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Nasce “Green Italia”, nuovo soggetto politico per lo sviluppo dell’economia verde

giugno 24, 2013 Nazionali, Politiche

Un nuovo movimento politico che dia all’Italia una speranza, quella di un’economia e una società “verdi”. E indichi alcune risposte efficaci per operare una vera riconversione ecologica del nostro sistema produttivo. Ecco i tratti principali, nelle intenzioni dei promotori, di “Green Italia”, il nuovo soggetto che sarà presentato al pubblico a Roma (presso l’Auditorium del MAXXI, dalle 10 alle 17) venerdì 28 giugno.

In vista della presentazione del programma di questa nuova “impresa politica”, ne abbiamo parlato con Giuseppe Gamba, già assessore all’Ambiente alla Provincia di Torino e attuale presidente di AzzeroCO2 – società di consulenza ambientale creata da Legambiente, Kyoto Club e dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia – tutti soggetti che partecipano alla promozione di Green Italia.

“Siamo, forse, post ideologici ma non post ideali”, ci tiene a sottolineare Gamba: “Nel senso che siamo persone molto diverse, per storia personale e politica, ma questo non ci ha impedito di credere in un progetto comune, e di volerlo realizzare per promuovere un cambiamento culturale e politico per l’Italia”.

D) Quali sono le premesse “teoriche” da cui muove Green Italia?

R) Siamo un gruppo di persone provenienti dal mondo dell’ambientalismo associativo e da realtà – imprenditoriali o politico-istituzionali – collegate a quello che definirei il settore della green economy. Tutti noi siamo guidati da almeno una consapevolezza: l’idea che esista una tale sordità da parte delle classi dirigenti italiane rispetto alle necessità che la società esprime. All’interno di quella che è una crisi globale, la specificità italiana è caratterizzata da una sorta di tara culturale: la classe politica pretende di combattere questa crisi con strumenti vecchi e seguendo modelli (culturali e di politica ambientale ed energetica) ormai superati. Gli stessi che, paradossalmente, hanno portato il Paese nell’attuale emergenza economica e sociale. Noi pensiamo che per uscire dalla crisi occorra optare per la riconversione ecologica dell’economia e proponiamo una sorta di “Green New Deal”, un nuovo patto sociale, che rilanci il lavoro e l’occupazione collegati proprio all’economia verde, la nuova economia per l’appunto: proprio quel mondo che va dalle energie rinnovabili alla conservazione del territorio, dal cibo alla tutela delle risorse naturali; temi che ricevono ormai dalla società un’enorme attenzione, ma che non sono ancora stati posti al centro di una strategia nazionale di sviluppo.

D) Chi è coinvolto in questo progetto?

R) Del gruppo promotore di Green Italia fanno parte Francesco Ferrante e Roberto Della Seta (entrambi ex parlamentari Pd), Monica Frassoni (co-presidente dei Verdi europei), Anna Donati, assessore alla Mobilità del Comune di Napoli, Fabio Granata (Futuro e Libertà e membro del Direttivo di Legambiente). Un gruppo molto variegato per visioni e tradizioni politiche, ma accomunato dalla stessa adesione a un’idea di sviluppo in chiave ambientalmente sostenibile. Idea che nel resto d’Europa è bipartisan e che nella sola Italia è invece rimasta “no-partisan”.

D) Cosa succede, dunque, il prossimo 28 giugno?

R) Lanciamo quella che ci appare come una sfida: presenteremo il programma di Green Italia e apriremo una fase costituente che dovrebbe durare almeno fino all’autunno. Il tempo di questi mesi dovrebbe bastare per valutare se sarà o meno possibile far nascere – con queste persone e tante altre – un nuovo soggetto politico.

D) Secondo lei cos’è mancato in questi anni per operare quella riconversione ecologica cui lei accennava e cosa avrebbe in più Green Italia rispetto ad altri soggetti che pure hanno movimentato la vita politica italiana nel tempo?

