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L’arte dei giardini per riavvicinare l’uomo alla natura: intervista a Stefano Passerotti

ottobre 31, 2014 Idee

«I semi viaggiano portati dal vento e dal commercio. Occorre collaborare con il potere della natura lasciata libera, facendo il più possibile e il meno possibile» sosteneva Gilles Clément, grande paesaggista francese. Il giardino non è un elemento dove le piante sono solo arredamento, anzi, ne rappresentano il cuore pulsante. Progettare il verde richiede molta creatività ma anche grande passione.

Stefano Passerotti, garden designer, fiorentino e figlio d’arte, ha appreso dal padre Oliviero e dal nonno Salvatore le lezioni più importanti sulla vita e sul giardinaggio. Da sempre lavora con artisti del suono e altri designer per creare giardini nei quali il movimento del visitatore interagisce con suoni e piante: luci e sculture sono un’altra componente importante dei suoi ricchi giardini.

Passerotti ha oltre trent’anni di esperienza come giardiniere e designer di giardini e ha lavorato in Italia e all’estero presentando le sue creazioni in tutto il mondo. Il suo giardino presentato a Hampton Court nel 2005 ha vinto il premio come “Miglior Giardino Innovativo dell’Esposizione“. Nel 2012 è stato poi direttore artistico di Orticolario. Abbiamo conversato con lui di verde, giardini e ultimi progetti.

D) Passerotti parliamo della sua recente opera, The Inner Path, che ha riscontrato un successo internazionale e le ha permesso di vincere la medaglia d’argento al Gardening World Cup di Nagasaki.

R) Per la prima volta un italiano è stato chiamato a rappresentare l’Italia e il design italiano, quindi per me partecipare è stato un grande onore. Il giardino rappresenta la vita ed i tre tubi sono in qualche modo l’interiorità dell’essere umano. Le piante di olivo simboleggiano le tre fasi della vita, dalla nascita, alla crescita alla maturità, fino alla vecchiaia e al ricongiungimento con la natura. I suoni registrati dal compositore Francesco Mantero, con cui collaboro ormai da diverso tempo, sono quelli della natura intorno al Lago di Como.

D) Nelle sue opere, mi viene in mente “Connecting with the Real Sound of Nature” al RHS Hampton Court Palace Flower Show 2014 di Londra dove ha vinto la medaglia d’oro, lei integra magistralmente paesaggio e musica. Come ci riesce?

R) Nelle mie opere cerco di raccontare il riavvicinamento tra natura ed essere umano, che molto spesso viene dimenticato: purtroppo ci si dimentica del paesaggio e molte persone non riescono ad ascoltare la natura nè tantomeno a comprenderla. Cercare di carpire i suoi significati e trasmetterli a tutti, soprattutto ai giovani, è per me un messaggio importante.
L’opera di Londra si avvale dei cinque sensi e cerca di riportare la mente alle tradizioni del passato attraverso i colori e le piante mediterranee utilizzate, con la particolare accortezza nell’uso piante con poca necessità di acqua per evitare gli sprechi. L’opera vuol rappresentare l’unione tra l’uomo e la natura: ho pensato al momento in cui mi adagio con la schiena sul tronco di un albero e chiudo gli occhi. Ci sono moltissime cose che la natura racconta in quel momento e si sentono i suoni del grembo della Madre Terra. In quel momento di dialogo tra uomo e natura, l’albero ci protegge con la sua grande chioma. I suoni sprigionati dall’opera sono stati registrati da Francesco Mantero, che ha da subito capito quale fosse il significato e l’ha riportato dal suo punto di vista sonoro. Non è una novità: le piante, colpite dal vento, emettono suoni: siamo noi che non sappiamo più vivere nei parchi e dobbiamo reimparare a sentire la natura.

D) Ci racconti com’è nata la sua passione per l’arte dei giardini: sicuramente nella sua infanzia ha avuto modo di apprezzare la bellezza della natura, essendo figlio d’arte…

R) Sono nato in una famiglia di giardinieri e ho sempre coltivato questa passione. Cominciò questo lavoro il nonno Salvatore negli anni Quaranta in alcuni giardini sulle pendici fiesolane e poi fu il babbo ad avvicinarmi alla natura: da loro ho imparato l’adorazione per il paesaggio. Solo un padre può insegnare al proprio figlio il rispetto della natura, abituando l’occhio a quel che accade intorno. Oggi non succede più ed è proprio un peccato, perché la felicità sta nella quotidianità delle piccole cose. Anche io iniziai a fare il giardiniere e da lì in avanti cominciai a vedere nella natura la bellezza che spesso l’essere umano non sa più percepire. L’ambiente ci dà tanto e noi non riusciamo a percepirne l’interiorità ed i suoi suoni. Per questo cerco di farli ascoltare, perché se trasmessi, spero che qualcuno riesca a viverli e a capire i suoi messaggi. Oggi passeggiare in un bosco significa parlare al telefonino, guardando lo schermo e non cogliendo i messaggi che la natura ci invia. Alla Biennale di Venezia nel 2013 ho portato il mio ringraziamento alla Madre Terra, l’Altare della Natura Sonoro: si tratta di un tronco fatto ad inginocchiatoio, ripulito con attrezzi manuali. L’altare è rappresentativo della mia filosofia di vita: ciò che vorrei trasmettere è il rispetto della natura. Credo che dovremmo farci raccontare dai nostri vecchi com’erano i parchi un tempo, certo, i paesaggi non sono più gli stessi, ma è dalla memoria che dobbiamo imparare.

