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L’intervento del Sottosegretario Saglia al Festival dell’Energia

maggio 21, 2010 Internazionali, Nazionali, Politiche

Su gentile segnalazione dell’ufficio stampa del Festival dell’Energia di Lecce, pubblichiamo il testo integrale dell’intervento che il Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, On. Stefano Saglia avrebbe dovuto tenere ieri pomeriggio al convegno “Anno 2020, come raggiungere gli obiettivi europei“, previsto all’interno del programma del Festival.

On. Stefano Saglia, Courtesy of Energy Lab FoundationLe fonti energetiche rinnovabili sono la grande sfida del futuro. Alle possibilità di un loro utilizzo, economicamente competitivo, sono affidate le speranze di uno sviluppo sostenibile del sud del mondo e di una riconversione ambientale  dei  paesi  avanzati.

Il  23  gennaio  2008  la  Commissione ha  proposto  il  pacchetto  per  l’energia  e  i cambiamenti climatici. Le proposte approvate nel dicembre 2008 dal Consiglio e dall’Europarlamento, confermano il  target 20-20-20  che prevede  il  raggiungimento  entro  il  2020 di una  riduzione del 20% delle  emissioni di CO2 rispetto  ai  livelli  del  1990,  un  aumento  del  20%  della  quota  di  energia  prodotta  dalle  fonti  rinnovabili  ed  un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica. Per  le fonti rinnovabili gli Stati membri dovranno inviare a Bruxelles, entro e non oltre il 31 marzo 2010, un piano di  azioni  per  le  rinnovabili  con  gli  obiettivi  al  2020  per  ogni  singola  fonte  nei  settori  trasporti,  elettricità  e riscaldamento.

Il nostro Paese dovrà, entro il 2020, soddisfare il 17% dei propri consumi finali di energia ricorrendo alle fonti rinnovabili. Per la CO2, lo sforzo richiesto al nostro Paese prevede un taglio del 14% delle emissioni di anidride carbonica al di sotto dei valori del 2005 nei settori non  inclusi nel sistema europeo di scambio delle quote di  emissione (cosiddetto ETS). E’ un  impegno  superiore  a quello medio  europeo, pari  al 10%, ma  crediamo di  poterlo  raggiungere  anche grazie alle linee di politica energetica che stiamo impostando. Le  scelte  che  il  nostro  Paese  è  chiamato  a  effettuare  in  materia  di  energia  vanno  viste  in  un  contesto  di complementarietà e sussidiarietà, con l’Unione Europea, ma anche con le regioni e gli enti locali.

Se, da un lato, apprezziamo il ruolo propulsivo dell’Europa per la liberalizzazione dei mercati dell’energia, dall’altro riteniamo che molto ancora si possa fare per valorizzare il peso di un mercato costituito da 480 milioni di consumatori, in modo  da  esercitare  una  più  efficace  azione  sui  Paesi  produttori.  Intendiamo  dunque  impegnarci  affinché l’Unione europea si doti di una politica energetica integrata e coesa, che consenta agli Stati membri di far fronte in modo efficace alle nuove sfide energetiche. Ma, come sapete, la scelta del mix energetico è una competenza degli Stati membri. Allora  salta  immediatamente  agli occhi una prima  anomalia:  l’Italia è  l’unico  tra  i grandi Paesi dell’Unione a non essere dotato di centrali nucleari. Di anomalie, in verità, ce ne è un’altra: mentre gli altri grandi Paesi dell’Unione coprono circa i 2/3 del proprio fabbisogno con un mix di carbone e nucleare, nel nostro Paese solo  il 17% della produzione elettrica proviene attualmente da carbone e, naturalmente, nulla dal nucleare.

D’altra parte, non possiamo  rimanere  inerti davanti alla crescita della domanda mondiale di energia, che è certamente alla base,  insieme a manovre speculative dei mercati finanziari, delle oscillazioni dei prezzi, comunque intorno a valori notevolmente elevati.  Si  consideri  poi  che,  a  prescindere  dalle  oscillazioni  di  cui  si  diceva,  i  prezzi  dell’energia  sono,  in  Italia, mediamente  del  30%  più  alti  della media  europea,  con  serie  conseguenze  sulla  competitività  di  interi  settori industriali  e  impatto  sul  potere  di  acquisto  delle  famiglie.  Questi  dati  hanno  probabilmente  favorito  un mutamento  di  clima  dell’opinione  pubblica:  un  radicale  riorientamento  della  politica  energetica viene  chiesto ormai non solo dal sistema produttivo, ma in generale dalla pubblica opinione: di questo mutamento il Governo si è fatto interprete.

