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La Rivoluzione Verde ai tempi della crisi. Un’analisi impietosa Top Contributors

Con il consueto obiettivo di stimolare un dibattito serio e documentato pubblichiamo, in esclusiva su Greenews.info, l’analisi di Bruno Pampaloni, contributor di Affari e Finanza – La Repubblica e attento osservatore di questioni energetiche e geopolitiche. L’intervento di Pampaloni approfondisce alcuni dei punti più controversi emersi nel corso dell’intervista di Letizia Tortello al Premio Nobel Woodrow Clark, ospite ieri a Torino di Biennale Democrazia.  Ricordiamo a chi volesse intervenire nel dibattito, rispetto ai temi trattati da Clark e da Pampaloni, che può farlo nella pagina di Greenews.info su Facebook, raggiungibile dalla nostra homepage.

Barack Obama, Photo of Shepard Fairey, Courtesy of Doobybrain.comPer capire come potrebbe evolvere la mano di poker che ha per posta la “Rivoluzione verde” occorre risalire al settembre 2008, al fallimento di Lehman Brothers e al successivo crac finanziario, che ha provocato la recente, grave recessione. Qui risiedono le ragioni dell’attuale fase di stallo cui la Green Revolution sembra essere stata relegata – complice il fallimento del vertice di Copenaghen.

La battaglia contro i cambiamenti climatici pare insomma giocata su continui “rialzi” che nessuno, al  momento, intende  “andare a vedere”.  Molti sono i giocatori  intorno tavolo. Stati Uniti ed Europa, ciascun per proprio conto, ambiscono al premio di eco-virtuosi, mentre la Cina finge di voler arrivare alla partita finale con le carte in regola. Impossibile oggi prevedere gli esiti di uno scontro così poderoso.  Alle aperture, ai discorsi e alle note di speranza per un accordo globale sul clima (da trovare comunque) seguono improvvise chiusure e segnali negativi. Per vedere “di nascosto l’effetto che fa”, avrebbe detto una nota canzone.

Si è molto discusso su chi o cosa abbia contribuito ad affossare il vertice di Copenaghen: Paesi come la Cina o l’India ostili a frenare il proprio impetuoso e controverso sviluppo, lo scontro fra democratici e repubblicani americani sulla qualità e sulla quantità delle emissioni nocive da ridurre, l’aumento del numero di scienziati scettici o apertamente dissidenti sul fatto che l’attività dell’uomo sia in grado di governare il clima, il cosiddetto Climatgate, scoppiato quando sono state trafugate alcune e-mail dall’università di East Anglia.  Spiegazioni parzialmente condivisibili. Ma, come anticipato,  più di tutto ha potuto la fase di recessione che – al di là di ogni sincera, emotiva preoccupazione per le sorti della salute del Pianeta – condizionerà inevitabilmente in senso restrittivo le disponibilità finanziarie da destinare, in tempi brevi, alla Green Revolution.

E allora torniamo al settembre 2008 e al balletto di cifre che ha seguito la tempesta finanziaria. Difficile venirne a capo. Chi dice 2200 miliardi di dollari, chi, prudentemente stima in “appena” 1.437 miliardi di  dollari la “dote conservata” in 827 istituti di credito mondiali (cifra paragonabile al Pil del Canada). E’ vero: c’è anche chi pensa, ottimisticamente, che il peggio sia ormai passato. Il fatto è che sembra impossibile valutare esattamente l’ammontare dei titoli tossici  o le possibili perdite e svalutazioni in giro per il mondo. Proprio perché, secondo molti analisti, è probabile che il 90% degli strumenti finanziari viaggi su mercati non regolamentati. Essi varrebbero nel loro insieme circa dieci volte il Prodotto Interno Lordo mondiale. Quando istituzioni e governi chiedono alle banche di ricapitalizzare, parametri più severi per concedere credito alle aziende, aumento delle riserve e a se stessi impongono maggior rigore finanziario diventa difficile pensare che a Copenaghen potessero venire annunciati stimoli ambientali di portata storica.

Il “pacchetto clima” del 20+20+20 che l’Europa si è autoimposta comporterà, molto probabilmente, conseguenze economiche per i cittadini e per le imprese da non sottovalutare. Come l’aumento del costo del kWh, gli alti costi connessi alla messa fuori esercizio di impianti non ammortizzati, la diminuzione di competitività con conseguente minor occupazione e minore sviluppo, una maggiore imposizione fiscale. Tutto giustissimo avendo quale obiettivo la Rivoluzione Verde. Reinvestendo e programmando nella Rivoluzione Verde. Ma con la Cina come la mettiamo? Come è possibile restare competitivi sul mercato quando gli stessi comportamenti virtuosi, un’analoga sensibilità ambientale, la stessa capacità di pagare un prezzo (economico e sociale) pur di lasciare in eredità un Pianeta più “verde” alle nuove generazioni non sono condivisi da un competitor poco corretto e, spesso, inaffidabile?  Secondo lo storico francese Thierry Wolton “se la Cina dovesse raggiungere il livello di consumi di energia degli Stati Uniti arriverebbe a emettere una quantità di gas serra pari a quella emessa da tutto il resto del pianeta[1].

In base alle stime della Banca Mondiale, l’inquinamento pesa sul Pil cinese tra l’8% e il 12%. Eppure Pechino sembra non curarsene e finanzia uno sviluppo drogato, trasformando i fiumi in depositi per rifiuti, inquinando i mari e l’aria, avvelenando i villaggi, praticando la deforestazione selvaggia non solo in casa propria ma anche in alcuni paesi satelliti, come il Myanmar. Senza contare che, per contribuire decentemente alla salute della Terra, la Cina dovrebbe destinare almeno il 3% del Pil al risanamento ambientale, invece di un più misero 1,5%.

