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Rapporto Ecomafia 2014: urgente approvare la legge sui reati ambientali

giugno 13, 2014 Nazionali, Politiche

Ogni anno, da oltre venti, il Rapporto Ecomafia di Legambiente oltre a tirare le somme su traffico di rifiuti, abusivismo, racket degli animali, agromafia e affari illeciti nel settore dei beni culturali e della green economy, ci restituisce un messaggio fondamentale che contiene, in estrema sintesi, il senso dell’intero lavoro. Il Rapporto Ecomafia 2014 mette in luce l’identikit di una vera e propria “imprenditoria eco-criminale” appoggiata, nel suo operata, da una “legislazione stratificata, complessa, contraddittoria” per utilizzare le parole del presidente della commissione Ambiente della Camera Realacci.

Da un lato, dunque, le strategie degli eco-criminali si fanno sempre più sofisticate, con una finanziarizzazione crescente delle operazioni e reati che calano numericamente, ancora a causa degli effetti reali della crisi, ma che diventano sempre più pesanti e articolati. Corruzione, criminalità e riciclaggio diventano tre facce della stessa medaglia che – efficacemente stigmatizza il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – è poi la vocazione stessa delle mafie, una vocazione di dominio e che dunque passa (e non può non farlo) anche per la politica.

Il dossier di Legambiente – che puntualmente fotografa la criminalità ambientale, ne disegna il perimetro denunciandone il florido business con cifre da capogiro – spiega il direttore di Libera Enrico Fontana, è dedicato quest’anno alla memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e del sostituto Commissario di Polizia, Roberto Mancini, scomparso di recente a causa del linfoma di Hodgkin, contratto dopo una lunga e costante esposizione a materiali tossici e scorie radioattive su cui indagava da tempo.

Alla presentazione del Rapporto – anche quest’anno svoltasi nel nuovo cinema Aquila, bene confiscato alla mafia – hanno preso parte, accanto alla Direttrice generale di Legambiente Rossella Muroni, il coordinatore
dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente Antonio Pergolizzi, il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, il
Ministro della Giustizia Andrea Orlano, il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, il Presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati Donatella Ferranti, il Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati Ermete Realacci, il Presidente di Legambiente
Campania Michele Buonomo, il direttore di Libera Enrico Fontana, il Presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.

Nessuna svolta ambientale e nessuna ripresa economica saranno mai possibili senza una lotta organica alla criminalità, nessuna green economy potrà mai realizzarsi senza legalità”, introduce la direttrice di Legambiente Rossella Muroni, per questo sono tre le strade da percorrere in parallelo: la prima è quella di approvare la Pdl sull’introduzione delitti ambientali (C.342 “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”), il Ddl anti-corruzione e un effettivo inasprimento nel perseguire i reati di mafia.

Il testo uscito dalla Camera (e licenziato in modo unanime) si è già impantanato al Senato e, pur essendo perfettibile, ha diversi meriti, per la prima volta contenuti in una legge italiana che riconosce la gravità di alcuni comportamenti, individua gli effetti su salute e ambiente, introduce il reato disastro ambientale (15 anni di carcere), introduce il delitto di inquinamento (pena di sei anni)”: secondo il ministro Orlando, insomma, si deve approvare velocemente questo provvedimento con cui, per la prima volta, sono definiti “delitti” i comportamenti contro l’ambiente, fino ad ora scoraggiati da semplici sanzioni amministrative che rendevano vano l’impegno delle Forze dell’Ordine.

E se il ministro Galletti indicava la necessità di arrivare  a un codice ambientale per incoraggiare l’osservanza di ”regole ambientali disperse in mille provvedimenti”, Ermete Realacci ha sottolineato come ”spesso, norme complesse favoriscano opacità e violazioni  così come il sistematico aggiramento della legge, favorisce la corruzione”. “Il governo si faccia sentire in merito al testo di legge sui reati contro l’ambiente: abbiamo la fortuna di avere un ministro della Giustizia certamente più sensibile del suo predecessore”, ha chiosato Realacci, denunciando anche il “ritardo, causato da disattenzione, nell’iter di approvazione del decreto sulla Terra dei fuochi”.

Trentamila reati contro l’ambiente in un anno, sono 80 reati al giorno”, ha commentato Fontana, direttore di Libera, invitando Legambiene a farsi “portavoce di una forte iniziativa politica per richiedere l’approvazione urgente del testo sui reati ambientali”. Le conclusioni del presidente Cogliati Dezza tornano sul rapporto tra eco-criminali e corruzione: “All’inizio di quest’anno sembrava possibile uno scatto politico in avanti per affrontare entrambi, finalmente, con strumenti adeguati. Il disegno di legge sui reati ambientali approvato alla Camera e la gestazione in Parlamento di un disegno di legge sulla corruzione sono iter necessari e a nostro avviso non più rinviabili. Invece, ancora una volta, sono bloccati. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti non è ancora operativa. E gli inquinatori festeggiano: perché senza l’approvazione della legge che inserisce i reati ambientali nel Codice penale, che seppure troppo limitata e imperfetta rappresenterebbe un chiaro indirizzo e magari anche un punto di non ritorno nella lotta alle ecomafie, sarà difficile istituire inchieste e colpire gli eco-criminali che nonostante i danni pesantissimi inferti alla comunità e all’ambiente continueranno a farla franca”.