Il rilancio del nucleare al quale stiamo  lavorando suscita un ampio dibattito. Una discussione pragmatica su un tema del genere non può che essere accolta con  favore. Ritengo  invece  inutile e dannosa una contrapposizione ideologica  tra  coloro  che  sostengono  la  scelta  del  ritorno  al  nucleare  come  soluzione  unica  del  problema energetico, e chi  invece  ritiene  che questa  soluzione unica debba  essere data dalle  fonti  rinnovabili. E’ ora di uscire  da  questa  contrapposizione,  poiché,  a  mio  parere,  non  esiste  la  soluzione  unica.  Un  Paese  povero  di materie prime energetiche come  l’Italia, dipendente dalle  importazioni per circa  l’85% del proprio  fabbisogno, non può permettersi di rinunciare a nulla.  Ma questa stessa ragione è alla base dell’intendimento, anche questo reiteratamente  manifestato,  di  diversificare  le  aree  geografiche  di  approvvigionamento  e  le  fonti  di  energia, sviluppare l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili e il carbone pulito e, insieme, costruire nuove infrastrutture energetiche,  realizzando  nuovi  rigassificatori,  sistemi  di  stoccaggio  per  il  gas  naturale  e  reti  di  trasporto  e interconnessione con altri Paesi.

Una  strategia a  tutto  tondo che, nel settore elettrico, mira ad affrontare  l’anomalia  italiana che vede un mix di produzione tutto sbilanciato verso il gas: fermo restando l’impegno per l’efficienza energetica, pensiamo che un mix equilibrato debba includere un 25% di nucleare e un 25% di fonti rinnovabili, con la copertura del restante 50%  affidato  agli  idrocarburi.  Come  sapete,  il  Parlamento  è  già  intervenuto  sull’argomento,  delegando  il Governo  a  definire  una  Strategia  energetica  nazionale in  cui  dovranno  trovare  adeguato  spazio  il  nucleare, ovviamente, ma anche efficienza energetica e rinnovabili. In questo ambito, sarà svolta una apposita Conferenza perché, come dicevo, un confronto franco e costruttivo è benvenuto. La  decisione  sul  nucleare  è  comunque  assunta,  e  dunque  il Governo  intende  usare  uno  dei  disegni  di  legge attualmente in preparazione per completare il quadro delle regole e degli strumenti necessari per ripartire.

Vengo dunque  alle  rinnovabili: negli  ultimi  anni  la potenza  installata  è  costantemente  cresciuta,  giungendo,  a fine  2006,  a  oltre  21.000  MW.  Ciononostante,  la  produzione  energetica  è  rimasta  grosso  modo  costante, oscillando  intorno ai 50 TWh. Conseguentemente,  il  rapporto  tra produzione da  fonti  rinnovabili e produzione totale è mediamente calato, assestandosi a circa il 16-17%. Questa situazione è dovuta al fatto che i pur cospicui incrementi  di  produzione  forniti  dalle  nuove  fonti  rinnovabili  (eolico,  solare  e  biomasse)  e  dalla  geotermia  a mala pena compensano la contrazione dell’apporto della fonte idrica, causata da una serie di fattori che, in ultima analisi, riducono la disponibilità di acqua per scopi idroelettrici.  E’  allora  evidente  che  allorché  questo Governo  asserisce  di  voler  ottenere  dalle  rinnovabili  un  contributo  del 25% esplicitamente manifesta l’intendimento di rafforzare l’impegno in questo settore. Impegno  che  tocca  innanzitutto  un  aspetto  che,  sono  certo,  è molto  sentito  dagli  operatori  e  dai  cittadini: mi riferisco  al  problema  della  semplificazione  delle  procedure,  in  particolare  connesse  all’autorizzazione  alla costruzione e all’esercizio degli impianti.

Abbiamo  già  cominciato:  il Governo ha  approvato un decreto  legislativo  sui  servizi  energetici  che prevede  la possibilità  di  installare  previa  semplice  comunicazione  al  Comune  singoli  generatori  eolici  con  altezza complessiva  non  superiore  a  1,5 metri  e  diametro  non  superiore  a  1 metro,  nonché  impianti  solari  termici  o fotovoltaici  aderenti  o  integrati  nei  tetti  degli  edifici  con  la  stessa  inclinazione  e  lo  stesso  orientamento  della falda e i cui componenti non modificano la sagoma degli edifici stessi. E’ solo un inizio: a breve contiamo di definire, in accordo con gli altri Ministeri e le regioni, le linee guida per lo svolgimento  del  procedimento  unico  di  autorizzazione  degli  impianti,  previste  dal  decreto  legislativo  29 dicembre 2003, n. 387, e mai emanate.

