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A favore degli OGM. Intervista a Deborah Piovan di Confagricoltura

La questione OGM continua a far discutere e infiammare gli animi, mentre da entrambe le fazioni – pro e contro – si fa leva sugli aspetti ambientali per dirimere la questione. Ad entrare in contrapposizione sono anche le associazioni di categoria dell’agricoltura, con Coldiretti vicina alle ragioni dei piccoli coltivatori (compresi quelli biologici) e Confagricoltura a difesa delle imprese agricole di maggiori dimensioni, tendenzialmente favorevoli agli OGM. Per cercare di capire meglio le differenti posizioni abbiamo realizzato due interviste “parallele”, a Stefano Masini, responsabile nazionale Ambiente e Territorio di Coldiretti, ricercatore di diritto agrario e docente di diritto alimentare all’ateneo romano di Tor Vergata, e Deborah Piovan, Vicepresidente Provinciale di Confagricoltura Rovigo, delegata a rappresentare l’associazione al tavolo di Expo2015, imprenditrice agricola nel settore dei cereali e “pasionaria” degli OGM.

D) Piovan, Confagricoltura è l’unica associazione di categoria degli agricoltori favorevole agli OGM. Ci spiega il motivo?

R) Da anni chiediamo che i ricercatori possano fare il loro lavoro per portare valore aggiunto a tutto il settore. Se non lo si permette, non si troveranno risposte. Distruggere un campo-prova, prima che ci siano i risultati, non permette nemmeno di capire cosa succede in quel campo e come si può permettere la coesistenza tra coltivazioni OGM e non OGM.

D) Fa riferimento ai famosi campi di Giorgio Fidenato? Se fosse confermato, come dice lei, che quei campi sono stati campi “di prova”, a titolo di ricerca, ci darebbe una notizia inedita… I risultati sulle analisi delle coltivazioni li hanno divulgati, tra l’altro, anche il Corpo Forestale e l’ERSA, l’Agenzia Regionale del FVG per lo sviluppo rurale, e non erano particolarmente favorevoli agli OGM…

R) Sì, confermo che erano campi-prova realizzati con quell’obiettivo. Io ho visto i risultati elaborati lo scorso anno dai ricercatori con metodo scientifico. I dati della Forestale parlano di una impollinazione incrociata calcolata su 5 metri intorno al campo, in Spagna, se non erro, il limite di distanza fra un campo OGM e non OGM è di 50 metri. Il dato prodotto dagli agricoltori di Futuragra è che oltre i 15 metri l’impollinazione incrociata sia sotto il limite di legge. Ma se non facciamo le prove con tutti i crismi della ricerca scientifica, continueremo a parlare di studi fatti da altri. Confagricoltura sostiene quello che ha scritto sulla stampa la professoressa Elena Cattaneo sollecitata da più di 700 agricoltori – tra cui sono orgogliosa di esserci stata anch’io – ovvero che più OGM nel lungo periodo significa meno chimica. Un esempio: in questi giorni il mais tradizionale seminato in tutta Italia, circa 900mila ettari, viene trattato a tappeto con pesticidi per gli attacchi della piralide; il mais OGM Bt si difende da solo. Da anni potremmo risparmiarci questi trattamenti… noi agricoltori, l’ambiente e i consumatori. Il mais OGM alla fine è pure più sano, non solo perché non ha subito trattamenti, ma perché la piralide favorisce l’attecchimento di funghi che favoriscono tossine fortemente cancerogene. L’anno scorso una buona parte del mais prodotto i Italia non era adatta al consumo umano. Perché correre questi rischi?

