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Evasori ambientali: le agromafie sempre più ricche in tempi di crisi

ottobre 28, 2013 Idee, Nazionali, Politiche

Prosegue l’inchiesta di Greenews.info sull’“evasione ambientale” (#evasoriambientali), un fenomeno di cui non si parla mai, eppure più subdolo e dannoso per la collettività, in quanto i suoi effetti devastanti non sono solo di tipo economico, ma anche occupazionale, sociale, paesaggistico e di salute – a volte irreversibili. L’evasione ambientale racconta di risorse preziose sottratte a interventi di mitigazione dell’impatto ambientale, di soldi dei contribuenti spesi per rimediare danni alla collettività prodotti da soggetti privati o pubblici – talvolta dallo Stato stesso, quando è incapace di vigilare, orientare adeguatamente le risorse pubbliche e applicare le direttive di tutela ambientale emanate dall’Unione Europea.  I numeri dell’evasione ambientale sono impressionanti, eppure non rientrano ancora in nessuna contabilità ufficiale. Oggi raccontiamo l’evasione ambientale delle agromafie denunciata da Coldiretti: oltre al danno per l’erario, qual è e a quanto ammonta il danno ambientale generato da pratiche agricole e distributive degenerate, incuranti di ogni forma di sostenibilità?

Le cifre da capogiro contenute nel recente rapporto “Agromafie” dedicato ai crimini agroalimentari ed elaborato da Coldiretti ed Eurispes, tracciano i confini di un business, quello organizzato dalla malavita ai danni del settore agricolo e alimentare italiani, redditizio e in netta crescita, nonostante e, forse, proprio grazie alla crisi economica.

Il rapporto, curato dalla principale organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale ed europeo, e presentato al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione a Cernobbio il 19 ottobre scorso, certifica come l’agroalimentare sia un comparto prioritario e strategico di investimento della malavita, perché del cibo “nessuno potrà fare a meno, ma soprattutto perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la vita e la salute della persone”.

E se il volume d’affari realizzato dalle mafie agricole nel 2013 tocca i 14 miliardi di euro, con un aumento record del 12% rispetto al 2010, secondo la Direzione Investigativa di Roma – si legge sempre nel Rapporto “Agromafie” – ben il 15% del fatturato realizzato dalle attività agricole appartiene all’illecito, mentre l’Osservatorio Flai Cgil contro le agromafie e il caporalato denuncia come dei 10.563 beni confiscati alla mafia, ben 2.500 sono terreni con destinazione agricola.

Quasi un immobile su quattro confiscati è terreno agricolo, a dimostrazione della strategia di accaparramento delle campagne messa in atto dalla criminalità organizzata: su un totale di 1.674 aziende confiscate, 89 (5,3 per cento) operano nei settori “agricoltura, caccia e silvicoltura” e 15 (l’1 per cento circa) nei settori “pesca, piscicoltura e servizi connessi”, 173 (10 per cento) nella ristorazione ed alloggio e 471 (28 per cento) nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, anche nell’agroalimentare. Ancora: osservando la distribuzione regionale delle aziende definitivamente confiscate emerge il netto primato della Sicilia (45 imprese), seguita dalla Calabria (25) e dalla Campania (24).

L’agricoltura e la filiera agroalimentare rappresentano una destinazione privilegiata per gli investimenti della criminalità organizzata, perché ritenuti più sicuri in un momento di instabilità finanziaria, ma anche perché consentono di controllare capillarmente il territorio in zone dove lo Stato è meno presente. Ed è, dunque, da salutare positivamente in questo senso la notizia dell’inserimento del personale del Corpo Forestale dello Stato nella Direzione Investigativa Antimafia, anche a livello territoriale.

L’approccio, precisano Coldiretti ed Eurispes, è di tipo imprenditoriale: le mafie hanno già imposto il proprio controllo sulla produzione e la distribuzione di generi alimentari del tutto eterogenei tra loro. Controllano, in molti territori, la distribuzione e talvolta anche la produzione del latte, della carne, della mozzarella, del caffè, dello zucchero, dell’acqua minerale, della farina, del pane clandestino, del burro e, soprattutto, della frutta e della verdura. Le organizzazioni criminali, infatti, si legge, “impongono, con maggior vigore in determinate zone, i prezzi d’acquisto agli agricoltori, controllano la manovalanza degli immigrati con il caporalato, decidono i costi logistici e di transazione economica, utilizzano proprie ditte di trasporto (sulle quali spesso vengono anche occultate droga e armi), possiedono società di facchinaggio per il carico e lo scarico delle merci”. E per raggiungere l’obiettivo, i clan ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura, racket estorsivo, furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine, danneggiamento delle colture, contraffazione e agropirateria, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo, caporalato, truffe ai danni dell’Unione europea. Un quadro di evasione agricola e ambientale di cui rimangono vittime alcune delle più importanti risorse del nostro Paese: il cibo, l’agricoltura, il paesaggio rurale.

Le truffe a tavola, in particolare, hanno registrato un incremento record del 170% del valore di cibi e bevande sequestrate perché adulterate, contraffate o falsificate. Nei primi nove mesi del 2013 sono stati sequestrati beni e prodotti per un valore di 335,5 milioni di euro soprattutto con riferimento a prodotti base dell’alimentazione come la carne (24 per cento), farine pane e pasta (16 per cento), latte e derivati (9 per cento), vino ed alcolici (8 per cento), ma anche in misura rilevante alla ristorazione (20 per cento) dove per risparmiare si diffonde purtroppo l’utilizzo di ingredienti low cost che spesso nascondono frodi e adulterazioni.

Quasi un italiano su cinque (18 per cento) è stato vittima di frodi alimentari nel 2013: ben il 34 per cento dei cittadini nel momento di fare la spesa è più preoccupato rispetto al passato e tra questi oltre la metà (56 per cento) lo è perché aumentano i furbi che cercano di frodare sul cibo, il 44 per cento perché le aziende risparmiano sugli ingredienti e il 33 per cento perché è costretto ad acquistare prodotti meno costosi. Per effetto della crisi, infatti, il cibo low cost nei discount è l’unico settore a registrare un aumento delle vendite mentre negozi tradizionali, iper e supermercati risultano tutti in flessione nei primi sette mesi del 2013, secondo l’Istat. Ma l’uso di ingredienti di minore qualità o di metodi di produzione alternativi possono a volte mascherare anche vere e proprie illegalità, come è confermato dall’escalation dei sequestri.

La contraffazione e la falsificazione dei prodotti alimentari italiani costa al nostro Paese 300mila posti di lavoro che si potrebbero creare nel Paese con una seria azione di contrasto a livello nazionale e internazionale: il fatturato del falso Made in Italy, solo nell’agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro. Mentre il fatturato delle esportazioni agroalimentari nazionali ha raggiunto la cifra record di 34 miliardi nel 2013, ma potrebbe addirittura triplicare: purtroppo alla perdita di opportunità economiche e occupazionali si somma il danno provocato all’immagine dei prodotti nazionali, soprattutto nei mercati emergenti dove, spesso, il falso è più diffuso del vero, condizionando negativamente le aspettative dei consumatori.

Ilaria Donatio

#evasoriambientali

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