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“The good, the bad and the ugly of artisanal wines”. L’intervento di Costantino Charrère a Vinitaly 2015 Top Contributors

marzo 26, 2015 Eventi, Idee, Rubriche, Top Contributors

In chiusura della 49° edizione di Vinitaly, Salone Internazionale del Vino e dei Distillati di Verona, pubblichiamo un estratto dell’intervento di Costantino Charrère – proprietario dell’azienda vitivinicola Les Cretes di Aymavilles - all’incontro internazionale “The good, the bad and the ugly of artisanal wines“, organizzato da Vinitaly International Academy per fare chiarezza sull’uso e l’abuso dei termini “biologico, biodinamico, artigianale, naturale” nel mondo del vino, che crea grande confusione nel pubblico dei consumatori. Il testo di Charrère, che ha ricoperto anche il ruolo di presidente FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), si inserisce idealmente nel dibattito avviato da Greenews.info, a partire dal 2012, sul tema #bioedintorni.

ll dizionario ltaliano definisce artigiano colui che realizza individualmente un’attività per la produzione di beni da destinare al consumo, esercitata con lavoro manuale prevalentemente proprio, non seriale. Definisce industriale colui che dirige e organizza un’attività di produzione di beni in serie, realizzata non individualmente, ed esercitata con il lavoro esclusivo di dipendenti al suo servizio. Sarebbe quindi l’esercizio della manualità del soggetto che lavora e produce, a determinare l’artigianalità o meno della fattura del prodotto.

Un vino artigianale, si può quindi ritenere tale, quando è realizzato dal lavoro di un vignaiolo, nell’esercizio della propria attività produttiva, e prevalentemente con la propria manualità. Pare logico poter sostenere che è proprio l’intervento diretto dell’artigiano del vino nel processo produttivo, a determinare la definizione etimologica di vino artigianale: un vino prodotto da un artigiano che si chiama vignaiolo. Ancor più manifesta è questa caratteristica produttiva, quando è esercitata da un vignaiolo che attua il completo ciclo di lavorazione del prodotto, dalla produzione dell’uva in vigna, fino all’imbottigliamento e all’immissione sul mercato del vino da essa prodotto.

Un vino realizzato in questo “percorso produttivo” determinato dal concetto di ‘terroir“, proprio perché prodotto nel rispetto della cultura del territorio, può essere senza esitazione definito artigianale, in quanto ricco di valori tradizionali e ancestrali e territoriali tramandati nel tempo. Questa artigianalità che rispetta, sviluppa e divulga la cultura dei vitigni autoctoni, componente spontanea dei vari territori produttivi, che riconsidera il vino come alimento, si sta lentamente perdendo, ed è sostituita da una produzione vitivinicola industriale senza identità, che rispecchia il gusto internazionale, con vini perfetti ma senza anima, privi di “terroir”, perché possono essere fatti ovunque, perché tutti identici e omologati.

Quando si parla di valore culturale del vino, non si deve prescindere dal suo territorio produttivo, inteso anche nella sua storica, dimensione catastale. E pare proprio che questo forte valore identitario, sia oggi messo in dubbio dalle regole produttive agro- alimentari Europee delle DOP/IGP. Regole che valorizzano la tutela del processo di trasformazione, dimenticando sovente l’origine della materia prima. ll valore culturale del vino, è oggi messo in discussione da una Commissione che sostiene la necessità di cancellare il sistema dei diritti di impianto, che certifica l’origine delle uve prodotte nei catasti vocazionali storici, sistema creato dalla cultura contadina da tempi immemorabili.

L’Europa della crisi economica, definisce quindi nuove regole di produzione rivolte alla concorrenza e al mercato che irrimediabilmente, favoriranno anche per il vino, fenomeni di delocalizzazione produttiva, tristemente noti e deleteri, già in altri settori produttivi. Questa Europa ha appena partorito un modello “bio commerciale”, frutto di un compromesso Nord/Sud sull’uso della solforosa, permissivo di pratiche enologiche eccessivamente invasive e non rispettose della materia prima. Un insieme di regole che accontentano tutti ma che hanno livellato e omologato in basso quello che doveva essere il reale valore aggiunto del biologico. A tal punto che un produttore “convenzionale”, applicando nel suo lavoro accorte regole produttive, è in grado di produrre oggi un vino, con livelli di solforosa decisamente inferiori rispetto a quelli consentiti dal protocollo “Bio UE”, già in applicazione per la vendemmia 2012.

Queste considerazioni ci permettono di affermare che il vino, nel modello di sviluppo contemporaneo sta perdendo buona parte della sua identità culturale, fino a ieri garantita dallo storico sistema dei VQPRD, e che dal 2002 è stata sacrificata sull’altare della OCM unica, paladina della concorrenza e del mercato. Per quanto riguarda le produzioni agro-alimentari europee, il vino rimane nonostante tutto, l’alimento più sicuro per il consumatore. Questo si realizza grazie alla scienza e alla ricerca applicate in tutto il processo produttivo, dal vigneto alla trasformazione, fino all’imbottigliamento: la sensibilità del vignaiolo alle tematiche ambientali è aumentata, l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare svolge autorevolmente il ruolo che le compete e il sistema dei controlli funziona. ll consumatore attento, oggi co-produttore, è sempre più consapevole del valore della terra e della cultura del territorio ed è già un forte alleato del vignaiolo, artigiano del vino. E’ nostro compito avere la capacità di coinvolgerlo direttamente, sempre di più per frenare e invertire questa deriva, e garantire un futuro anche occupazionale per i Nostri figli.

Costantino Charrère

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