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Fiumi d’Italia: i malati gravi che nessuno cura

novembre 28, 2014 Nazionali, Politiche

Malati ancora recuperabili, ma gravi e mal curati. I fiumi italiani versano in cattive condizioni: più ancora dei dati Eurostat, secondo i quali quasi un corso d’acqua su due in Italia ha uno stato ecologico inferiore a “buono”, ce lo dicono in maniera inequivocabile le immagini e le notizie dei giorni scorsi. Corsi d’acqua esondati in mezza Italia, dalla Liguria a Milano, da Parma a Carrara; torrenti che rompono gli argini e invadono case e zone industriali, fango che si riversa nelle strade, in negozi che non riapriranno più, nei piani bassi dei palazzi.

I dati sul dissesto idrogeologico (le aree ad elevata criticità rappresentano il 10% della superficie nazionale e riguardano l’81% dei comuni) e i costi dell’inazione (oltre 60 miliardi di euro i danni stimati dal 1944 al 2012) ormai li sanno anche i muri e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ma da dove ha avuto origine questa situazione allarmante? Cosa c’è dietro i fiumi che rompono gli argini travolgendo cose e persone e quelli ridotti a un rivolo incapace di garantire la vita agli ecosistemi acquatici?

Nel 2011, con il rapporto Fiumi d’Italia, il WWF ha censito diversi corsi d’acqua italiani, mettendone in luce le criticità. Prime tra tutti la frammentazione delle competenze e il taglio dei fondi per le opere di gestione dei fiumi. A cui si aggiungono, spiega lo studio, l’artificializzazione dei fiumi, cementificati e depredati delle risorse.  “Mali che sono la “canalizzazione” e la diffusa “infrastrutturazione” (sbarramenti, traverse, plateau, piloni per strade, superstrade, autostrade…) della rete idrografica, il consumo e l’impermeabilizzazione dei suoli che dovrebbero essere lasciati all’esondazione naturale, la continua distruzione della vegetazione riparia, i progetti di “navigazione” come ultima scusa per cavare sabbia e ghiaia dal letto dei fiumi, l’aumento e la diversificazione degli usi dell’acqua fino ad usarla in maniera indiscriminata per la neve artificiale per le piste da sci, così da allungare le stagioni sciistiche fino a maggio e mantenere gli impianti anche a quote dove la neve, in questi ultimi decenni, è divenuta una rarità”.

Negli ultimi decenni, spiega Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale, “i fiumi sono stati ristretti e canalizzati. Le pianure inondabili, spazi dove il fiume poteva esondare naturalmente senza fare danni, sono state urbanizzate, oppure isolate dal fiume attraverso argini per proteggere campi e pascoli realizzati a ridosso del corso d’acqua”. Viene in mente il caso di Olbia, dove l’anno scorso il passaggio del ciclone Cleopatra ha messo la città in ginocchio. Sul banco degli imputati c’è al primo posto la cementificazione: la città ha 16 quartieri abusivi, con molte costruzioni nell’alveo dei corsi d’acqua.

Ad aumentare il rischio alluvioni, poi, è anche l’abbassamento dell’alveo del fiume, dovuto spesso ad attività estrattive, e in diversi casi anche a interventi di messa in sicurezza, almeno nelle intenzioni. “Spesso dopo le alluvioni si chiede di rimuovere i detriti dai fiumi, ma proprio a causa delle eccessive escavazioni il letto dei corsi d’acqua si abbassa, perdendo una connessione con le aree circostanti, che rimangono sospese e non riescono più ad assorbire acqua”, aggiunge Goltara.  Lungo l’Adda, in Lombardia, per esempio, si contano secondo il WWF oltre 474 ettari di aree occupate da una quindicina tra cave e attività di lavorazione di inerti. Sul Piave, in Veneto, sono stati rilevati 12 cantieri di lavorazione ghiaia, per circa 33 ettari di area fluviale occupata.

C’è poi la questione del prelievo eccessivo delle acque per alimentare la produzione industriale e irrigare campi e coltivazioni in serra, che in certi casi arriva a prosciugare i fiumi durante la stagione estiva. Da una parte c’è l’inquinamento causato da fertilizzanti, nitrati e sostanze chimiche di origine industriale che finiscono nei fiumi, dall’altra “gli eccessivi prelievi d’acqua per i differenti usi, spesso scoordinati tra loro”, che “hanno stravolto i regimi naturali dei corsi d’acqua, enfatizzando i fenomeni estremi (magre e piene) ai quali, recentemente, si sono anche aggiunte le conseguenze dei cambiamenti climatici”, si legge ancora nel report del WWF. Vedi il caso del Po: dove ogni anno viene prelevato il 70% dei deflussi naturali, con effetti che riguardano il prosciugamento di ambienti umidi vicini al fiume, minacciando direttamente la diversità biologica. Aspetto su cui grava anche  la crescente diffusione di specie aliene, dal pesce siluro al gambero rosso della Louisiana, che, spiega ancora il WWF, “hanno ulteriormente contribuito ad impoverire la biodiversità originaria e ad alterare gli habitat”.

Insidie e criticità si nascondono anche dietro diverse derivazioni dei fiumi per produrre energia idroelettrica: le centrali spesso non adottano misure di mitigazione del proprio impatto sui corsi d’acqua, con effetti negativi sugli ecosistemi e gli aspetti geomorfologici. “In tutto il tratto derivato, la portata rilasciata è molto diversa da quella naturale. Dighe o invasi di frequente alterano i sedimenti, con effetti che si sentono per decine o centinaia di chilometri: si producono ondate di fango che possono portare per esempio anche a morie di pesci. E critico è anche il fenomeno dell’hydropeaking, picchi di portata legati a produzioni di picco degli impianti nelle ore del giorno in cui c’è maggiore richiesta di energia:  si producono così delle piccole piene  che alterano le forme geomorfologiche dell’alveo e hanno effetti devastanti sugli ecosistemi in termini di spiaggiamento e trascinamento”.

Legambiente Piemonte-Valle d’Aosta ha denunciato in un documento la situazione dei fiumi delle due regioni. Ecco per esempio qual è stata la situazione nell’estate 2012 in provincia di Cuneo: “A partire dalla fine di luglio 2012, si è verificata una situazione di asciutta totale nei seguenti corsi d’acqua: fiume Po, torrente Varaita, torrente Maira, torrente Grana, torrente Stura, torrente Gesso. Si tratta di corsi d’acqua che, nel tratto montano, vedono ridimensionate (anche negli affluenti minori) le loro portate a causa di derivazioni idroelettriche; il loro sbocco nella pianura, a causa delle derivazioni irrigue, li vede ridotti a distese di sassi, com’è evidente per chi percorra, a partire da luglio, le principali strade pedemontane. Particolarmente gravi sono, in Provincia di Cuneo, le conseguenze sugli ecosistemi fluviali, spesso in contraddizione con le stesse misure di tutela dell’ambiente e del territorio”.

Veronica Ulivieri

Leggi la seconda parte su LaStampa.it, nella sezione Green News

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