E qui riprendo quanto dicevo in apertura riguardo alla necessità di un approccio al problema energetico in cui i diversi  attori  –  in  particolare  Unione  EuropeaStatoregioni  ed  enti  locali –  operino  in  un’ottica  di complementarietà  e  sussidiarietà. Troppo  spesso  in Italia le minoranze  prevalgono  sulla maggioranza,  troppo spesso  la  sindrome  “Non  nel  mio  giardino”  blocca  opere  grandi  e  piccole:  rigassificatori  e  centrali termoelettriche,  ma  anche  impianti  eolici  e  a  biomasse  e,  temo  a  breve,  anche  quelli  solari,  che  ora  tanto consenso  sembrano  riscuotere.  Forse  sorprenderà,  ma  l’Agenzia  internazionale  per  l’energia  ha  lanciato  un appello ai governi, ma in particolare a quello italiano, per contrastare la sindrome “Non nel mio giardino” con lo scopo di recuperare il tempo perduto nella realizzazione di infrastrutture energetiche.E’ necessario affrontare con decisione questo problema promuovendo il dialogo con il territorio, premiando con incentivi  e  iniziative  di  sviluppo  le  popolazioni  interessate  ai  nuovi  insediamenti,  offrendo  opportunità  di sviluppo e di occupazione.  Ma  le  politiche  a  sostegno  delle  fonti  rinnovabili  non  possono  essere  disgiunte  da  quelle  per  l’efficienza energetica:  ha  poco  senso  sostenere  economicamente  la  produzione  di  energia  da  fonti  rinnovabili  se  questa stessa energia non viene usato in modo efficiente. D’altra  parte,  tutte  le  sedi  internazionali  raccomandano  l’efficienza  energetica  come  uno  degli  strumenti fondamentali  per  il  raggiungimento  degli  obiettivi  di  sicurezza  energetica  e  di  contrasto  al  cambiamento climatico.

L’Italia ha già fortemente sviluppato tale settore, pur partendo da una situazione nazionale caratterizzata da una alta  efficienza  energetica e  da  una  bassa  intensità  energetica,  intesa  come  rapporto  tra  domanda  di  energia  e prodotto  interno  lordo. Le misure di  sostegno all’efficienza energetica, adottate o  in  fase di ulteriore  sviluppo, riguardano la promozione della cogenerazione ad alto rendimento, la riqualificazione energetica degli edifici, la definizione  di  elevati  standard  prestazionali  nella  costruzione  di  nuovi  edifici,  il  sostegno  all’efficienza energetica nelle piccole e medie imprese, una più marcata consapevolezza dell’esigenza di usare bene l’energia. Si tratta di misure che, a mio parere, vanno ordinate e inquadrate in un piano straordinario che abbia un orizzonte temporale di una decina di anni: in questo senso il Governo ha iniziato a lavorare.

In sintesi: contiamo di rendere più efficiente, e quindi più economico, il processo di realizzazione degli impianti  a  fonti  rinnovabili,  più  efficiente  l’uso  dell’energia,  più  densa  di  opportunità  di  sviluppo  occupazionale  le politiche del settore. Si  tratta di passaggi necessari per assicurare che queste fonti, già bisognevoli di  incentivi, non siano gravate da extra costi che, in ultima analisi, si scaricano sui consumatori. Intendiamo infatti perseguire l’obiettivo del 25% da rinnovabili, cui ho fatto cenno, in modo efficace ed efficiente.  Sotto questo aspetto,  il  sistema di  incentivazione  introdotto dal precedente Governo, ma  ancora non compiuto per carenze dei provvedimenti di attuazione, si presta ad alcune considerazioni preliminari.

Gli incentivi sono di certo tra i più generosi d’Europa per ogni tipologia di impianto. Tale aspetto, se da un lato dovrebbe accelerare lo sviluppo  del  settore,  dall’altro  introduce  costi  sempre  maggiori  per  il  sistema  elettrico  e  per  i  consumatori elettrici,  la  cui  sostenibilità  andrà valutata  anche  alla  luce della  forte  crescita del prezzo del greggio. Peraltro, alcune  forme  di  incentivazione,  in  particolare  alle  biomasse  filiera  corta,  sono  di  dubbia  compatibilità  con  le regole UE e del WTO sul commercio internazionale.

