea Nazionale Programmatica sulla Responsabilità Estesa del Produttore”, uniniziativa che si inserisce nell’ambito dei lavori preparatori per gli “Stati Generali della Green Economy 2014″ (5-6 novembre 2014 a Rimini Fiera), in occasione di Ecomondo.

Il documento introduttivo messo a punto dagli esperti, in vista dell’Assemblea, ha individuato alcuni interrogativi a cui l’Italia è chiamata a rispondere. Tra tutti, il principale sembra essere: l’EPR è uno strumento idoneo al perseguimento dei nuovi target europei di riciclo al 2020? E se sì, qual è la via per assicurare che si applichi a tutti i produttori di rifiuti in modo che la corretta gestione di questi non sia un costo per la società?

Tre sono le Direttive europee che hanno introdotto l’EPR come “approccio politico” per la corretta gestione di alcuni flussi: ELV Directive 200/53/EC (End of Life Vehicles); WEEE Directive 2012/19/EU (Waste Electrical and Electronic Equipment); Batteries Directive 2006/66/EC. Documenti che indicano la strada dell’estensione e del rafforzamento degli schemi di EPR, invocando però, a differenza del passato, criteri e requisiti minimi di funzionamento al fine di armonizzare i sistemi presenti ed eliminare le eventuali distorsioni del mercato (europeo ed interno ai paesi membri stessi).

Secondo Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, l’applicazione dell’EPR in Italia è limitata ad alcune filiere mentre è assente o presente solo parzialmente in altre: “Da questo dibattito giunge una precisa sollecitazione a rendere da un lato più efficace e dall’altro più definita la responsabilità estesa del produttore”.

D’altra parte, “non si tratta certamente di un processo risolvibile per decreto legge né l’EPR può considerarsi una panacea” – sostiene Joachim Quodem, Managing Director di EXPRA (Extended Producer Responsability Alliance) – “ma piuttosto, di uno strumento che va integrato con altri per migliorare la gestione dei rifiuti e renderla più efficace ed efficiente”.

“Eviterei” – controbatte Ronchi – “le contrapposizioni tra le responsabilità del produttore dei beni con quella, condivisa, che esiste in capo al detentore del rifiuto, che non sono alternative, anche se la prima è specifica e riguarda anche il fine vita del prodotto oltre ai suoi impatti durante l’intero ciclo di vita, secondo la logica di internalizzare i costi ambientali”.

Definire con precisione cosa sia l’EPR, in definitiva, solleva non poche difficoltà e rischia di essere una discussione confinata tra “esperti”. Perché mentre dei sistemi obbligatori vigenti, si ha, più o meno, un quadro chiaro, in tutti gli altri, navighiamo a vista e il tema andrebbe specificamente declinato, con grande flessibilità del principio: ad esempio, nell’esperienza di gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione, o in quella dei rifiuti biodegradabili - in cui la Responsabilità estesa del produttore è assente – fermandosi al processo produttivo. In quest’ultimo caso e solo in parte, viene recuperato il principio dell’EPR attraverso la gestione degli imballaggi. Questo vuol dire che il tema “scarti alimentari” e quello del riciclo dei rifiuti biodegradabili, per citarne due, “costituiscono peculiarità rilevanti che richiedono analisi di dettaglio e applicazioni flessibili e, di conseguenza, regole diverse da quelle che vigono per il packaging”, aggiunge Ronchi.

Analizzando le filiere e i nostri sistemi vigenti obbligatori, a giudicare dai risultati, potremmo concludere, tuttavia, che i “risultati sono abbastanza buoni”. Secondo Ronchi, infatti, “il nostro sistema a responsabilità condivisa, con alcune debolezze, è significativo: uno strumento per migliorarli potrebbe essere quello di legare il fee dovuto dal produttore alla performance ambientale, sia del prodotto che del suo fine-vita, pur essendo chiaro che i criteri di riciclabilità sono complicati”. Alcune correzioni nella direzione in cui “quello che è più difficile da riciclare comporti un costo più elevato“, potrebbero essere utili.

L’altro tema al centro del dibattito ha riguardato la misurazione dell’effettivo riciclo o del recupero energetico e non solo del raccolto. Un argomento di riflessione, sollevato dal direttore del Ministero dell’Ambiente, Maurizio Pernice, e ripreso da Riccardo Giordano, Environmental Manager di Ikea Italia, attiene all’efficacia economica: in una fase di recessione prolungata, chi aumentasse costi produttivi e prezzi a carico dei consumatori, non andrebbe certamente incontro al successo. Quindi, collegare la più estesa responsabilità del produttore, rafforzandola, con una maggiore efficienza ed efficacia dei sistemi di gestione dei rifiuti, farebbe diminuire i costi – che ogni filiera declinerebbe a modo proprio sulla base del rapporto costi-benefici. La preoccupazione – fortemente percepita dall’opinione pubblica – dell’aumento delle tariffe a carico della collettività per la gestione dei rifiuti urbani, è da tenere in considerazione (+60% in otto anni). E l’aumento dei costi di gestione del rifiuto urbano indifferenziato supera quello relativo ai rifiuti urbani differenziati (+36%): significativa differenza che dovrebbe incidere su un’operazione di razionalizzazione dei costi.

Il cittadino e le imprese non possono pagare due volte – conclude Ronchi – con l’aumento delle tariffe dei rifiuti urbani e con l’aumento dell’imposta per l’estensione della responsabilità del produttore, perché il sistema non reggerebbe. Sarebbe dunque l’occasione per ripensarlo in direzione opposta: verso una diminuzione dei costi e in chiave di green economy, di efficienza economica e ambientale nella gestione delle risorse. Così come, l’inserimento di meccanismi di premialità non può comportare maggiori oneri – a carico della finanza pubblica o privata – ma deve essere presa in considerazione in termini indiretti, di rating delle imprese che applicano l’EPR, oppure solo nella misura in cui si riescano a tagliare i costi o inneschi processi di eco-innovazione”.

Ilaria Donatio

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