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Mercato UE delle quote CO2. Un accordo per salvare il salvabile

novembre 28, 2013 Internazionali, Politiche

Un meccanismo non più al passo con i tempi, quello del mercato della CO2, un “paziente da rianimare”, commentano i giornali inglesi mai particolarmente indulgenti con le politiche UE. Un fallimento su tutta la linea, lo definiscono in molti. Eppure il malato che va sotto il nome di Emissions Trading System (ETS) dà qualche segnale di guarigione, o almeno, i decisori europei sono unanimi circa la cura da adottare.

Il Consiglio UE, infatti, ha dato il primo via libera a quello che in termini tecnici si chiama backloading“, per riuscire a far risalire il prezzo del carbonio, in attesa di una riforma strutturale del mercato dell’ETS. L’accordo con il Parlamento prevede il congelamento di 900 milioni di quote di CO2 fra il 2014 e il 2020. Questi primi passi dovrebbero portare alla modifica della Direttiva 2003/87/CE, la quale istituisce a livello comunitario un sistema “cap and trade” che fissa dei limiti per le emissioni di anidride carbonica per più di 11.000 impianti in tutta Europa, ma sancisce anche il diritto ad emettere CO2 sotto forma di quote di emissioni di carbonio europee (EUA), nonché la loro commercializzazione. Il primo periodo di applicazione della Direttiva è riferito al triennio 2005-2007, mentre il secondo – coincidente con il Protocollo di Kyoto – copre il quinquennio 2008-2012. Durante questa fase il sistema UE è stato integrato all’Emissions Trading internazionale previsto dal Protocollo: le EUAs (quote europee) sono state convertite in AAUs (quote di Kyoto). L’articolo 25 della Direttiva prevede, inoltre, il collegamento ad altri schemi di commercio della CO2 compatibili con quello di Kyoto.

Per poter emettere gas ad effetto serra in atmosfera, gli impianti che fanno parte dello schema hanno bisogno di un’autorizzazione rilasciata dall’Autorità Nazionale Competente (ANC). Il monitoraggio e il reporting sono d’obbligo così come restituire annualmente un quantitativo di quote corrispondente esattamente alle emissioni di CO2 dell’impianto, calcolate per l’anno solare precedente. Se un operatore possiede un numero di quote inferiore alle emissioni dichiarate, dovrà acquistarne sul mercato. Se, al contrario, ne ha in quantità, può venderle o tenerle per gli anni successivi. Qualora non venga restituito l’esatto ammontare, si andrà incontro al pagamento di sanzioni. Un sistema creato anche per incentivare l’impronta green delle aziende spingendole ad investire in strutture a minor impatto ambientale commercializzando poi le quote non utilizzate e facendo profitto.

Il prezzo è definito dal mercato, in base all’interazione fra la domanda e l’offerta. La sua volatilità è però causata da una serie di fattori macroeconomici (offerte di acquisto e vendita, assegnazioni a livello europeo), a cui si aggiungono altri elementi di tipo politico, economico ed ambientale.

Criteri di efficienza economica, dunque, per ridurre l’inquinamento. Perché no? Ma in questi dieci anni qualcosa è andato storto. La ragione di fondo dell’affanno dell’ETS risiede soprattutto nel fatto che il prezzo del carbonio è sceso costantemente, nel corso di questo periodo, a fronte di un eccesso di quote presenti sul mercato. Fenomeno che si è aggravato a causa della crisi economica. Il rallentamento delle attività produttive ha determinato, infatti, anche un decremento delle emissioni e un calo della domanda che, se può considerarsi positivo ai fini del bilancio del peso emissivo dell’Unione Europea, è stato nefasto per il mercato di scambio delle quote perché ha determinato un ulteriore surplus di offerta. Il meccanismo si è così paralizzato, rendendo l’innovazione tecnologica un’opzione poco attraente. Ben lontani dai 30/40 Euro ipotizzati dalla Commissione UE e dagli esperti come valore ottimale per il funzionamento del meccanismo, il costo per tonnellata di carbonio è calato a tal punto da raggiungere il minimo di 2,81 Euro. Una delle caratteristiche del passaggio dalla fase 2  alla fase 3 (periodo 2013-2020) è, quindi, quella di far risalire il prezzo della CO2, da cui deriva l’ok al congelamento delle quote appena votato.

Tuttavia, molti restano gli scettici. Secondo la Thomson Reuters Point Carbon il mercato europeo del carbonio è destinato a rimanere in eccesso di offerta di crediti fino al 2027. Se questo scenario fosse vero la misura del backloading, che non riduce la quantità complessiva delle quote ma ne ritarda la messa sul mercato, non sarebbe altro che un blando placebo con benefici a breve termine, facendo perdere, inoltre, la fiducia agli investitori. Una pezza per tamponare una falla che richiede ben altri interventi di natura strutturale.

Inoltre, non è da sottovalutare il bilancio dei risultati ottenuti in questo lungo periodo, non proprio positivo. Negli anni l’ETS è diventato appannaggio delle lobby industriali che hanno interpretato il sistema come una minaccia alla competitività e hanno chiesto target meno stringenti e flessibilità nel raggiungimento degli obiettivi. È, inoltre, uno schema che, di fatto, ci ha vincolati ad un sistema economico incentrato sull’utilizzo dei combustibili fossili e sull’industria estrattiva. Le emissioni di gas ad effetto serra, per altro, non sono calate. Anche nel caso in cui si riuscisse a generare un aumento dei prezzi non basterebbe a incentivare le riforme profonde necessarie ad affrontare i cambiamenti climatici in assenza di altre misure.

A fronte di queste considerazioni in tanti resta il rimpianto di aver abbandonato a favore dell’ETS l’idea di una carbon tax, che penalizzi fiscalmente i combustibili con maggiore contenuto di carbonio. Una misura, a detta di molti, più stabile e trasparente, meno distorsiva, meno legata a lobby, politica e criminalità organizzata. L’UE è però intenzionata a mantenere l’ETS come pilastro centrale delle politiche europee sul clima. La terza fase del mercato, inaugurata con l’inizio del 2013 e prevista fino al 2020, non inizia, tuttavia, sotto i migliori auspici.

Beatrice Credi

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