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Land grabbing: quando gli squali della finanza diventano “agricoltori”

marzo 25, 2014 Internazionali, Politiche

All’indomani della crisi economica globale, si è aperta una caccia alla terra di proporzioni gigantesche. Come documenta il recente rapporto del californiano Oakland Institute, think tank indipendente  - “Down on the farm. Wall Street: America’s new farmer” – un’area “che corrisponde a otto volte quella del territorio britannico, è stata comprata o presa in locazione nella parte del mondo in fase di sviluppo, tra il 2000 e il 2011”. Il report parla di una nuova generazione di “investitori istituzionali” – hedge fund, private equity e fondi pensione – che sta avidamente traendo profitto dai terreni coltivati, violando la sicurezza alimentare e calpestando i diritti acquisiti dalle popolazioni su quelle terre. Questo fenomeno ha toccato il suo apice nel 2008, quando i prezzi del cibo si impennarono insieme all’interesse degli investitori. Oggi, si legge sul report, “ha sconfinato in una vera e propria bolla finanziaria e speculativa”.

La corsa all’accaparramento delle terre nei paesi in via di sviluppo provoca inevitabilmente conflitti sociali ed economici, a causa dell’impatto pesantissimo che le comunità residenti lamentano sul proprio stile di vita: impedimento dell’accesso ai pascoli, alle fonti idriche e alle altre risorse necessarie per la sussistenza, che di fatto costringono ad abbandonare le abitazioni.

Organizzazioni internazionali (anche italiane) si sono mobilitate per fare da cassa di risonanza e offrire il proprio sostegno alle popolazioni. È quello che è successo in Senegal, nel 2011, quando il progetto di un’azienda, la Senhuile SA controllata per il 51 per cento dall’italiana Tampieri Financial Group SpA e al 49 per cento dalla società senegalese a capitale misto Senéthanol, prevedeva di affittare ben 20mila ettari della riserva di Ndiael, intorno alla quale  sorgono una quarantina di villaggi abitati da decenni da comunità autoctone.

Ardo Sow, portavoce dei villaggi del Ndiael che resistono al progetto, è volato in Europa insieme a una delegazione di esponenti delle comunità locali per sensibilizzare la società civile affinché chieda alla Tampieri di porre fine a un progetto controverso. Ardo non usa mezzi termini. “La nostra indignazione è enorme. Una prima analisi  dei possibili impatti sociali e ambientali è stata condotta solo mesi dopo l’inizio del progetto. Come se non bastasse le mappe usate dai tecnici per il loro studio presentavano solamente sei dei 40 villaggi compresi nell’area e interessati dall’attività di accaparramento delle terre”.

Organizzazioni come ActionAid impegnata nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale e Re:Common, associazione che promuove la giustizia ambientale ed economica e, con loro, soggetti internazionali come Peuple Solidaires, Grain, Oakland Instutute, il Conseil Nacional de Concertation et de Coopération des Ruraux e ENDA Pronat, hanno intrapreso una battaglia per sostenere la protesta degli agricoltori senegalesi, firmando, insieme alle reti e associazioni senegalesi e internazionali,  l’appello urgente alla Tampieri affinché ponga fine al progetto.

Ma questa sorta di nuova espansione coloniale, fenomeno antico che la crisi globale ha rinfocolato, portando – si calcola – a quasi 227 milioni di ettari di terra, in tutto il mondo, venduti o affittati ad altri soggetti rispetto alle comunità che su quelle terre vivono e grazie ad esse sopravvivono, è destinata a generare sempre più povertà e distruzione ambientale.

È successo anche, nel 2008-2009, in Madagascar, nella Regione di Ihorombe, nella parte meridionale del Paese, dove un’altra azienda italiana, Tozzi Green, braccio attivo nel campo delle rinnovabili di Tozzi Holding Group, aveva in progetto di realizzare piantagioni di Jatropha (piante arbustive che hanno numerosi composti tossici), per produrre agro-combustibili sfruttando complessivamente 100mila ettari di terreno. Il primo accordo di affitto di 6.500 ettari, siglato con il governo centrale malgascio per 30 anni, porta il vantaggioso prezzo per ettaro di 10 euro l’anno. Ma secondo la normativa nazionale, l’azienda avrebbe dovuto avviare un processo trasparente di consultazione delle popolazioni residenti. La Tozzi sostiene di averlo realizzato, mentre le comunità che su quei territori sono dedite all’allevamento di zebù (bovino domestico delle regioni tropicali e subtropicali dell’Africa e dell’Asia) – unica economia locale di sussistenza – sostengono il contrario.

