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La lotta al cambiamento climatico nell’agenda di Obama, tra Unione europea e Cina

giugno 10, 2014 Internazionali, Politiche

“Climate change is not a distant threat, it’s affecting us right now. Here’s why it’s time to #ActOnClimate”. (Il cambiamento climatico non è una minaccia lontana, ci sta colpendo proprio ora. Ecco perché è ora di agire). Con questo semplice tweet la Casa Bianca ha annunciato la decisione dell’amministrazione Obama di ridurre, sul territorio nazionale, le emissioni di gas inquinanti degli impianti energetici che contribuiscono al riscaldamento globale. “È il passo più importante mai intrapreso nella storia del nostro paese per combattere l’emergenza climatica” ha commentato Al Gore sulle pagine dell’Huffington Post.

In sintesi, la Environmental Protection Agency ha proposto un regolamento che richiederebbe alle centrali energetiche di tagliare – entro il 2030 – le emissioni del 30% rispetto ai livelli del 2005. Un piano climatico ambizioso, che rischia davvero di essere il più grande passo verso il più vicino obiettivo del Presidente di ridurre le emissioni di gas serra negli Stati Uniti del 17% entro il 2020.

Visto che stiamo parlando degli Stati Uniti – una vera e propria potenza, capace di influenzare la politica mondiale – queste poche righe non bastano per comprendere le implicazioni del Clean Power Plan. Cerchiamo quindi di capire di più rispondendo ad alcune domande.

Perché regolamentare le emissioni di anidride carbonica dalle centrali energetiche? Ormai è ben chiaro che la CO2 prodotta dalle attività antropiche è il più grande motore del cambiamento climatico e gli Stati Uniti sono responsabili del 31-38% delle emissioni globali. L’amministrazione Obama ha già preso di mira i veicoli a motore; ha disposto nuovi limiti di emissioni sulle auto nel 2009 e per veicoli pesanti quest’anno. Ma attualmente non esistono restrizioni per l’industria che è responsabile di oltre il 67% del totale delle emissioni. In altre parole, le 1.600 centrali elettriche di cui 600 a carbone attualmente  attive in USA superano da sole le emissioni totali di carbonio del Centro e Sud America. Abbassare queste cifre potrebbe avere benefici che vanno oltre la lotta al cambiamento climatico. A tal proposito, uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Harvard e di Syracuse sostiene che la riduzione della quantità di carbonio emesso dalle centrali elettriche limiterebbe anche le emissioni di altri inquinanti tossici come il biossido di zolfo e mercurio, responsabili di patologie come asma e malattie cardiache. A dire il vero le emissioni di carbonio USA sono diminuiti rispetto al picco del 2007, e lo scorso autunno l’EPA ha emesso regole che potrebbero impedire la costruzione di nuove centrali a carbone. Una eventualità resa possibile anche dal boom dello shale gas, fonte energetica comunque non priva di controindicazioni. Inoltre, il carbone e il gas naturale rimarrebbero le due principali fonti di produzione di energia elettrica negli Stati Uniti.

Quale Stato USA sarà più colpito dalle nuove regole? L‘EPA permetterà a ciascuno Stato di elaborare un proprio piano. Che potrebbe includere le cosiddette misure “inside-the-fence”, come l’installazione di tecnologie di carbonio scrubbing su impianti esistenti; e misure “outside-the-fence” come investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica, o un sistema di tariffazione del carbonio. Con più opzioni sul tavolo, le regole sembrano meno una “guerra al carbone” e più un’opportunità per gli Stati di tracciare il proprio percorso alternativo ad un’economia ad alta intensità di carbonio. Avranno tempo fino al 2016 per adeguarsi ai nuovi standard, mentre dal 2020 si prevede l’entrata in vigore delle nuove regole in modo uniforme in tutti gli USA.