D) Altri studi però sono poco inclini a sostenere che si usano meno fitofarmaci nei campi OGM… E secondo uno studio recentemente pubblicato su Nature, negli USA la coltivazione di mais biotech BT, modificato per resistere alla piralide con il Bacillus thuringensis ad azione insetticida, ha portato allo sviluppo, nel tempo, di cinque insetti resistenti proprio al BT…

R) È un problema ridotto ad alcune zone e falsamente attribuito agli OGM. Negli USA sono 20 anni che gli agricoltori risparmiano trattamenti insetticidi. Ci preoccupiamo ora della resistenza della piralide al BT ma per quanti anni in America si è beneficiato degli OGM? In Europa l’uso dei fitofarmaci continua ad aumentare, in America a diminuire. Non esiste nessuna tecnologia eterna, penso ad esempio agli antibiotici, settore in cui la ricerca farmacologica continua a investire. La stessa cosa si dovrebbe fare in agricoltura. Nei campi è una lotta senza quartiere tra la natura, come insetti, infestanti, funghi tossici, e il raccolto: un campo coltivato è qualcosa di artificiale, l’uomo lo deve difendere. Il fatto che il mais OGM, unico prodotto GM ammesso in Europa, sia sicuro per la salute e per l’ambiente è stato dimostrato da studi dell’EFSA. Mi domando perché dobbiamo pagare un’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea, se poi non ci fidiamo dei dati che producono!

D) Bisogna riconoscere però che l’EFSA è contestata da diversi ricercatori perché non utilizza laboratori indipendenti per le proprie valutazioni… A ogni modo, le principali associazioni di categoria degli agricoltori sostengono la loro contrarietà agli OGM con il fatto che è inutile puntare su monoculture quando il nostro Paese ha un parterre di prodotti tipici che valgono molto in termini di reddito. Allo stesso tempo, un’indagine commissionata da AIAB ha rilevato che in Italia, nel primo semestre 2013, c’è stato un aumento di circa il 9% dei consumi di biologico, contro un calo di quasi il 4% dei consumi alimentari convenzionali. Se il mercato va nella direzione di proporre prodotti di un certo livello qualitativo, qual è la logica imprenditoriale per cui si dovrebbe andare in direzione contraria?

R) Ho due ordini di risposta. Il primo da imprenditrice. L’imprenditore deve essere lasciato libero di fare impresa e assumersi il rischio di trovare un mercato e soddisfarlo, così come di produrre un qualcosa che nessuno vuole. Vengo al secondo punto: sicuri che questo qualcosa nessuno lo voglia? I prodotti agroalimentari del Made in Italy, le grandi DOP ad esempio, vivono grazie ai mangimi fatti in buona parte da soia e mais importati e GM. In una nota del settembre 2013, il Ministero delle Politiche Agricole ammetteva che il nostro agroalimentare non può restare in piedi senza gli OGM. Non vedo la logica economica di far produrre una coltura GM in un altro paese, frustrando le scelte degli imprenditori italiani, e poi importarla con tutti i costi aggiuntivi che ciò comporta. Sul biologico e in generale su prodotti di nicchia – in cui credo per differenziare le produzioni – per quanto ampio sia il loro mercato, a eccezione di parmigiano o grandi prosciutti, restano pur sempre prodotti di nicchia. Se tutti ci mettessimo a produrre, ad esempio, il radicchio di Treviso Igp o il riso del Delta del Po Igp, uccideremmo il mercato di questi prodotti tipici. Per la stessa ragione non possiamo metterci tutti a produrre biologico per il fatto che il mercato non lo assorbirebbe, sarebbe un suicidio economico. Oltretutto la pianura padana è una enorme distesa di cereali, mais e soia, grandi colture alla base della filiera zootecnica italiana che porta ai prodotti Made in Italy.

D) Lei sarebbe favorevole all’obbligatorietà di indicare in etichetta se il prodotto contiene o meno OGM?

R) Il consumatore deve sapere cosa compra e ciò significa anche informarlo su cos’è la filiera italiana e sull’ingresso dei mangimi OGM. Da consumatore a me piacerebbe dare ai miei figli una polenta GM ma oggi non lo posso fare perché oggi non la trovo a scaffale. Credo che in Francia ci siano catene con linee 100% OGM. Da noi, con l’immagine che si è data degli OGM, l’investimento economico per ripulire questa immagine e darne una veritiera sarebbe enorme. Però è cambiata anche l’aria in tal senso, ultimamente trovo più curiosità sugli OGM, maggiore apertura mentale e maggiore informazione.

Alessandra  Sgarbossa

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