Dipendiamo totalmente dagli zebù, sono la nostra banca”, racconta uno dei “sindaci” di queste comunità incontrati dall’associazione Re:Common – “quando dobbiamo coltivare la terra ci serviamo degli zebù per ammorbidirla, dagli zebù derivano alcuni medicamenti, e se ci servono soldi per andare in ospedale, vendiamo uno zebù. Senza l’uccisione e la condivisione della carne con la comunità, da noi non si possono tenere né matrimoni, né funerali”. Le piantagioni di Jatropha, pianta sconosciuta a quei popoli, non danno alcun beneficio economico sostanziale ai contadini malgasci che lamentano di non aver visto neppure tutti i posti di lavoro promessi per la sua coltivazione, a titolo compensativo per il sacrificio imposto.

“Ci sono diverse interpretazioni del land grabbing”, spiega a Greenews.info, Roberto Sensi, Policy Officer diritto al cibo di ActionAid. “Alcuni – come ActionAid -  lo leggono come una violazione sistematica dei diritti fondamentali: dove si sia in assenza di un consenso preventivo, si sostanzia una violazione ad essere informati; là dove il progetto metta a repentaglio la sicurezza alimentare dei popoli, si sostanzia una violazione del loro diritto al cibo che include tanto il diritto ad alimentarsi che quello di accedere agli strumenti per procurarselo. Poi, ad essere scalfito”, prosegue, “c’è il diritto di abitare: anche se nessuno materialmente li caccia, loro sono costretti ad andare via se il lavoro agricolo muta strutturalmente (da un modello labour intensive a uno capital intensive)”.

“Il caso di Tampieri, che ActionAid segue, è un investimento industriale critico per le modalità con cui è stato realizzato: il tipo di sviluppo agricolo che propone si pone in profonda contraddizione con i bisogni alimentari delle popolazioni che abitano su quei territori: in primo luogo, perché è stato realizzato dall’azienda senza consenso delle comunità locali o di gran parte di esse, ma in presenza della sola autorizzazione governativa; in secondo luogo, perché il progetto implica una coltivazione distensiva, su 20mila ettari, che va a modificare profondamente le caratteristiche produttive di quel territorio, ponendo una serie di rischi di carattere sociale e ambientale”.

Non è l’unico caso. “Dal 2008”, spiega Sensi, “c’è stata un’ondata di investimenti agricoli di questo tipo, tesi ad acquisire il controllo sull’uso della terra per realizzare produzione agricola da esportazione. I principali trainer di questi investimenti, sono stati, da un lato, la domanda alimentare in crescita; e dall’altro i bisogni alimentari dei paesi emergenti che hanno spinto, inizialmente, diverse aziende di nazioni come la Cina e i paesi del Golfo, ad andare a cercare altrove, terre per produrre cibo e sfamare la propria popolazione”.

Nei paesi poveri la terra ovviamente costa poco ed è più facile acquisirne il controllo, talvolta anche attraverso processi di corruzione. Il tutto per dar vita alla pur utile produzione di biocarburanti “in presenza di politiche europee che la incentivano”, rileva Sensi.

Questa nuova corsa alla terra, che “assume la forma di appropriazione indebita della terra”, spiega ancora l’attivista di Action Aid  -è  indebita non perché il controllo avvenga in modo illegale, ma perché al di là dei meccanismi formali che sono sempre rispettati (l’azienda in questione, ad esempio, ha ricevuto regolarmente in affitto gli ettari di terra di cui il proprietario è lo Stato), ci sono dinamiche sostanziali che non possono essere né sottovalutate né ignorate”: la struttura fondiaria di quei paesi, infatti, ha un carattere prettamente consuetudinario.“Questo diritto d’uso non dovrebbe passare in secondo piano rispetto a quello di proprietà: questi investimenti pretendono di modernizzare un’agricoltura che le aziende – dal loro punto di vista – giudicano arretrata, esportando un modello agricolo-intensivo industriale”.

Oggi ci sono almeno sei investimenti di terre da parte di aziende italiane in Senegal (in passato ce ne sono stati molti di più ma alcuni progetti sono falliti), per un ammontare di terra pari a circa 145mila ettari: “Oltre il 3% della terra agricola senegalese: l’equivalente della provincia di Milano”, sottolinea Sensi, “in un Paese che importa il 60% del proprio cibo, e che ha una popolazione affamata che supera il 20%”.

Le persone sottonutrite, nel mondo, vivono tutte in aree rurali: “A soffrire la fame, ancora oggi, nel mondo, è proprio l’agricoltore e, dunque, le politiche pubbliche da attuare dovrebbero essere di natura profondamente diversa. Non dovrebbero prevedere l’ingresso del grande investitore che fa fuori il piccolo contadino, piuttosto, dovrebbero sostanziarsi in politiche di sostegno alla piccola agricoltura contadina”, come da decenni sostiene anche Slow Food.

ActionAid e le altre organizzazioni che tentano di aiutare i contadini senegalesi hanno raccolto, con il loro appello alla Tampieri, oltre 30mila firme, affinché l’azienda italiana ponga fine al progetto.

Ilaria Donatio

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