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“L’importante è fare cultura e informazione”. Slow Food risponde su biologico e dintorni

novembre 19, 2012 Idee

Nell’articolo del 12 novembre, “Vini e cibi liberi. Dalla semantica e dalle certificazioni”, Greenews.info ha voluto attirare l’attenzione su un fenomeno – a nostro avviso preoccupante – di “inquinamento verbale” entro i confini stessi della green economy, che genera una certa confusione nel consumatore, con termini che non significano nulla di chiaro né verificabile. “Libero”, “vero”, “sostenibile”, sono espressioni che, anche se usate in buona fede, possono fare da “cavallo di Troia” ad altre operazioni di marketing con obiettivi meno nobili. C’è però, sostiene Slow Food Italia, un elemento positivo anche in questo fenomeno. Ecco cosa ci ha raccontato il presidente Roberto Burdese.

D) Burdese, partiamo dalla querelle: perché Slow Food non ha mai preso una posizione chiara e inequivocabile circa il fatto che l’agricoltura biologica (certificata) sia la forma di coltivazione a minor impatto ambientale oggi possibile?

R) Sinceramente non  mi sono mai posto il problema di una nostra posizione sul biologico, perché mi è sempre sembrata chiarissima: già all’ultimo Congresso Nazionale di due anni fa (dove sono stati invitati i presidenti di AIAB e dell’Associazione Agricoltura Biodinamica, con cui abbiamo ottimi rapporti), abbiamo ribadito che Slow Food, fuori da ogni possibile equivoco, lavora e opera perché l’agricoltura del futuro, in tutto il pianeta, possa fare sempre minore ricorso alla chimica di sintesi. Fermo restando che il nostro sogno è un’agricoltura completamente libera da prodotti di origine fossile. Noi siamo però un’organizzazione presente in 150 Paesi del mondo, per cui non mi posso preoccupare solamente di ciò che dico in Italia, con riferimento alla legge italiana o alle normative europee, devo necessariamente mantenere una visione internazionale. Chiudersi, oggi, nel recinto dei soli produttori biologici certificati, escludendo un rapporto con tutti coloro che vogliono comunque muoversi in quella stessa direzione, non avrebbe senso. Da sempre noi parliamo con tutti e lavoriamo con tutti coloro che dimostrano unità di intenti. Diverso è il discorso delle certificazioni. Anche perché c’è una parte preponderante di agricoltori del mondo per i quali parlare di agricoltura biologica libera da sintesi non vuol dire parlare di agricoltura biologica certificata. Perché la certificazione non se la possono permettere o perché i sistemi di certificazione nei loro Paesi non sono magari efficienti come i nostri.

D) Mancanza di fiducia nei confronti degli enti certificatori, dunque?

R) No, non lo dico con intenti polemici. Un conto è il mestiere dell’ente certificatore, un conto è il nostro, come associazione, che deve dialogare con tutti. E a me interessa, prima di tutto, che l’agricoltura sia pulita. Dopodiché preciso una cosa: se c’è la certificazione meglio ancora, è un’ulteriore garanzia. Io, per altro, mi trovo spesso, in giro per l’Italia, a dover difendere l’agricoltura biologica, perché una domanda che mi fanno spesso è: il biologico non è solo una moda? E io cerco di spiegare che ci può anche essere chi lo fa per moda, un’industria che si limita ad attaccare un bollino che funziona, ma dietro c’è pur sempre un movimento vero, che ha un riferimento importante (se non l’origine) in quanto accaduto in California alla fine degli anni ’60, dove una delle principali attiviste è proprio quella Alice Waters, che oggi è vicepresidente di Slow Food International.

D) Mi perdoni ma, fatta salva la coerenza totale di Slow Food – che è fuori discussione – il problema che abbiamo sollevato, a mio avviso, rimane, almeno in Italia. Com’è possibile comunicare correttamente al consumatore, sul nostro mercato, le qualità ambientali superiori di un certo metodo di produzione agricola e valorizzarle rispetto ai competitors “tradizionali”, che utilizzano spesso termini impropri, non vincolati a una precisa normativa?