All’immobilismo della politica fa da contraltare il dinamismo degli ecocriminali: non deve certo illudere il calo dei reati accertati, 29.274 (in flessione di circa 14% rispetto all’anno prima), merito soprattutto del crollo degli incendi boschivi. Né tantomeno la leggera contrazione del business che, pur sceso di circa 1,5 miliardi di euro, si attesta comunque alla considerevole cifra di quasi 15 miliardi, per l’esattezza, 14,9: anche in questo caso la responsabilità è da addebitarsi solo alla minore circolazione di soldi pubblici nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che contrae sì l’acqua sporca dove si muovono i clan, ma anche riduce i servizi a favore della collettività. Lo conferma il dato delle entrate illegali nei settori principali, quelle che caratterizzano maggiormente l’azione ecocriminale (ciclo del cemento e dei rifiuti, agroalimentare, racket animali e archeomafia) che rimane sostanzialmente identico, con un volume d’affari di ben 9 miliardi.

Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) sono stati commessi quasi il 47% degli ecocrimini (ancora in crescita rispetto al 2012, quando era del 45,7%), a sottolineare il ruolo tutt’altro che marginale delle famiglie mafiose nel controllo del territorio. È la Campania, come ogni anno, la regina assoluta della classifica per numero di reati ambientali, avendone qui contati ben 4.703, raggiungendo da sola più del 16% di quanto è stato accertato in tutto il paese; questa regione mantiene pure il poco invidiato record di persone denunciate, 4.072, di arresti, 51, e di sequestri effettuati, 1.339. Seguono la Sicilia con 3.568 reati accertati, la Puglia con 2.931, la Calabria con 2.511. Il Lazio è la regione del Centro Italia con più ecocrimini, con 2.084 reati, 1.828 denunce, 507 sequestri e 6 arresti, subito dopo la Toscana con 1.989 infrazioni e la Sardegna con 1.864. La prima regione del Nord è la Liguria con 1.431 reati, seguita da vicino dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia Romagna

La qualità efferata degli ecocrimini salta agli occhi anche dal numero stabile degli arresti (160, solo uno in meno rispetto al 2012), che confermano anche il livello qualitativo dell’azione repressiva raggiunto in particolare contro i traffici illegali di rifiuti. Risultati possibili grazie all’introduzione, nel 2001, del principale delitto ambientale ancora oggi in vigore, l’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti. Delitto che da solo basterebbe a far comprendere pure agli scettici quanto sia efficace nella lotta al crimine un’effettiva tutela penale dell’ambiente. E quanto sia urgente.

Se calano numericamente i reati, insomma, ne aumenta la pericolosità, ridisegnando allo stesso tempo la geografia del crimine ambientale, dove pesano sempre di più gli illeciti relativi al settore agroalimentare, addirittura raddoppiati in un anno, il ciclo dei rifiuti (+14,3% rispetto al 2012) e le illegalità commesse ai danni della fauna (+6,6%). Cresce anche l’incidenza dei reati nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, arrivata al 47%, con la Campania, segnata dal dramma della Terra dei fuochi, sempre al primo posto della classifica nazionale, seguita da Sicilia, Puglia e Calabria. Il solito tormentone di ogni rapporto. Non a caso quello dell’aggressione all’ambiente, nelle sue diverse sfaccettature, è un campo affollato di clan ecomafiosi. Quest’anno ne abbiamo contati altri 19, che fanno arrivare il totale a quota 321. Senza farsi troppi problemi sui settori in cui operare, le mafie dopo essersi radicate nei territori di origine e poi nel resto del paese, continuano pericolosamente a infilare gli artigli nelle istituzioni pubbliche.

Nel 2013 le amministrazioni comunali sciolte per condizionamento mafioso sono state 16, a cui vanno sommate le 5 del 2014 (aggiornamento al 10 aprile): dal 1991 a oggi il totale di amministrazioni commissariate arriva così a quota 248.

Le mafie non sono comunque gli unici attori dell’aggressione all’ambiente. Il palcoscenico è sempre stato affollato da una vera e propria imprenditoria ecocriminale che si avvale di professionisti e funzionari pubblici corrotti, colletti bianchi, banchieri, uomini politici e delle istituzioni.

Ciò spiega – si legge nel Rapporto Ecomafia 2014 – “perché la criminalità ambientale, con la sua componente mafiosa o non, si conferma il peggior convitato di pietra nella gestione legale dei rifiuti, nelle pianificazioni urbanistiche, nelle filiere agroalimentari, nel campo dei beni culturali e della tutela del patrimonio boschivo e in genere di ogni ecosistema”.

Ilaria Donatio

 

 

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