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E se fosse la finanza a cambiare il clima? Intervista a Aldo Bonati (Etica SGR)

novembre 23, 2016 Green Economy, Idee

In occasione della Settimana SRI (Sustainable and Responsible Investment) e a pochi giorni dalla chiusura della COP22 di Marrakech, il Forum per la Finanza Sostenibile ha presentato ieri a Milano il rapporto “Finanza sostenibile e cambiamento climatico“, redatto con il contributo dei principali operatori del settore. L’obiettivo è quello di individuare nuovi percorsi per integrare le problematiche del climate change nelle decisioni di investimento e nelle politiche di innovazione di prodotto di banche, gestori e compagnie assicuratrici. Innanzitutto evidenziando alcuni rischi connessi al tema “clima” che, se non gestiti efficacemente, possono comportare ingenti perdite per gli investitori. Un tema “di frontiera”, ancora poco noto al pubblico dei risparmiatori, di cui abbiamo parlato con Aldo Bonati, Vice Responsabile Area Ricerca di Etica SGR, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Popolare Etica.

D) Dott. Bonati, cosa si intende esattamente per “finanza sostenibile”?

R) C’è una definizione precisa, elaborata proprio dal Forum per la Finanza Sostenibile, ma diciamo che sono tre gli elementi che contraddistinguono l’investimento sostenibile e responsabile: l’orizzonte temporale (cioè il lungo periodo); l’integrazione della tradizionale analisi economico-finanziaria con l’analisi degli aspetti ambientali, sociali e di governance; e la creazione di valore finanziario “sostenibile”. Si cercano, in sostanza, quelle aziende che fanno prodotti per le persone e non quelle aziende che tendono unicamente a massimizzare il ritorno per gli azionisti.

D) Può spiegare ai nostri lettori in che modo finanza e cambiamenti climatici sono collegati e come i cambiamenti climatici stanno influenzando le scelte degli investitori istituzionali?

R) Finanza e clima sono molto legati perché ci sono dei rischi per le aziende legati ai cambiamenti climatici. Si tratta di rischi “regolamentari” – nuova regolamentazione di fronte alla quale un’azienda può non essere preparata o meno pronta dei propri competitorsrischi legali, cioè una legislazione esistente alla quale non si è compliant (con la possibilità dunque di ricevere sanzioni); rischi reputazionali (si veda il dieselgate di Volkswagen) e rischi fisici, quando si hanno stabilimenti in aree, ad esempio, sempre più a rischio idrogeologico. Prendere in considerazione queste variabili ambientali nella definizione degli investimenti è assolutamente opportuno. E le aziende che sanno meglio gestire questi rischi rispetto alle altre saranno favorite dagli investitori, che in sostanza non fanno altro che cercare di prevedere il futuro attribuendo un “prezzo” a questi rischi.

D) Qui emerge anche il ruolo delle assicurazioni. Gli investitori valutano allo stesso modo un’azienda dal business “convenzionale” (settore idrocarburi, chimica ecc.) che sia ben assicurata contro questi rischi e un’azienda “green” che li eviti a priori e sia più resiliente, oppure quest’ultima ottiene un occhio di riguardo?

R) Questo dipende dagli investitori e dalle regole che si danno. I fondi di Etica SGR, ad esempio, non investono in società che estraggano, raffinino o distribuiscano idrocarburi. Il futuro, secondo noi, non è quello e non avrebbe senso affrontare quei rischi. Altri investitori, all’interno del settore fossile, scelgono invece solo le migliori società, sulla base della loro analisi ambientale, sociale e di governance. Le società che meglio si sanno adattare agli sviluppi futuri di un settore riceveranno le maggiori attenzioni da parte degli investitori.

D) I nuovi timori del mondo ambientalista sono tutti orientati verso il neo-presidente USA Trump. Si è detto che la sua elezione avrebbe avuto pesanti ripercussioni anche sulla Borsa e sui mercati internazionali, ma per il momento non sembra sia accaduto. Può la “finanza sostenibile”, al contrario, essere uno strumento per “orientare” nella direzione della green economy e delle cleantech anche le scelte dei politici meno virtuosi, che vedano però, molto pragmaticamente, un’opportunità di business e di guadagni per le proprie imprese?

R) Certamente, questa opportunità esiste. Sempre più aziende e sempre più investitori, del resto, si occupano dei temi ambientali, sociali e di governance, anche perché capiscono che c’è un mercato e c’è una domanda che cresce. Diverse ricerche di mercato dimostrano che, soprattutto tra la popolazione più giovane, si è disposti anche a pagare di più per prodotti di marche di cui “ci si fida”. Questi aspetti sono sempre più presi in considerazione dalla finanza, soprattutto nei Paesi più sviluppati. Ma anche in Paesi in via di sviluppo, come la Cina, ci si sta impegnando molto, anche dal punto di vista regolamentare, per cercare di rendere meno inquinante il proprio sistema di produzione. Ricordiamo che la Cina ha deciso di cancellare progetti di costruzione di nuove centrali a carbone già approvati, perché ha capito che il futuro evidentemente non va in quella direzione… E’difficile oggi dire cosa succederà negli USA, dove il settore degli idrocarburi resta molto sviluppato, però è un fatto che ci sono coalizioni di aziende e investitori, anche molto grandi, che hanno già chiarito che qualunque sia la legislazione che Trump vorrà porre in essere sui temi ambientali, loro intendono comunque portare avanti le strategie di decarbonizzazione e riduzione dell’impatto ambientale, in coerenza con l’Accordo di Parigi. Le reazioni di questi giorni a Trump sono più che altro reazioni psicologiche, “di pancia” perché non ha ancora fatto nulla. E’ sicuramente prematuro fare previsioni, anche se ha fatto dichiarazioni che pongono qualche timore…

