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Menegon: più ambiente e meno Stato

febbraio 20, 2013 Nazionali, Politiche

Diego Menegon, classe 1983, di Montebelluna, in provincia di Treviso, ma romano d’adozione da un decennio, è il candidato in Lazio e in Veneto di Fare per Fermare il Declino, il giovane movimento fondato da Oscar Giannino (che proprio oggi potrebbe dimettersi, dopo lo “scandalo” sul falso Master a Chicago) insieme ad altri economisti ed intellettuali.

Referente di FFD sui temi ambientali, Menegon è stato tra i primi firmatari del manifesto “Cambiare la Politica, Fermare il Declino, Tornare a Crescere” che – uscito l’estate scorsa su quasi tutti i quotidiani italiani – conteneva dieci proposte programmatiche ispirate al rinnovamento della classe politica e al risanamento economico attraverso la riduzione di tasse e spesa pubblica. Le sue collaborazioni parlano per le sue idee,convintamente e marcatamente di stampo liberale: si occupa di policy analysis per Ibl, il centro studi torinese che prende il nome dal filosofo Bruno Leoni e promuove le idee liberali, collabora con Chicago blog (il blog dell’Istituto Bruno Leoni diretto da Oscar Giannino) e Libertiamo, il web magazine dell’associazione di cultura politica di stampo liberale di Benedetto Della Vedova, (già deputato Fli oggi candidato nella lista di Mario Monti) .

Secondo Fare per Fermare il Declino le politiche attuate sinora seguono un “approccio dirigista a senso unico”, nel senso che le autorità pubbliche “pianificano, ordinano e controllano” l’operato dei privati cercando di influenzarne l’attività con paletti, vincoli e prescrizioni. Un’impostazione, si legge nell’approfondimento dedicato alla questione ambientale del manifesto di Fermare il Declino, che ha come conseguenze – tutte negative – “la scarsa efficacia nel perseguire le finalità di tutela dell’ambiente; la mancata attuazione dei tanti piani di settore e la violazione sistematica delle norme di legge; il ricorso a deroghe e proroghe per affrontare le emergenze ambientali con misure d’urgenza; una forte burocratizzazione che grava su imprese e famiglie”. Dall’osservazione empirica di queste distorsioni tutte italiane, il movimento di Giannino ha tratto alcuni principi “positivi” a cui ispirare le proprie politiche “green”, in un futuro programma di governo.

D) Menegon, se dovesse dirci, brevemente, i principi fondamentali di FFD declinati in politiche ambientali, quali sarebbero?

R) Due i principi fondamentali: il primo è quello di riportare il diritto all’ambiente, che nasce come emanazione del diritto di proprietà (“diritto a un ambiente sano”) nell’alveo dei diritti dell’individuo; il secondo è che lo Stato promuova strumenti di semplificazione per la diffusione di tecnologie innovative: questo perché crediamo fermamente che lo sviluppo economico e tecnologico siano due puntelli irrinunciabili per politiche efficaci di miglioramento della tutela dell’ambiente e che, spesso, proprio le regole assurde poste dall’amministrazione pubblica rischiano di ostacolare lo sviluppo di quelle tecnologie che potrebbero offrire benefici all’ambiente.

D) Ma non è rischioso declassare i “beni comuni” come l’aria, l’acqua e il territorio a diritti individuali?

R) Al contrario, trattare l’ambiente come bene comune è rischioso. Ad esempio, in materia urbanistica, quante volte come cittadini siamo costretti a subire decisioni politiche e interventi pubblici a danno dell’ambiente in cui viviamo senza poter fare nulla, senza strumenti che rafforzino la nostra posizione e che andrebbero nella direzione dell’interesse della cittadinanza? Pensi poi a procedure amministrative come la Valutazione di Impatto Ambientale, che richiedono iter interminabili e fortemente burocratizzati: la conseguenza è che questo sistema finisce per ritardare interventi di efficientamento, che al contrario andrebbero a beneficio dell’ambiente.

D) E dunque, concretamente, che soluzione adottereste voi?

R) In campo urbanistico, noi saremmo, a fronte di una semplificazione delle procedure e una minore discrezionalità dell’amministrazione pubblica, a favore del così detto neighbourhood consent, come in California: secondo questo principio, prima di realizzare una modifica a un bene di mia proprietà – per esempio, elevare la propria abitazione di un piano – ho l’obbligo di informare e chiedere il consenso del vicino, che potrebbe subire un danno dalla mia iniziativa. Questo consente di essere tutti più consapevoli e preparati, ma soprattutto risolutivi rispetto all’utilizzo di strumenti tesi alla cura dei beni paesaggistici e ambientali di cui godiamo. Meno dipendenti dall’amministrazione pubblica, più responsabili verso i propri vicini. Un modello che rompe il tipico schema italiano del cittadino solo contro la pubblica amministrazione: guardi che la proposta di coinvolgere i privati nell’iter di rilascio di un permesso urbanistico scoraggerebbe la costruzione di veri e propri obbrobri, tanto diffusi sul nostro territorio con l’avvallo degli enti locali. E per limitare il consumo di suolo e porre a carico di chi costruisce male un costo che oggi è sulle spalle dell’intera comunità, proponiamo di rideterminare gli oneri di urbanizzazione, in modo da farli corrispondere ai costi di realizzazione delle strutture necessarie per collegare le reti (idriche, fognaria, elettriche), utilizzandoli non per fare cassa, ma fornire alle aree di nuova costruzione i servizi necessari. Si evita così che in aree verdi spuntino d’un tratto quartieri dormitori per altro senza i servizi necessari.