R) Userò delle affermazioni che possono sembrare forti, ma solo per chiarezza, tra “amici”, sicuro che non sarete certo voi a strumentalizzarle. E mi riferisco alla dichiarazione che l’agricoltura biologica e biodinamica certificate siano l’unica forma certa di agricoltura sostenibile dal punto di vista ambientale. Non sono del tutto d’accordo e Slow Food non l’ha mai detto, perché secondo noi non è vero! Onestamente, un piccolo produttore di vino, di quello “vero”, che in vigna non usa chimica di sintesi, che in cantina non usa solfiti, che ha dunque un regolamento di cantina che è più severo del disciplinare stesso di certificazione biologica, quel signore lì, secondo me, fa una forma di agricoltura e di produzione alimentare che è più sostenibile di uno che si limita ad attenersi alle regole del disciplinare bio. Anche perché, è passata una normativa, recentemente, che – credo siate d’accordo – non è esattamente il meglio che ci si potesse aspettare, ma un gran compromesso. Perché dunque dobbiamo metterci a “fare la battaglia tra poveri”? Se fossi un rappresentante di un’organizzazione di produttori biologici certificati io sarei stra-felice nel vedere che, in questo momento storico, si sta affermando sempre più, nell’opinione pubblica, la necessità di avere delle agricolture di qualità, anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Che all’interno di questo ampio e variegato movimento ci siano anche delle realtà come quelle dei “vini naturali”, dei “cibi veri” ecc. è un chiaro segnale che stiamo vincendo! Il vero nemico da cui liberarsi è chi fa uso di questi termini per sole ragioni di marketing, ma dietro non fa nulla. Noi stessi, come Slow Food, diciamo sempre che se qualcuno si mette a sviluppare progetti di tutela della biodiversità o quant’altro, per altre vie, fuori dai nostri Presidi, è comunque una nostra vittoria. Non ci importa se altri copiano i nostri progetti educativi sugli orti, o i “mercati contadini” (siamo stati i primi in Italia a diffonderli, nel 1997), anzi, chissenefrega, vuol dire che forse stiamo veramente vincendo la sfida. Guai, dunque, a chiudersi nel proprio recinto e sparare a zero – anche se è vero che c’è chi ne approfitta. Perché c’è chi fa solo marketing e ne approfitta anche tra i certificati. Parlo di grandi aziende, che fanno anche pubblicità in televisione e approfittano del fatto di essere biologici certificati, ma comprano prodotto che non è nemmeno italiano! Dovrebbe essere meglio, dal punto di vista ambientale? Siamo di fronte al fatto, ad esempio, che arriva miele bio, dall’estero, a danno dei produttori locali. Se, per intenderci, il biologico arriva dall’altra parte del mondo, non è più sostenibile, secondo me.

D) Ma come può fare allora il consumatore ad orientarsi? Vogliamo aiutarlo?

R) Il punto è che viviamo in un mondo complesso, dove il cibo è l’emblema massimo di questa complessità e risposte semplici a domande complesse non ci sono. Meglio, ripeto, il biologico che arriva dall’Argentina, o il prodotto “chimico” sotto casa? Non c’è una risposta giusta, se non: meglio il biologico che arriva da sotto casa – e se non c’è dobbiamo costruire le condizioni perché ci sia. E chiaro che questo non può valere per tutti i prodotti, vedi il caso del caffè. E ancora: se il prodotto è bio, è buono, è fatto sotto casa, ma con lavoratori clandestini “in nero”, vengono prima i diritti dei lavoratori o quelli dell’ambiente? Vengono tutti e due insieme. Ecco perché il nostro motto,“buono, pulito e giusto”, non è mai diventato un’etichetta di prodotto o un brand, ma continua ad essere, per noi, il modo più efficace per definire questa complessità. Faccio altri due esempi: non è mica vietato da nessuna legge coltivare tutta la Puglia a grano biologico certificato, radendo al suolo gli ulivi. Ma sarebbe un disastro ambientale. Oppure, fare biologico e comprare i semi dalle multinazionali: se non liberiamo le sementi la sostenibilità alimentare non è garantita. Per rispondere alla domanda: non c’è soluzione, l’unico modo di orientarsi è “tornare a scuola”! Per impegnarsi a costruire dei percorsi virtuosi ciascuno deve sforzarsi di non essere mero consumatore, ma co-produttore. Nel frattempo, mentre ci si esercita in questa direzione, se si trova una certificazione biologica, qualche grado di garanzia in più indubbiamente la si ha. Ma bisogna evitare il consumatore passivo, quello che, come fino a ieri comprava i grandi marchi perché si fidava, oggi passa a comprare passivamente il biologico certificato perché si fida. Non è questa la soluzione. Dobbiamo acquisire la pazienza e la capacità di “fare lo slalom”, andando all’essenza delle cose e imparando a leggere complessità e contraddizioni. Bisogna, insomma, farsi gli anticorpi. All’ultimo Salone del Gusto abbiamo lanciato le “etichette narranti” proprio per stimolare una maggiore trasparenza, attraverso il racconto del produttore, di chi è e cosa fa. Fin che la legge obbligherà a inserire in etichetta solo le cosiddette “informazioni obbligatorie”, ma niente più di quello, dovremo sopperire noi. Verrà infatti, presto, un giorno in cui i consumatori non saranno più soddisfatti della sola certificazione, ma vorranno sapere di più. Serve dunque, innanzitutto, fare cultura e informazione.

Andrea Gandiglio

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