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Malagoli su OGM: l’illusione del risparmio può costare cara

agosto 27, 2014 Idee

Prosegue, sotto il cappello più ampio del nostro #bioedintorni, l’inchiesta di Greenews.info sugli aspetti ambientali e di salute degli OGM, gli Organismi Geneticamente Modificati. Dopo le interviste a Stefano Masini, Deborah Piovan e Marcello Buiatti, pubblichiamo oggi l’intervista a Claudio Malagoli, laurea in scienze agrarie, 250 pubblicazioni tecnico-scientifiche all’attivo, già professore associato di Economia Agraria ed Estimo, per quindici anni, all’Università di Bologna e ora professore ordinario dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo): Malagoli studia l’agricoltura biologica, gli OGM, i nutraceutici e le nanotecnologie applicate al settore agroalimentare. Dal 1996 si occupa degli aspetti economici e sociali relativi all’introduzione degli OGM nell’agricoltura italiana, in particolare dei costi e dei risparmi (incerti) delle produzioni OGM per le nostre aziende rurali. Ha curato per le regioni Marche ed Emilia Romagna un’indagine sulla coesistenza tra coltivazioni biotech, convenzionali e biologiche, ha fatto parte della “Commissione ministeriale di verifica degli OGM in agricoltura” e del “Comitato operativo con il compito di valutare l’impiego di OGM in agricoltura” presso il MIPAAF.

D) Professor Malagoli, quale sarebbe, secondo lei, l’impatto socioeconomico dell’introduzione degli OGM nell’agricoltura italiana?

R) Alcuni agricoltori, in particolare quelli che hanno aziende grandi, purtroppo si illudono di guadagnare di più con gli OGM. Se è vero che gli OGM determinano una piccolissima diminuzione dei costi di produzione, va detto anche che in agricoltura i prezzi non li determina il coltivatore bensì il mercato, per cui sul lungo periodo i prezzi si adeguano al costo di produzione. L’illusione durerebbe pochi anni e a trarne vantaggio sarebbero solo gli innovatori, ovvero gli americani che hanno brevettato gli OGM e possono fare strategie da monopolisti. In America il prezzo della semente GM è aumentato, secondo alcuni studi addirittura triplicato. Il vantaggio, come in tutte le situazione di monopolio od oligopolio, va a chi detiene il brevetto, non certo a chi lo utilizza. Il nostro agricoltore non avrebbe quindi vantaggi dal punto di vista del reddito, anzi. Gli OGM mettono in crisi i piccoli produttori.

D) Chi è pro OGM sostiene che bisognerebbe fare ricerca anche in Italia, questo potrebbe “calmierare” i prezzi dei brevetti o, alla luce di quello che lei ha appena affermato, se ci fosse una multinazionale italiana il fenomeno della brevettazione e delle successive royalties sarebbe lo stesso?

R) Il fenomeno sarebbe lo stesso. Sono convinto che la ricerca debba andare avanti, il problema grosso è però la sperimentazione perché gli OGM sono fatti in modo tale per cui il transgene, il gene estraneo, è anche nel polline. In un campo sperimentale all’aperto il vento o le api trasportano il polline che può andare a fecondare piante parentali selvatiche, è il caso di colza, sorgo, riso, oppure può provocare fecondazione incrociata tra mais GM e mais tradizionale o biologico (come è successo in Friuli Venezia Giulia, NdR). Il problema non c’è invece tra mais e sue parentali selvatiche, che in Italia non ci sono. Nessuno vuole bloccare le sperimentazioni, purché si trovi un sistema per impedire le dispersioni del transgene attraverso il polline, il che vuole dire in laboratorio o in una caverna. In America alcuni anni fa si voleva sperimentare un riso da usare per prodotti farmacologici e gli è stato permesso di farlo senza dispersioni di polline, perché se un riso che produce lisozima o lattoferrina andasse a inquinare il riso che mangiamo sarebbe un disastro.

D) Secondo altri sostenitori con gli OGM si farebbero meno trattamenti con erbicidi e pesticidi. Però ci sono studi secondo cui il mais o il cotone BT hanno determinato la crescita di altri insetti dannosi, quali diabrotica del mais, piralide o verme del cotone, rendendo necessari più trattamenti di prima. Chi ha ragione?

R) Ci sono delle mezze verità dall’una e dall’altra parte. La mezza verità dei sostenitori degli OGM è che questi trattamenti chimici siano sempre necessari. Sono necessari solo dove c’è monocoltura, ossia dove si coltiva un cereale come il mais per molti anni di seguito. Dove non si fanno le rotazioni la piralide diventa specifica. Dall’altra parte, è vero che esiste la possibilità che si sviluppino insetti diversi dalla piralide perché è ovvio che se la piralide lascia del cibo, ci sarà qualche altro insetto che se lo mangia. C’è la specializzazione genetica anche degli insetti! Ho dubbi invece sul fatto che ci sia bisogno di diversi trattamenti, con uno o due il problema si risolve.

D) I trattamenti chimici sono quindi più legati alle modalità di coltivazione?