D) Il Segretario di Stato americano John Kerry è stato però molto chiaro a Marrakech: ha detto esplicitamente che “saranno le forze del mercato e non quelle politiche a determinare il corso dell’accordo sul clima di Parigi”, e  poi ha ricordato che c’è sempre una bella differenza da quanto dichiarato in campagna elettorale a quanto si fa da presidente in carica… E’notizia di oggi che Trump abbia in parte già “ritrattato” le dichiarazioni sull’origine antropica dei cambiamenti climatici…

R) Anche nel caso del muro con il Messico, pare che sia difficile finanziarlo… E’ una lettura dei fatti condivisibile. Gli investitori istituzionali – soprattutto i più grandi, i fondi pensione – sono molto pragmatici e si stanno già muovendo da tempo per decarbonizzare i loro portafogli. Non credo che questa cosa cambierà. Però non posso ovviamente parlare per tutti gli investitori istituzionali…

D) Ma il mercato e la finanza risentono concretamente delle decisioni assunte nei grandi summit internazionali, come la COP21 di Parigi e quella di Marrakech, appena conclusa, o viaggiano ad una velocità tale per cui sono sempre già più avanti di quanto venga deciso in quelle occasioni? In sostanza: ci salverà la finanza prima ancora degli accordi politici?

R) Forse sì… I governi da soli non ce la possono fare, neanche con l’impegno massimo. D’altra parte neanche le aziende da sole. Lo scenario migliore vedrebbe la collaborazione di entrambi. Resta il fatto che le aziende sono molto più veloci a muoversi dei governi e delle istituzioni internazionali. L’importante è un quadro normativo coerente a cui fare riferimento e che valga il più possibile a livello internazionale: le imprese che operano su più mercati faticano a orientarsi tra legislazioni molto diverse tra loro.

D) Qual è la differenza principale di Etica SGR rispetto alle altre SGR “convenzionali?

R) Etica SGR è l’unica società di gestione del risparmio italiana che ha come mission di istituire solamente fondi di investimento sostenibili e responsabili. Siamo anche gli unici a fare engagement con le aziende, anche in occasione delle assemblee degli azionisti, quando andiamo a votare, soprattutto su temi ambientali, sociali e di governance. Etica SGR è infine l’unica, al momento, ad essersi impegnata a calcolare e rendicontare la carbon footprint del proprio fondo azionario. Come c’è la carbon footprint di un pacchetto di biscotti o di un paio di scarpe da ginnastica, c’è anche di un fondo comune di investimento! Il cliente ha dunque la possibilità di vedere quante emissioni produce il suo investimento in un anno e di confrontarle con un benchmark di mercato. Questa attività è importante per tre ordini di motivi: intanto ci aiuta ad avere dati per meglio definire il profilo di rischio/opportunità delle aziende in cui potremmo investire (un quadro più nitido perché con più informazioni rilevanti);  in secondo luogo perché ci fornisce informazioni utili con cui fare, appunto, engagement con le aziende, dialogare con loro su questi temi e sulle loro performance nel portafoglio; e terzo luogo perché pubblicare queste informazioni ci consente di fare un po’di informazione presso il pubblico degli investitori e far capire loro che quando investono prendono decisioni che hanno impatto sul clima. Chiarisco che a noi non interessa essere solamente critici nei confronti delle aziende – perché una volta che investiamo siamo a tutti gli effetti degli azionisti per conto dei risparmiatori – ma molto pragmatici e costruttivi, aprire un dialogo sui temi che riteniamo rilevanti per il business dell’impresa. Vogliamo stimolare il cambiamento nelle aziende…

D) Sfatiamo un mito: si può quindi guadagnare anche essendo etici e responsabili? Che massa amministrate con i vostri fondi e con quali risultati?

R) I risultati dei nostri fondi sono stati piuttosto confortanti e i nostri investitori hanno fiducia. Ad oggi amministriamo circa 2,8 miliardi di euro, per conto di investitori italiani e alcuni stranieri (in questo caso più che altro fondazioni e fondi pensione). Anche negli Stati Uniti c’è una realtà con un modello simile al nostro: Domini Social Investments. In fondo, se tu selezioni società che fanno qualcosa che la gente cerca, di cui sente il bisogno, sono le più resilienti di tutte, anche in tempi di crisi. Poi i profitti arrivano. Anche in Italia l’attenzione a questi aspetti da parte degli investitori istituzionali, in generale, sta migliorando, anche se i Fondi Pensione italiani – che dovrebbero essere quelli maggiormente impegnati in un orizzonte di lungo periodo – non brillano nelle scelte e nelle performance rispetto a quelli europei…

D) Avrebbe un buon consiglio da dare a chi intende tutelare, contemporaneamente, sia i propri risparmi che l’ambiente?

R) In generale il primo consiglio è sempre quello di capire bene cosa si sta comprando e chiarirsi le idee. Chi è attento alla sostenibilità del prodotto finanziario deve cercare di capire come è stato “costruito” quel prodotto, con quali criteri e chi è che le propone. Il modo migliore è chiedere, fare domande, non bisogna aver paura! Spesso si esita a chiedere spiegazioni al proprio consulente per paura che risponda qualcosa di incomprensibile. No, se uno non capisce è perché il prodotto non è stato spiegato bene! I prodotti finanziari non sono “scienza nucleare” e se ti vengono spiegati come tali, beh, allora meglio starne alla larga!

Andrea Gandiglio

 

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