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Il paradosso delle tasse ambientali in Italia: io inquino, tu paghi e lo Stato incassa (per fare altro)

dicembre 15, 2017 Nazionali, Off the Green, Politiche, Rubriche

Ieri ha avuto un certo risalto, sui grandi media (La Repubblica a pag. 4, Oscar Giannino su Radio 24), l’esito di un rapporto dal titolo “Chi inquina paga? Tasse ambientali e sussidi dannosi per l’ambiente. Ipotesi di riforma alla luce dei costi esterni delle attività economiche in Italia“, appena diffuso dall’UVI, l’Ufficio di Valutazione Impatto del Senato. Il curatore dello studio è Andrea Molocchi, economista del Ministero dell’Ambiente ed ex socio dell’ECBA Project, a cui Greenews.info, in questi anni, ha dato spazio in numerose occasioni. Perché il tema di cui parla Molocchi non è una questione ambientale qualsiasi, ma – non mi stancherò mai di ripeterlo – la chiave di volta per l’affermazione stessa della green economy: la riforma della fiscalità ambientale. Tanto che già nel 2013 decidemmo di dedicarle un hashtag e una serie di pungenti approfondimenti, dal titolo “Evasori ambientali” – che tornano di estrema attualità.

Dall’analisi dei dati emerge infatti che, nel solo 2013 (ultimi dati disponibili), lo Stato italiano ha incassato 53.1 miliardi di euro da tasse riconducibili a intestazioni “ambientali”:  accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore e sull’inquinamento e sulle risorse naturali. Ma il punto è chi le ha pagate? E dove sono finite?

Le famiglie italiane, che con riscaldamento domestico ecc. inquinano l’atmosfera e l’ambiente acustico (i soli due ambiti per il momento analizzati) per 16.6 miliardi, ne hanno versati, in realtà, 28.2! Mentre le imprese, che impattano complessivamente per 33.6 miliardi di “esternalità”, ne hanno versati 24.8. E l’agricoltura, responsabile (soprattutto nelle sue forme “convenzionali”) di danni per 10.9 miliardi, paga in imposte la miseria di 750 milioni di euro - oltre a ricevere lauti finanziamenti dalla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea. Una sperequazione enorme, tanto più se si tiene presente che il principio chi inquina deve pagare è stato formalmente inserito nei Trattati europei già nel 1986.

Come recita un vecchio proverbio piemontese, qui è l’ospedale che mantiene la chiesa! O per dirla scherzosamente (anche se c’è poco da ridere) alla lombarda: la sciura Maria paga il 70% in più del dovuto, il cummenda il 26% in meno e il furbo contadino si porta a casa ben il 93% di sconto fiscale.

Entrando nel dettaglio di ciascun settore l’analisi rivela poi ulteriori ingiustizie: nell’ambito dell‘industria, ad esempio, quindici settori produttivi ne “mantengono” altri quattro ambientalmente parassitari: 1) quello del coke e raffinazione (niente meno!); 2) cemento, ceramica e vetro; 3) metallurgia; 4) industria della carta. Mentre le costruzioni, il commercio, il trasporto terrestre e il settore alberghiero, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, versano più del danno che arrecano (sempre limitatamente all’inquinamento in atmosfera e da rumore) e la farmaceutica “paga il giusto”.

Ma il grande problema, al di là della ripartizione del carico, è che solo l’1% di queste tasse definite impropriamente “ambientali” va a sostenere progetti di miglioramento ecologico del Paese! E’pur vero, come ricorda Oscar Giannino, che non si tratta, se non in minima parte, di “tasse di scopo” con una precisa destinazione d’impiego, ma che il 99% del gettito vada a tappare buchi di vario genere – dalle missioni internazionali di pace, ai danni da terremoto, alle continue “emergenze” della finanza pubblica – è francamente inaccettabile. Così come il fatto che 16,2 miliardi dei 53 totali, vadano paradossalmente a finire in sussidi ambientalmente dannosi a settori come il trasporto aereo, il trasporto marittimo, la raffinazione e altri.

Lo studio dell’UVI non si limita però a denunciare le storture del sistema, propone anche delle soluzioni per riformarlo, in base alla conclusione che “in Italia ci sono ampi margini per migliorare la qualità delle imposte ambientali, attraverso la valutazione dei costi esterni ambientali e un’equa applicazione del principio chi inquina paga“. Secondo il curatore si potrebbe, ad esempio, tassare i chilometri effettivamente percorsi dai mezzi di trasporto e non la potenza nominale (i “cavalli fiscali”), eliminare quei sussidi assurdi come l’esenzione dall’accisa per il combustibile del settore aereo e marittimo e correggere le distorsioni delle agevolazioni IVA (quelle, si legge nel report, che “si verificano quando l’agevolazione è riconosciuta a prodotti che hanno elevate esternalità, come l’elettricità e il gas, in quanto i costi ambientali per la collettività della loro produzione erodono gli eventuali benefici dell’agevolazione”).

Tutto questo – è bene ribadirlo – senza che si debba ulteriormente aumentare, per cittadini e imprese, un carico fiscale già oggi insostenibile. Come chiariscono infatti le Osservazioni conclusive: “Se accompagnata dalla parallela riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro, la riforma della fiscalità ambientale potrebbe avvenire senza incidere sulla pressione fiscale complessiva. Inoltre, essa consentirebbe di finanziare anche un piano di interventi green (infrastrutturali e di sostegno alla green economy) che coniughi gli obiettivi di rilancio dell’economia con l’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”. Una soluzione per nulla utopica, ma decisamente win win per tutti – tranne che per i fortunati inquinatori di oggi, che mantengono astutamente il silenzio.

Andrea Gandiglio

 

 

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