D) Ma non c’è il rischio di un gigantesco moltiplicarsi di effetti Nimby?

R) No perché l’effetto Not In My Back Yard – letteralmente “Non nel mio cortile” – è esattamente il risultato di un sistema che impone le opere di pubblica utilità alla cittadinanza senza fornire strumenti con cui la cittadinanza stessa si attivi in difesa del proprio territorio e sia consapevole sul da farsi. È proprio questo approccio all’italiana, tanto burocratizzato, che genera la protesta dei cittadini. Mentre noi siamo per il coinvolgimento della società civile e dei privati in difesa del proprio habitat.

D) Cos’è “green economy” per lei?

R) Se nella semantica della green economy, per come è comunemente intesa, rientra anche il fiume di sussidi pubblici a carico dei contribuenti di questi anni, allora noi siamo sospettosi e critici: partiamo, dunque, dalla premessa necessaria di parificare le condizioni normative con cui sono regolate le fonti rinnovabili, per incentivare la concorrenza e il libero mercato tra le diverse fonti di energia. Per Fermare il Declino, allora, green economy è l’industria del verde, da cui ci si aspetta, per l’appunto, soluzioni in termini di efficienza e di riduzione del consumo di risorse.

D) Quali sono gli ambiti in cui la green economy può essere declinata in politiche concrete sul territorio?

R) Il primo è senza dubbio quello della mobilità sostenibile. Questo significa: liberalizzare il trasporto locale, privatizzare le società di trasporto perché tutti gli operatori privati possano offrire ai cittadini altre soluzioni, a condizioni migliori. E gare aperte e trasparenti per assegnare eventuali contributi per i trasferimenti alle imprese: solo così si rafforza l’offerta di trasporto pubblico. Ciò vale anche nel settore ferroviario, in cui il monopolista pubblico inibisce la concorrenza e il miglioramento servizi. Le faccio l’esempio di Arenaways, la società ferroviaria fondata da Giuseppe Arena (capolista in Piemonte, NdR) che intendeva fornire un servizio di trasporto rivolto ai pendolari, sulla linea Torino-Milano. Naturalmente ha incontrato l’opposizione di RFI, l’incumbent pubblico, che gestisce la rete ferroviaria e che le ha impedito di fare soste intermedie: esattamente il genere di servizio che Arena intendeva offrire. Ecco, questo è l’emblema di ciò che accade se non si apre alla concorrenza nel settore: un freno all’efficienza.

D) Altro, sempre in tema di mobilità sostenibile?

R) Certo: puntare su infrastrutture decongestionanti capaci di finanziarsi con l’apporto di capitali privati piuttosto che ricorrere a restrizioni alla circolazione (come le iniziative delle targhe alterne e delle domenica a piedi) che sono saltuarie e poco efficaci. Dunque: aprire il mercato sulle infrastrutture di mobilità, puntare sulle semplificazioni dei procedimenti amministrativi a favore di interventi di efficientamento, allineare gli incentivi per non favorire – in maniera antieconomica – una tecnologia al posto di un’altra e il raggiungimento della grid parity.

D) Altri ambiti di attuazione?

R) Chiediamo l’abolizione della “Robin Tax”, introdotta come misura per tassare gli “extra-profitti dei petrolieri e imprese energetiche, e che oggi penalizza gli investimenti e finisce col gravare sui contribuenti, nonostante il divieto di traslazione degli oneri in bolletta. Piuttosto, si potrebbe introdurre una fiscalità modulata sulla base delle emissioni prodotte. In questo modo, si favorirebbero le rinnovabili, in virtù del principio “chi inquina, paga”, ma anche gli interventi sul parco termoelettrico che consentano una riduzione delle emissioni. E naturalmente, c’è il nodo dei rifiuti: siamo a favore dell’abolizione della tassa sui rifiuti e della liberalizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti che ha come corollario l’abolizione della tassa sull’immondizia. L’idea, perfezionata in questi ultimi giorni, è che si paghi un servizio, scelto liberamente su un mercato aperto, sulla base di quanti rifiuti si producono. Dunque: apriamo il mercato a quegli operatori che intendano offrire servizi di raccolta e riciclaggio dei rifiuti, garantendo la loro tracciabilità e il rispetto dei criteri di priorità nella gestione dei rifiuti stabiliti dall’Unione Europea. Il ruolo dei poteri pubblici resti orientato alla vigilanza sul rispetto delle norme, con la previsione di pene severe per chi viola le norme ambientali e i criteri di priorità nella gestione dei rifiuti. Solo in questo modo sarà possibile promuovere la realizzazione di una filiera che garantisca la più efficiente gestione dei rifiuti e la realizzazione degli investimenti necessari al raggiungimento degli obiettivi europei in materia di recupero e riciclaggio.

Ilaria Donatio

 

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