Va poi tenuto in conto come negli Stati Uniti esista tuttora una forte opposizione a scelte troppo virtuose sui temi ecologici. Di fatto, durante la conferenza di Copenaghen, c’è stato chi ha chiesto ad Obama di boicottarla poiché “senza una scienza credibile e con una posta così alta in gioco”, in caso di accordo, i suoi connazionali avrebbero avuto di che preoccuparsi. Argomentava così per esempio Sarah Palin, che si batte per impedire consistenti tagli alle emissioni. I quali, a suo dire, provocherebbero la perdita di posti molti di lavoro e un aumento delle tariffe energetiche. Non esattamente quello che gli americani si aspettano di sentirsi dire in tempi di crisi. Si potrà osservare: discorsi da reazionaria. In realtà, negli Stati Uniti l’opposizione a forti stimoli ambientali pare molto più trasversale di quanto si pensi e raccoglie consenso anche tra i democratici moderati.

Va ricordato ancora come, tra i paesi più ricchi, vi sia chi pretende di indebolire la posizione dell’Onu nella gestione dei finanziamenti da erogare per la mitigazione e la riduzione delle emissioni. E chi intende legare la concessione di fondi strutturali, per aiutare le economie dei paesi in via di sviluppo, al contenimento delle emissioni stesse. Un circolo vizioso, in breve.

E allora, per concludere, come uscirne? Si deve rinunciare ad ogni speranza di immaginare la riuscita di una Rivoluzione Verde? Niente affatto. Tuttavia, anche se non esiste una ricetta miracolosa, è importante pensare a obiettivi credibili. Serve ovviamente misurare e studiare attentamente il clima e le sue evoluzioni, puntare su un serio risparmio energetico, investire in ricerca e sviluppo e in quel mix energetico di cui le fonti alternative sono una componente imprescindibile, ma non sempre matura industrialmente. Ma soprattutto oggi serve trovare un compromesso con quei soggetti (istituzionali e no) che si dichiarano indisponibili a far ricadere solo o significativamente sulle produzioni industriali tutti gli oneri ambientali.

Poiché non va sottovalutato il potere d’interdizione di costoro – e pur sempre la salute della Terra resta sotto esame  – occorre prendere in considerazione quali siano le politiche che gli scettici intendono adottare per legare indipendenza energetica e stabilizzazione dei livelli di CO2. Servono pertanto tecnologie consolidate e proposte credibili (da accoppiare agli interventi fin qui adottati), che prevedano la riduzioni delle emissioni inquinanti in maniera sensibile, con risultati sicuri, in tempi certi  ed economicamente sostenibili. E che aiutino soprattutto le economie mature a mantenere competitivi i propri campioni industriali nazionali, senza i quali un paese moderno è costretto a soccombere e a disperdere quel capitale di saperi che, soli, offrono la possibilità di aumentare e migliorare la quantità di lavoro qualificato. In mancanza di ciò non è possibile porsi alcun credibile obiettivo di “Rivoluzione Verde”. 

Ed ecco allora tornare in campo il discorso del mix energetico. Che comprende anche l’innominabile nucleare. In Italia è ancora lontano, ma nel mondo è una realtà. In 30 paesi sono in esercizio 439 reattori, che contribuiscono per il 16% ai consumi di energia elettrica a livello mondiale. Secondo uno studio presentato al convegno organizzato dall’Associazione Galileo 2001 nel 2007 il nucleare ha prodotto nel mondo circa 2.660 miliardi di kWh, che altrimenti sarebbero stati prodotti utilizzando il carbone. In tal modo, nel 2007 , ha consentito di evitare l’immissione in atmosfera di 2 miliardi di tonnellate di CO2, realizzando l’equivalente di tre protocolli di Kyoto” [che ha l’obiettivo di riduzione complessivo di 0,7 miliardi di tonnellate all’anno per i paesi aderenti, NdR].

Un endorsement per l’atomo? No, solo un contributo senza pregiudizi alla discussione. Le questioni dell’approvvigionamento del combustibile,  della localizzazione dei siti destinati a ospitare le centrali e dello smaltimento dei rifiuti a bassa e media attività devono essere risolte senza ambiguità. Ma non è un’analisi di scenario come questa la sede opportuna per parlarne. In una fase di crisi come quella attuale va tenuto conto che il nucleare è una tecnologia capital intensive e pertanto occorre che i governi si impegnino per stabilizzare i prezzi dell’energia e su misure per garantire il rischio di capitale. 

Non è un caso che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, certamente non insensibile ai temi verdi, abbia appena rilanciato il nucleare a stelle e strisce con l’annunciata costruzione di due nuove centrali, dopo più di trent’anni di stasi. Sul piatto 8 miliardi di dollari. “Per molto tempo si è creduto che chi si batte per l’ambiente debba essere contrario al nucleare, ma è un controsenso: il nucleare è la nostra unica fonte di energia pulita” ha affermato Obama. Dichiarazioni “eretiche” che fanno pendant con il massiccio piano solare per cui il Presidente degli Stati Uniti è ben più famoso.  

Bruno Pampaloni 

Sul costo e la disponibilità dell’uranio si veda anche: Bruno Pampaloni, “Nucleare, il costo dell’uranio è un rebus“, La Repubblica – Affari & Finanza, 22 febbraio 2010

Su nucleare ed emissioni: ”Da Greenpeace al sì al nucleare, il salto di Patrick Moore“, Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2010


[1] Thierry Wolton, Il grande bluff della Cina.  Dal latte alle Olimpiadi. Come Pechino ci vende la sua Rivoluzione capitalista, p.132,  Gremese, Roma, 2008.

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