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“A Taranto è impossibile lavorare e bonificare insieme”. Intervista a Patrizia Gentilini

gennaio 17, 2013 Idee

Uno lavora per vivere e non per morire o far ammalare di cancro i propri figli. Purtroppo abbiamo fatto un salto all’indietro e stiamo  perdendo le conquiste degli anni ’70:  chi parla di diritto alla salute e della sua correlazione con l’ ambiente di vita e di lavoro viene quasi tacciato di essere contro il progresso o l’occupazione.  Ma come è possibile accettare il ricatto fra salute e lavoro?  Come si può portare a casa il pane sapendo che è un pane avvelenato? Chi è quel padre che può mangiare – o peggio ancora- dare un pane avvelenato al proprio figlio o alla propria moglie? ”. Il ricatto di cui parla Patrizia Gentilini – medico oncologo presidente dell’ISDE, l’Associazione Medici per l’Ambiente di Forlì Cesena e da anni impegnata nello studio delle ricadute sanitarie derivanti da impianti d’incenerimento rifiuti e discariche – è quello che stanno vivendo gli abitanti di Taranto con l’Ilva, ma anche di altri numerosissime territori, magari  non altrettanto famosi, ma comunque pesantemente inquinati.  “Se però siamo noi per primi a rassegnarci al fatto che  dobbiamo scegliere fra il lavoro e la salute – quasi fossero beni inconciliabili fra loro – è chiaro che abbiamo perso la nostra battaglia”.

D) Dottoressa Gentilini, a Taranto la città è piegata, stretta tra la paura di perdere il lavoro e la realtà dei malati di tumore. Addirittura, i bambini del quartiere Tamburi, quello dove sorge l’Ilva, per un’ordinanza del sindaco non possono giocare sull’erba…

R) La vicenda dell’Ilva è diventata l’ emblema di come uno “sviluppo” assurdo e irresponsabile riesca a minare non solo la salute di chi lavora in quell’industria inquinante ma dell’intera città e della sua economia, dall’agricoltura fino all’allevamento dei mitili. Tutte le risorse naturali del luogo sono state distrutte. Più di tante parole che si possono comunque spendere per raccontare il disastro, può raccontare il disegno di un bimbo di Taranto dal titolo “Babbo, uccidi il mostro!”.  Questo disegno è stato mostrato sabato 12 gennaio da una pediatra di Taranto nel corso del 1°Convegno nazionale della “Campagna in difesa del latte materno dai contaminanti ambientali“, a Faenza. Il disegno raffigura una minacciosa ciminiera che spargendo i suoi veleni appesta l’aria, e un babbo che tenta di abbatterla. Il bimbo, autore del disegno, ha un tumore e ben si capisce la sua richiesta di aiuto al padre perché uccida il mostro che lo sta divorando.  Una tragedia assurda che non può continuare! Taranto, che Pier Paolo Pasolini descrisse nel 1959  come una perla preziosa racchiusa fra le due valve del Mar Grande e Mar Piccolo, è divenuta, dopo 50 anni di Ilva, un ambiente dove il pecorino prodotto dal latte delle pecore che brucano su quei terreni, ha livelli di diossine talmente alti che – a detta di chi lo ha analizzato – se “grattugiato su un terreno ne imporrebbe la bonifica”. È diventata una città dove un bambino che vive e gioca nel quartiere Tamburi è come se fumasse migliaia di sigarette e quando torna a casa deve essere lavato così come i suoi vestiti. La perizia, fatta da medici ed epidemiologi nominati dal tribunale e confortata dalle indagini dello stesso Istituto Superiore di Sanità, ha stimato eccessi annui di  malati e morti correlabili alle emissioni dell’impianto, in particolare: 30 casi di morte, 18 casi di cancro, 19 eventi ischemici, 74 ricoveri ospedalieri per patologie respiratorie, specie di bambini. Le emissioni sono principalmente polveri, ossidi di azoto, diossini , IPA ( idrocarburi policiclici aromatici), benzene, benzoapirene , metalli pesanti. Tralasciando il costo umano di tante sofferenze e lutti evitabili, ormai si può quantificare con esattezza anche il costo economico che questo carico di malattie comporta: ad esempio il costo  complessivo annuo  del cancro, in Italia è stato stimato in 36,4 miliardi di euro, la perdita di 600.000 punti di Quoziente Intellettivo annuo in Europa, per esposizione al solo mercurio durante la vita intrauterina, comporta una perdita dagli 8 ai 9 miliardi di Euro l’anno.

D) Secondo lei ci può essere la prospettiva di bonificare quella città, come via di salvezza, oppure cè da chiudere e ricominciare da zero?

R) Taranto la conosco, ho lì carissimi amici e colleghi, ho partecipato a diverse iniziative pubbliche, anche  con l’Ordine dei Medici, a Taranto è stata fatta la ricerca delle diossine sul latte  di otto mamme e se mediamente in Italia si riscontrano, in genere, 10 picogrammi per grammo di grasso,  a Taranto ne sono ritrovati 23, quindi più del doppio. L’idea che mi sono fatta, avendo anche visto gli impianti dal di fuori, è che la situazione sia irrimediabilmente compromessa e che non si possa lavorare e nello stesso tempo bonificare. Il lavoro va salvaguardato, ma gli operai devono essere impiegati nelle bonifiche, bonifiche che devono essere fatte a spese dell’azienda perché, fino a prova contraria, chi inquina paga.

D) Quando si parla di agenti inquinanti nell’atmosfera l’associazione è solitamente estesa a inceneritori, termovalorizzatori, discariche, cosa ne pensa di questo legame nell’immaginario collettivo?