Credo che le considerazioni che mi accingo a fare sugli obiettivi europei 20-20-20 non possano essere tacciate di preclusione alcuna verso la coraggiosa politica che l’Europa si sta dando in materia di clima ed energia. Come sapete, e come dicevo all’inizio,  il pacchetto europeo 3×20 prevede che al 2020  le emissioni di gas serra siano ridotte del 20% rispetto al 1990, i consumi energetici siano ridotti del 20% e le fonti rinnovabili coprano il 20% dell’intero fabbisogno energetico (non solo elettrico, dunque) dell’Unione. Mentre l’obiettivo sulla riduzione dei consumi energetici è uguale per  tutti,  su  fonti  rinnovabili e gas  serra  si procederebbe a una  ripartizione  tra gli Stati membri: il nostro Paese sarebbe quindi chiamato a ridurre le emissioni di gas serra di alcuni settori (quelli non  interessati  dal  sistema  europeo  di  scambio  delle  quote  di  emissione,  il  cosiddetto  ETS,  o  “Emission Trading”) del 14%, a contribuire ovviamente alla riduzione delle emissioni di gas serra nei settori interessati dal meccanismo Emission  trading e  infine a coprire con  le rinnovabili  il 17% del proprio fabbisogno: quest’ultima percentuale comporterebbe, per quanto riguarda il settore elettrico, la necessità di una frazione di produzione da rinnovabili probabilmente superiore al 30%.

Ritengo  che  un  approccio  concreto  alla  lotta  contro  i  cambiamenti  climatici richieda  certamente  uno  sforzo  – equo e realistico – degli Stati membri, ma anche che a questo sforzo si accompagni un adeguato coinvolgimento dei Paesi non UE, dato  che  in uno  scenario  tendenziale  il mondo  continuerà  a dipendere prevalentemente dai combustibili  fossili  e  le  emissioni  cresceranno,  al  2050,  a  58 miliardi  di  tonnellate,  delle  quali  22  da  Paesi industrializzati,  4  da  Paesi  in  transizione,  32  da  Paesi  in  via  di  sviluppo,  che  quadruplicherebbero  le  loro emissioni, poiché è prevedibile che questi Paesi antepongano le esigenze di sviluppo economico a quelle di tuteladel  clima.

Penso quindi  che  l’Europa debba  certo  impegnarsi per  ridurre  le proprie  emissioni, ma  anche  farsi promotrice  di  un  progetto  per  sostenere  la  diffusione  delle  nuove  tecnologie  energetiche anche nei  Paesi emergenti come grandi consumatori di energia, come Cina e India, oltre che in altri Paesi in via di sviluppo. Un  siffatto  approccio, peraltro,  è quello  che meglio  si presta per  assicurare  che  il  sistema produttivo  europeo possa  ottenere  anche  benefici  di  natura  industriale  e  occupazionale  dallo  sforzo  di  promozione  delle  fonti rinnovabili.

Sotto  questo  profilo,  il  nostro  Paese  ha  purtroppo  perso  terreno,  e  siamo  diventati  importatori  di tecnologie.  Possiamo  e  dobbiamo,  invece,  evitare  di  sostituire  le  importazioni  di  energia  convenzionali  con importazioni di tecnologie per le fonti rinnovabili o l’efficienza energetica. In altre parole: possiamo e dobbiamo acquisire una capacità di intervento  lungo la filiera di produzione di componenti e sistemi, in modo da tradurre gli incentivi in sviluppo, occupazione e sostegno alla internazionalizzazione delle nostre imprese. Il  Programma  operativo  sulle  fonti  rinnovabili  e  il  risparmio  energetico  del Quadro  comunitario  di  sostegno 2007-13 è invece destinato alle quattro regioni convergenza (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) ed è dotato di risorse per circa 1600 milioni di euro. A questa dotazione  finanziaria  si aggiungono altri 800 milioni di euro, destinati a tutte e otto le regioni del Mezzogiorno, da utilizzare in modo integrato rispetto ai citati 1600 milioni di euro. La finalità complessiva di questo progetto è di creare infrastrutture – produttive, di reti e di conoscenze – che  consentano  al  nostro  sistema  produttivo  di  recuperare  un  ruolo  di  primo  piano  nella  filiera  produttiva  di componenti e sistemi per le fonti rinnovabili e il risparmio energetico. Siamo convinti che questa strada, proprio perché finalizzata a cogliere le opportunità di sviluppo e occupazione di cui dicevo, possa contribuire a rimuovere la sindrome “Non nel mio giardino” che citavo in precedenza, che purtroppo riguarda tutte le fonti energetiche, comprese le rinnovabili.

On. Stefano Saglia

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