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La Corte dei Conti UE boccia la proposta sulla nuova PAC

In Europa solo i veri agricoltori, ossia coloro che producono per assicurare il cibo al consumatore finale, potranno continuare, in futuro, a beneficiare dei pagamenti diretti che l’UE versa alle aziende agricole. E’ quanto emerso dai lavori del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Ue svoltosi il 26 e il 27 aprile a Lussemburgo, il primo in cui i negoziati sulla Politica Agricola Comune (PAC) post-2013 sono entrati nel vivo della discussione.

Nella futura PAC, come ha proposto lo stesso Commissario Europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos, i contributi europei non dovranno più andare a tutti quei terreni agricoli che non producono: tra questi, terreni gestiti da aeroporti, dalle compagnie ferroviarie, da quelle immobiliari o addirittura sportive, come i grandi terreni da golf. Si è trattato di un confronto affatto semplice, soprattutto sui criteri da applicare per definire la nozione di “agricoltore attivo“, che avrà diritto agli aiuti europei e chi invece non potrà più beneficiarne. D’altronde, la posta in gioco è elevata dal momento che l’agricoltura e lo sviluppo rurale rappresentano ancora il 40% dei fondi del bilancio europei, in gran parte gestiti da Bruxelles.

A evidenziare i nodi ancore da sciogliere (eccessiva complessità, pagamenti diretti, contributi ecc), della proposta di riforma della nuova PAC –  presentata nell’ottobre 2011 dalla Commissione al Parlamento e al Consiglio europei – ha provveduto ora anche la Corte dei Conti Europea, che, con il Parere 1/2012 , dopo aver esaminato i quattro principali progetti di regolamento presentati dalla Commissione, ha esposto la propria valutazione durante una riunione ufficiale della Commissione Agricoltura (AGRI) del Parlamento UE, svoltasi lo scorso 24 aprile. I magistrati contabili europei, a quanto pare, hanno trovato delle incongruenze e mancanze, nella proposta della Commissione, che, a grandi linee, corrispondono alle perplessità già dimostrate dai singoli Stati membri.

In primo luogo vi sarebbe la questione della mancata semplificazione dei processi burocratici e amministrativi, che la Commissione si era prefissata di attuare. Come si legge nel parere, “la Corte, purché riconosca gli sforzi compiuti dalla Commissione per semplificare le disposizioni della PAC e rispondere a una serie di osservazioni formulate dal Parlamento e dal Consiglio, ritiene che il quadro normativo relativo a tale politica permanga troppo complesso”. Il quadro normativo così presentato resterebbe dunque “troppo complesso“, sia per i sei livelli di norme che disciplinano la spesa per lo sviluppo rurale, sia sulle condizioni che gli agricoltori devono rispettare per ottenere gli aiuti diretti dall’UE. Ad esempio, in relazione alla cosiddetta condizionalità, la Corte ritiene che, nonostante la riorganizzazione proposta, la complessità insita in questo strumento comporterebbe la difficile amministrazione degli organismi pagatori e dei beneficiari.

Il secondo nodo da sciogliere è quello dei “pagamenti diretti”. La sezione della proposta che ne parla non indicherebbe, secondo la Corte, quali siano gli obiettivi specifici dei pagamenti diretti agli agricoltori, né i risultati attesi da tali disposizioni o gli indicatori da utilizzare per misurare i risultati. In questo ambito rientra anche la questione dello sviluppo rurale, rispetto al quale la Corte ritiene che si debbano “definire gli obiettivi concreti e specifici perseguiti dalle misure proposte e far si che il sostegno sia mirato alle zone rurali che più ne necessitano”. Non sarebbero adeguatamente indicati nemmeno gli obiettivi e i risultati (qualitativi e quantitativi) attesi dall’attuazione degli obblighi per il cosiddetto “inverdimento” (greening) a cui alcuni pagamenti diretti sono indirizzati.

Nel mirino della Corte ci sono poi i contributi e la loro destinazione. “Permane il rischio – si legge nel parere - che in futuro i contributi europei possano andare a chi non esercita alcuna attività agricola”. Per ovviare a questo problema, la Corte ha suggerito, come è emerso anche dal Consiglio, di adottare una definizione generale e al contempo semplice di ciò che si intende per “agricoltore in attività”, basata sul conseguimenti di determinati obiettivi stabiliti dal Trattato. Tali obiettivi dovrebbero riguardare l’aumento della produttività agricola, nonché l’incremento del reddito individuale di coloro che lavorano nell’agricoltura.

La proposta sulla futura PAC, per il periodo 2014-2020, potrebbe, inoltre, comportare un incremento globale del 15 % dei costi di gestione dei regimi di pagamento diretto, che verranno sostenuti dagli Stati membri. Ma soprattutto i magistrati contabili hanno constatato “l’assenza di informazioni volte ad indicare in quale misura questi maggiori costi potrebbero essere compensati da una accresciuta efficienza nella gestione o nell’attuazione della politica in questione”.

Le carenze individuate sarebbero presenti, infine, nella sezione dedicata ai giovani agricoltori. Il progetto di regolamento dispone infatti che nel 2014 siano resi disponibili i diritti all’aiuto per i nuovi agricoltori e in particolare per i giovani che iniziano a esercitare l’attività agricola. La Corte teme però che tale disponibilità non possa essere garantita negli anni successivi al primo. Non solo: si rischierebbe che il requisito di aver attivato diritti di pagamento, nel 2011, per poter richiedere i diritti nel 2014, crei nuove barriere all’ingresso per gli stessi aspiranti agricoltori.

In definitiva, la forza del Parere della Corte dei Conti è nell’incarnare, sostanzialmente, quelle che sono state, da subito, le preoccupazioni degli Stati Membri, che trovano riscontro anche nell’ambito di discussione al Parlamento Europeo. Secondo il presidente della Commissione Agricoltura, Paolo De Castro, “leggendo gran parte dei contenuti del parere dei controllori della spesa europea, sembrava quasi di assistere a una delle tante sedute della Comagri sulla riforma della PAC. Il parere – conclude De Castro – ci dà forza e fiducia per presentare, già a giugno, le nostre proposte di riforma, che punteranno dritte alla costruzione di una futura PAC semplice, flessibile, in grado di gestire le emergenze e le incertezze dei mercati e indirizzata agli agricoltori professionali”.

Donatella Scatamacchia

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