R) Sì, in genere non si fanno le rotazioni perché i costi di produzione sarebbero più elevati, ma perché dobbiamo danneggiare l’ambiente con più agrofarmaci? Ma c’è dell’altro. È vero che i nostri agricoltori si ritrovano con un mais proveniente dall’estero a un prezzo più basso, e il loro, dai costi più elevati, non si vende, ma questo è legato alla globalizzazione. Una cosa che nessuno dice è che con la globalizzazione dei mercati abbiamo creato un sistema per cui l’Italia è costretta a importare prodotti agricoli in cambio di prodotti industriali; nel commercio internazionale c’è ancora il baratto, non si paga in euro e in dollari ma con altre materie prime o prodotti. Se si va a guardare le statistiche di import – export tra Italia e Brasile o Argentina si vede che noi esportiamo auto e importiamo in cambio soia e questa soia è GM. I nostri agricoltori giustamente si arrabbiano perché in Italia, in modo ipocrita, non possiamo coltivare OGM ma li importiamo. Tra l’altro i derivati da mangimi con OGM, carne, latte e uova, non sono etichettati. Bisogna introdurre una norma che obblighi all’etichettatura dei derivati ottenuti da mangimi con OGM, in questo modo il nostro agricoltore sarebbe tutelato e il consumatore libero di decidere cosa comprare.

D) La mangimistica è l’emblema dell’ambiguità della normativa italiana che vieta la produzione ma non l’importazione di OGM. La zootecnia italiana però potrebbe vivere senza mangimi GM?

R) Per prima cosa direi che non abbiamo bisogno di mangiare 130 kg di carne l’anno ciascuno, quindi potremmo avere meno bisogno di zootecnia. Poi per quanto riguarda il mais sicuramente l’Italia potrebbe essere autosufficiente, attualmente ne importiamo solamente il 20% per la zootecnia. Per la soia no, il nostro territorio non ha le condizioni pedoclimatiche adatte e ne importiamo circa il 90%. La soia potrebbe però essere sostituita con altri prodotti proteici nei mangimi. Nel regime attuale dei consumi di carne, l’autosufficienza da OGM nei mangimi è difficile.

D) Gli OGM quindi sono un vantaggio per il nostro modello rurale?

R) Non direi. La diminuzione dei prezzi delle commodities, come i mangimi da prodotti GM, ha fatto sì che fossero abbandonati molti terreni di collina e montagna, più dispendiosi da coltivare, con tutti i problemi di dissesto idrogeologico che ciò comporta, come abbiamo visto spesso ultimamente. Secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura, in Italia sono diminuite del 50% le aziende di collina e del 60% quelle di montagna. Le colture GM sono adatte alla pianura, dove c’è più acqua e dove si può concimare più facilmente, si tratta quindi di un’innovazione tecnologica che mette ancora più in crisi l’agricoltura di collina e montagna, togliendo un presidio importante del territorio. Un altro aspetto riguarda la delocalizzazione. Se in un futuro ci fossero piante che crescono dappertutto e non necessitano di trattamenti, è probabile che queste colture si sposterebbero in quei paesi diversi dove non ci sono regole come la Legge 626 sulla sicurezza del lavoro, la burocrazia, la cosiddetta “Legge nitrati” che limita l’uso dei concimi azotati, la tutela del lavoro minorile. La delocalizzazione agricola sarà inevitabile, e già si vede ora per alcuni prodotti. La bietola si coltiva in Kazakistan, la mela in Polonia dove la manodopera costa meno. Pensi solo al risparmio per la raccolta. C’è infine un problema di perdita d’immagine, il nostro paese dovrebbe fare concorrenza con gli stessi prodotti all’India o al Brasile che hanno costi di produzione molto più bassi. Gli OGM sono prodotti massificanti od omologanti, noi possiamo competere solo sulla qualità.

D) Diversi suoi interventi riguardano la nutraceutica transgenica. Cosa si intende?

R) Sono alimenti arricchiti. I fautori degli OGM stanno proponendo, ad esempio, pomodori arricchiti di vitamina A. Il primo problema è che la vitamina A è liposolubile, fa male sia una carenza che un eccesso nell’organismo. Chi dovrebbe vendere un prodotto simile, il fruttivendolo o il farmacista? Questo tipo di prodotti creano molta confusione nel consumatore e ci sono problemi di conservazione casalinga.

D) Poi c’è la questione del gusto, elemento importante per chi sceglie…

R) Già, il pomodoro che non marciva è stato ritirato anni fa dal mercato americano perché non piaceva, sembra avesse un sapore metallico. Non è vero che al di là della proteina modificata nell’OGM non cambia niente altro. Ci sono studi secondo cui il mais BT ha un maggiore contenuto di lignina e nutre meno, il pomodoro arricchito di vitamina A ha un minor contenuto di licopene. Sembra quindi che ci siano effetti metabolici che vanno a al di là della semplice proteina prodotta dal transgene, ma non si sa perché non si fa ricerca su questi aspetti.

Alessandra Sgarbossa

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