R) Da vent’anni il Paese soffre un deficit di capacità democratica e di innovazione: e dunque la nostra crisi ha qualcosa di più di quella che ha colpito anche altri Stati. A differenza dell’Inghilterra di Cameron, della Germania di Merkel o dell’America di Obama, accomunate dall’idea che fosse obbligato un riorientamento verso un’economia low-carbon, alla fine della cosddetta Prima Repubblica noi abbiamo avuto alla guida del Paese classi dirigenti incapaci di rinnovarsi e di rispondere alle sfide globali in modi radicalmente nuovi rispetto al passato, perché totalmente nuove erano le crisi energetiche e ambientali che hanno interessato tutto il mondo. Il nostro quindi è un appello che rivolgiamo alla società civile, a tutte quelle persone che lavorano nel mondo dell’economia e della cultura, dell’informazione per andare a coprire questo deficit.

D) Concretamente, cosa pensate si debba fare?

R) Certamente non crediamo che tutto possa risolversi con un po’ di energia rinnovabile in più o con un po’ di cibo “pulito” in più: l’Italia ha il vantaggio di essere “naturalmente” portata a legare economia e territorio. Dobbiamo partire da qui: pensiamo che non si debba più ostacolare, ma facilitare l’azione delle imprese che operano in modo pulito, dobbiamo semplificare la burocrazia, dobbiamo spingere sulla fiscalità ecologica (secondo il principio “chi inquina paga”), puntare sulla legalità e sulla giustizia e, di conseguenza, non ammettere più che quei soggetti produttivi, che lavorano onestamente e generano reddito, siano intralciati da regole assurde e punitive. Per essere più chiari: non pensiamo che mettere un ministro diverso e qualche parlamentare in più possa risolvere il problema Italia, non è questione di persone o di singole proposte. Il tema è quello di aprire l’intero sistema politico a un’idea diversa di economia, un po’ come era successo negli anni ’80, con un Parlamento più verde. Il venir meno, con il suicidio politico dei Verdi, di quel pungolo, ha fatto cadere un motore importante che avrebbe indotto proprio questo cambiamento che noi oggi vorremmo provocare, con un po’ di ritardo. Eppure, dalla società, dunque, dal basso, noi riceviamo stimoli che vanno esattamente nella direzione che le sto prospettando. Solo che non ci sono interlocutori politici, al momento, che raccolgano questa sfida.

D) A questo proposito, il percorso dei Verdi Italiani guidato da Angelo Bonelli e la recente Costituente Ecologista, sono stati deludenti: non pensa che ci sia nuovamente il rischio che la creazione di un altro contenitore non incida realmente sui contenuti e sulle politiche?

R) Quello che stiamo proponendo non è una nuova “formula” dei Verdi: io sono convinto che, purtroppo, in Italia, i Verdi Italiani e gli ambientalisti – a torto o a ragione – abbiano dato di sé l’idea di quelli che non fanno fare le cose. Noi ci proponiamo, al contrario, di “fare le cose” giuste, “fare le cose” dello sviluppo sostenibile. E fare le cose vuol dire anche che le ferrovie si debbano costruire, se necessarie, che gli impianti per il trattamento dei rifiuti sorgano sul territorio, se c’è bisogno, che gli impianti di produzione delle energie rinnovabili vadano realizzati. Certo, bisogna rispettare le regole, prima di procedere, occorre la valutazione di impatto ambientale: non è che ogni volta, un amministratore è costretto a correre dietro a un comitato Nimby locale! Perché altrimenti, torneremmo al passato. I Verdi italiani e una parte del nostro ambientalismo (a differenza di quanto accade in Europa) hanno finito con l’incarnare solo il “no”: al cambiamento e a un modello diverso di politica ambientale.

D) Vi state preparando all’appuntamento delle elezioni Europee del 2014?

R) È ancora presto: stiamo valutando tutte le opportunità. Certamente, è una prospettiva che ci interessa ma prima dobbiamo verificare l’intero percorso e abbiamo sei mesi per farlo.

Ilaria Donatio

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