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Festa della Liberazione (dagli OGM). Il TAR boccia il ricorso degli agricoltori biotech

Mai anniversario della Liberazione d’Italia è caduto tanto a fagiolo, almeno per gli ambientalisti e gli agricoltori biologici. Alla vigilia del 25 aprile, è arrivata infatti la notizia che il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso (qui il testo integrale della sentenza) di Giorgio Fidenato, l’agricoltore friulano pro-OGM leader di Futuragra, contro il decreto interministeriale che proibisce la semine di mais biotech MON810 e contro la regione Friuli Venezia Giulia. In altre parole la bocciatura decreta che seminare Ogm nei campi italiani resta vietato.

Nella nota diramata oggi da Stefano Masini, portavoce della Task Force per un’Italia libera da OGM, si legge tutta la soddisfazione delle molte associazioni , una quarantina in Italia, e dei coordinamenti spontanei che in questi mesi si sono mobilitati in tutta la penisola. Il Tar, secondo la Task Force, ha accolto “le linee difensive dell’Avvocatura dello Stato e delle Associazioni resistenti”- sì, proprio “resistenti”, così si definiscono, come novelle partigiane dell’ambiente – e di quegli otto italiani su dieci che, da un’indagine della Coldiretti, sono contrari all’utilizzo in agricoltura di organismi geneticamente modificati.

La sentenza, che ribadisce non solo il principio di precauzione ma anche il rischio ambientale connesso alla coltivazione di Ogm, non può che far esultare il mondo ambientalista che in massa si era schierato a favore del decreto firmato il 12 luglio scorso di concerto dai Ministri della Salute, Politiche Agricole e Ambiente. Il ricorso ha visto infatti l’intervento “ad apponendum” anche di Coldiretti nazionale, Codacons, Slow Food Italia, Legambiente, Greenpeace, l’Associazione nazionale Città del Vino, Aiab, Federbio, Fondazione Univerde e l’Asseme (Associazione Sementieri Mediterranei).

Dopo un excursus normativo sulla questione del biotech in Europa e in Italia, nel testo della sentenza il Collegio afferma che «l’autorizzazione rilasciata nel 1998 a Monsanto dalla Commissione Europea, in forza della quale l’odierna ricorrente afferma di aver maturato il diritto alla coltivazione del mais MON810, si basava su una normativa superata da quella attualmente in vigore, tant’è che a distanza di ben sette anni dalla data di presentazione dell’istanza di rinnovo della suddetta autorizzazione nessuna decisione è stata adottata dalla Commissione Europea». Nel 2007 la Monsanto Europe, aveva chiesto il rinnovo dell’autorizzazione a commerciare il suo granturco modificato geneticamente nel nostro continente ma da allora la Commissione Europea non si è ancora espressa.

Secondo i giudici la stessa Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) che cinque anni fa aveva dato parere positivo alla coltivazione di Ogm, successivamente «si era pronunciata diversamente, tenendo conto anche di altri aspetti del rischio ambientale non tenuti presenti nel parere del 2009».

Richiamando quanto affermato dal principio giuridico di precauzione, ovvero che «quando sussistono incertezze riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure protettive senza dover attendere che siano esaurientemente dimostrare la realtà e la gravità di tali rischi», il Tar afferma che il «decreto interministeriale rispecchia in toto le condizioni previste per il principio in questione in quanto sono state evidenziate le conseguenze negative per l’ambiente derivante dalla diffusione della coltura del mais MON810», conseguenze avvalorate dopo il 2009 anche dall’Efsa.

Insomma, il decreto interministeriale è assolutamente legittimo e Fidenato non solo non potrà seminare Ogm nei suoi campi, ma nemmeno avrà il risarcimento danni che aveva chiesto proprio perché la norma contro cui ha fatto ricorso è stata “legittimamente adottata”.  Dovrà “accontentarsi” di dividere le spese con le altre parti in causa.

Le reazioni non si sono fatte attendere, specie quelle entusiastiche, e altre arriveranno nei prossimi giorni. «Per quest’anno l’agricoltura italiana rimane libera da Ogm. Le nostre colture non correranno il rischio di contaminazioni e anche il settore del biologico può tirare un sospiro di sollievo. Ma attenzione, bisogna che il Governo intervenga al più presto perché il decreto in questione, risalente a luglio 2013, per la semina del 2015 non sarà più valido. Il Governo italiano ha ora una splendida occasione che va oltre i confini della nostra penisola: durante il nostro semestre di presidenza dell’UE deve andare in porto la modifica della direttiva per consentire – senza vincoli e trappole – il libero arbitrio agli stati membri in tema di Ogm», dichiara Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia.

Gli fa eco il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza: «Questa sentenza serve innanzitutto a ripristinare la legalità: nessuno può coltivare impunemente Ogm in Italia. Il Governo italiano s’impegni quindi nel semestre europeo affinché l’Ue adotti una nuova regolamentazione che consenta agli Stati membri di vietare coltivazioni Ogm anche per ragioni economico-sociali».

Coldiretti chiede al Governo di «chiarire quali siano le sanzioni da applicare nel caso di violazione del divieto di messa a coltura in modo da evitare situazioni analoghe a quanto accaduto nella scorsa estate in Friuli Venezia Giulia, che hanno portato alla contaminazione di terreni confinanti con quelli illegalmente coltivati con mais MON810, come accertato dalle indagini del Corpo Forestale dello Stato».

L’associazione degli agricoltori afferma inoltre che gli Ogm «non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale e alimentare, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico della tipicità, della distintività e del Made in Italy. Nell’Unione Europea nonostante l’azione delle lobby che producono Ogm, nel 2013 sono rimasti solo cinque, sui ventotto, i paesi a coltivare Ogm (Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania), con appena 148.000 ettari di mais transgenico MON810  piantati nel 2013, la quasi totalità in Spagna (136.962  ettari)».

Alessandra Sgarbossa

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