R) Se c’è una cosa assurda è costruire un inceneritore, impianto che costa centinaia di milioni di euro e che dispensa veleni totalmente evitabili. Nessuno ci dice che dobbiamo bruciare i rifiuti, anzi, l’Unione Europea dice esattamente il contrario. In un commento a un articolo pubblicato da una importante rivista scientifica di medicina, che riportava l’aumento di  malformazioni urogenitali in Francia in conseguenza delle diossine emesse da inceneritori, David Kriebel , noto epidemiologo, dice chiaramente che questi impianti non solo contribuiscono al riscaldamento globale, emettono una grandissima quantità di inquinanti, ma impediscono una corretta gestione dei rifiuti impedendone la riduzione ed il  riciclo perché una volta che l’impianto  è  stato costruito il gestore,  per ammortizzarne  il costo,  deve garantita nel tempo la medesima quantità di rifiuti da bruciare. In Germania, dove sta calando il quantitativo di rifiuti, e dove anche le bottiglie di plastica hanno il vuoto a rendere, vengono a comprare i nostri rifiuti. E noi continuiamo a fare questa politica assurda di spreco, inseguendo questa follia che ci porta danni, malattie, costi e multe dall’Europa. Per non parlare delle ultime trovate per le quali il 30% del materiale in ingresso in un inceneritore – che diventa cenere tossica piena di sostanze pericolose – va a finire nel cemento. Ce le ritroviamo nelle case. Nessun rischio per la salute è accettabile quando è evitabile. Se anche mettessimo a questi impianti, i migliori filtri del mondo, questi filtri a loro volta andrebbero smaltiti e quanto più veleno hanno trattenuto, tanto più da qualche parte lo rilascerebbero.

D) Tra inceneritore e discarica cè una scelta del meno peggio?

R) Non vanno fatti. Di certo tuttavia l’inceneritore è ancora peggio della discarica, perché se una discarica è costruita a regola d’arte, impermeabilizzata ecc; è in grado di tenere confinato il  materiale depositato.  L’inceneritore invece, anche se costruito a regola d’arte, diffonde e trasforma i materiali in ingresso – anche se inerti- in sostanze tossiche e pericolose, basta pensare a cosa c’è scritto sui pacchetti di sigarette! E’ il processo stesso della combustione che è in grado di trasformare qualcosa che è inerte in qualcosa che è estremamente tossico. Se tieni un pacchetto di sigarette in tasca non ti succede nulla, ma se le accendi la combustione comporta la formazione di  oltre 2mila sostanze pericolose, di cui moltissime cancerogene.  Immaginiamo bruciare 120mila tonnellate di rifiuti: si trasforma l’atmosfera in discarica.

D) Lei fa parte con l’ISDE di una rete di associazioni che ha attivato una campagna nazionale per la difesa del latte materno dai contaminanti ambientali. Perché una tutela del latte materno?

R) L’argomento è molto delicato e va fatta subito una premessa fondamentale: deve essere chiaro che anche in presenza di contaminanti il latte materno è comunque l’alimento ideale per il bambino, perché contiene principi attivi e altre sostanze protettrici della salute. Va inoltre  capito che il bambino che beve quel latte “contaminato” è un bambino che è stato già esposto in utero a tutti quei contaminanti. La nostra società è ipocrita:  si difende il diritto alla vita, ci si pronuncia contro l’interruzione volontaria della gravidanza, ma poi si chiudono gli occhi sull’aumento dell’abortività spontanea o delle malformazioni correlata ad esposizioni tossiche  ed ampiamente documentato. Se davvero si volesse tutelare la vita  la dovremmo  preservare  già nel grembo materno dai contaminanti ambientali. Con la nostra campagna abbiamo voluto puntare l’attenzione sul fatto che l’alimento che riteniamo più sacro, il latte materno, un tessuto vivente che si modifica con le caratteristiche della mamma e le esigenze del bambino è a rischio. La campagna è nata da un piccolo gruppo di associazioni , con diverse finalità ed interessi (associazioni di medici, pediatriche,  gruppi  di mamme, associazioni di genitori di bambini con tumore, associazioni che promuovono l’allattamento), tutti comunque uniti dalla ferma volontà di proteggere – difendendo il latte dai contaminanti ambientali – la salute dell’infanzia.

D) Avete iniziative particolari in vista delle prossime scadenze elettorali?

R) Sì. Tra i nostri obiettivi c’è quello fare in modo che in Italia si faccia il biomonitoraggio del latte materno come è raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: in moltissimi paesi europei questo viene fatto ed i livelli di diossina dalla fine degli anni ’80 al 2007 sono notevolmente diminuiti. Il latte è un indicatore della contaminazione del territorio dove la mamma vive. Tutti i paesi europei ed oltre 150 nel mondo hanno ratificato la convenzione di Stoccolma che mette al bando i Contaminanti Organici Persistenti fra cui diossine e policlorobifenili. Questa Convenzione ha  come primo obiettivo la protezione della salute umana da queste sostanze tossiche e persistenti e stabilisce che bisogna evitare la produzione intenzionale di POPs e ridurre il più possibile la produzione non intenzionale, quale quella  che proviene dalle combustioni. In Italia la Convezione di Stoccolma è stata firmata ma non ratificata, quindi a tutt’oggi non ci sono gli strumenti legislativi che rendono operativa quella possibilità. Vogliamo quindi rimettere il tema della salute al centro del dibattito politico e per questo abbiamo stilato 10 domande che stiamo inviando sia per raccomandata, ma ovviamente anche via internet a tutti i candidati premier. A queste domande chiediamo risposte chiare e ci riserviamo di aggiornare sul nostro sito tutte le risposte ( o non risposte) che arriveranno.

Marta Rossi

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