Cosa sostengono coloro i quali criticano la misura? La Camera di Commercio degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto secondo il quale le nuove norme potrebbero costare all’economia 1 miliardo di dollari all’anno in posti di lavoro ed attività economica persi. La National Mining Association ha, invece, creato spot radiofonici in cui annuncia che la bolletta elettrica degli americani aumenterà dell’80%. Il gruppo pro carbone ACCCE ha concluso che le nuove regole possono condurre fino a 151.000 milioni dollari in costi supplementari dell’energia per i consumatori entro il 2033. In realtà, l’impatto economico dipenderà da come ciascuno Stato sceglierà di implementare gli standard stabiliti.

Perché gli Stati Uniti dovrebbero preoccuparsi ed agire se la Cina, l’India e altri grandi inquinatori non pensano ad azioni concrete? Per prima cosa, la Cina, nel corso degli ultimi anni, ha messo a punto una serie di programmi di cap and trade municipali per i limiti di CO2 che hanno portato le fonti rinnovabili dal 21% del 2007 al 30% dello scorso anno. Tuttavia, gli analisti di politica energetica cinesi hanno già iniziato a guardare da vicino la presa di posizione americana. Poco dopo il discorso di Obama, il presidente del Comitato cinese sui cambiamenti climatici He Jiankun ha dichiarato che Pechino introdurrà, oltre ad un obiettivo di riduzione dell’intensità di carbonio, anche un tetto alle emissioni, una novità assoluta. Jiankun ha poi ritrattato, dicendo che quelle erano solo opinioni personali, ma senza dubbio c’è un dibattito interno alla Cina sulla necessità di ridurre la dipendenza dal carbone. Una questione importante riguarderà la diminuzione della domanda di carbone negli Stati Uniti a causa delle nuove regole e l’aumento delle esportazioni verso la Cina, che vedrà potenzialmente ridursi i prezzi della materia prima oltre all’aumento della già grave dipendenza del Paese da esso. Sarebbe quindi un bene per l’industria cinese, ma un male per l’ambiente. Robert Stavins, economista ambientale presso Harvard ed esperto di negoziati internazionali sul clima, sostiene che le nuove regole probabilmente non influenzeranno altre nazioni industrializzate a firmare per un nuovo trattato globale sul clima alla conferenza delle Nazioni Unite in programma il prossimo anno a Parigi, ma potrebbe almeno ridurre le dure critiche rivolte agli Stati Uniti da parte dei Paesi in Via di Sviluppo. L’annuncio sarà comunque un segnale che Obama è seriamente intenzionato a far fronte al cambiamento climatico.

Quale rapporto tra il piano americano e la politica energetica dell’Unione Europea? Il piano energetico dell’UE del gennaio scorso sanciva il taglio del 40% delle emissioni che minacciano il clima ed il raddoppio delle fonti rinnovabili: dal 14% di oggi al 27%; il tutto entro il 2030. Per il Commissario europeo per l’Ambiente, Connie Hedegaard, il Decreto dell’amministrazione Obama è “una buona notizia in quanto dimostra che gli USA prendono seriamente il cambio climatico”. “Tutti i paesi, inclusi gli Stati Uniti, devono fare di più”, sottolinea comunque il Commissario: alla prossima Conferenza di Parigi sarà infatti indicata la via per restare al di sotto dell’aumento di 2 gradi della temperatura media globale. Gli osservatori internazionali si aspettavano, tuttavia, alcune importanti decisioni multilaterali già nel G7 del 5-6 giugno tenutosi a Bruxelles. Per due ragioni fondamentali. La prima è che in vetta all’ordine del giorno c’era il tema dell’indipendenza energetica alla luce della crisi ucraina. Nessun passo avanti su questo tema scottante è stato concretamente deciso e questo mina anche le sorti della lotta al cambiamento climatico. Solo uno spostamento verso un sistema energetico efficiente basato sulle fonti rinnovabili potrà liberare nostre economie dalle catene della dipendenza energetica ed assicurare sicurezza e salute alle generazioni future. Il secondo motivo, invece, riguarda l’ultima mossa sullo scacchiere internazionale operata da Putin. Il quale non più di una settimana fa ha gettato le basi per costruire un’unione economica con Bielorussia e Kazakistan. Mosca, esclusa dal G7, guarda quindi a Est e c’è da scommettere che l’energia sarà presto un attore fondamentale in questo nuovo mercato comune.

Beatrice Credi

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