D) Avere un orto in casa sta diventando una moda, oltre che una grande passione per i tanti che abitano in città. Cos’è cambiato nelle abitudini, secondo lei?

R) Penso che ci sia un leggero avvicinamento alla natura: naturalmente, se pensiamo al costo di un pomodoro coltivato in terrazza, corriamo a comprarlo al mercato. Ma avere un piccolo orto, imparare la fatica che sta dietro a un pomodoro e la dedizione che quotidianamente bisogna dargli (come prepararle il terreno, seminarla, annaffiarla, vederne spuntare le prime foglioline) è sicuramente educativo ed emozionante. C’è poi una diversa consapevolezza nell’avvicinarsi ad un parco o ad un giardino una volta che si è compreso il sacrificio che comporta avere anche solo una piantina con qualche pomodoro. Tempo fa fui chiamato per una collaborazione in un orto educativo toscano: creare interesse nei bambini sugli ortaggi, capire da dove proviene una carota e quanto sforzo e fatica c’è nel dare un frutto sano, diversamente dall’offerta di prodotti chimici proposta di molti, è ancora importante. Ci va una gran costanza per vivere con la natura e tramite le conferenze che faccio in Italia e all’estero cerco di riavvicinare il pubblico alla natura.

D) Oggi viviamo in un mondo frenetico e super tecnologico: cosa possiamo imparare dalla natura, sin da piccoli, per vivere più serenamente?

R) Purtroppo non ci si dedica più alla natura, non abbiamo più un contatto fisico con lei. Lo vedo soprattutto quando vengono i bambini in visita ad uno dei miei giardini: non sono abituati a correre nei parchi, a vivere il verde. Non sanno neanche più cosa siano le lucciole. Invece, nella formazione di un bambino e poi nella vita di un adulto, è fondamentale il contatto corporeo con la natura. Credo sia molto importante iniziare a coinvolgere i bambini sin dal nido e dalle elementari: educarli al rispetto della natura non può essere solo compito degli insegnanti, ma in primis dei genitori. Portare i piccoli al parco è un primo passo, ma non basta: bisognerebbe fargli vivere la natura nel suo pieno. I bimbi, se stimolati, fanno molte domande, soprattutto sui colori o su come funziona la natura, sui diversi tipi di terreni o sulle piante autoctone e non: fargli capire che usare delle forbici al posto di altre macchine per tagliare dei rametti secchi di una pianta vuol dire ridarle la vita e rispettare l’ambiente sembra una cosa banale, ma non lo è. Ancora, trasmettere ai più piccoli il senso di naturalità anche nelle cose che mangiamo: le farfalle non si avvicinano agli orti dove vengono usati prodotti chimici, e nemmeno altri tipi di animali. In un orto sano è più difficile raccogliere una fragola o un grappolo d’uva, ma è certamente più rispettoso della natura: questi sono i messaggi che bisogna raccontare e diffondere.

D) Quali sono i prossimi progetti e realizzazioni in progress?

R) Tra i miei programmi futuri c’è una realizzazione nel Chianti: si tratta di una famiglia che è molto vicina alla mia filosofia di vita e ai metodi naturali di costruzione e recupero delle acque senza impianto di irrigazione. Bisogna capire che acqua piovana e guazza sono sufficienti al mantenimento del prato: siamo noi che non sappiamo cogliere quelle che già in natura esiste e dare alla rugiada la vera importanza, perché adagiandosi sul tappeto erboso bagna naturalmente il prato.
Dovremmo usare l’impianto d’irrigazione con parsimonia, non tutti i giorni perché così abbiamo programmato, con quotidiano spreco. Inoltre, l’annaffiatura va fatta secondo il tipo di pianta e il clima del momento: basta chinarsi per vedere se una pianta ne ha bisogno. Molto spesso abuso è sinonimo di guadagno: dobbiamo imparare il risparmio, cosa che non si fa abitualmente.
L’anno prossimo sicuramente parteciperò alla nuova edizione ad Hampton Court, ma intanto cerco di trasmettere la mia passione per la natura il più possibile: un comune toscano mi ha chiesto di raccontare nel nido e nelle elementari il mio messaggio e le mie esperienze di vita botanica ai bambini. Raccontare ai più piccoli e alle loro famiglie l’educazione alla natura è importante per la crescita dell’essere umano, grande o piccino che sia. Un’altra esperienza che sto facendo è quella di raccontare a delle persone disabili la bellezza della natura e delle sue incredibili sfaccettature: è molto importante per me riuscire a trasmettere qualcosa anche a chi non può percepire la natura nella sua pienezza.

Valentina Burgassi

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