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Riforma PAC, una sfida per agricoltura, cibo e paesaggio

PAC questione di tutti. Di Politica Agricola Comune si è parlato nei giorni scorsi a Milano e non sono mancate le polemiche. “Il processo di riforma della Pac non sta funzionando, non avanza e le proposte di riforma ad oggi sul tavolo sono assolutamente insufficienti”, ha spiegato José Bové, l’attivista francese ora vice presidente della Commissione per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale al Parlamento Europeo. “La Politica Agricola Comune – continua Bové - andrebbe riformata in modo profondo ed è importante che a questo fine ci sia una diffusa mobilitazione sociale. Il nostro impegno al Parlamento Europeo sarà di lavorare affinché la Pac post-2013 sostenga finalmente anche i piccoli produttori e promuova regole semplificate, capaci di stimolare e garantire la produzione e la vendita, anche a livello locale, di cibo di qualità”.

Già, perché come recita il titolo del convegno internazionale di Milano (organizzato da AIAB, Legambiente, Slow Food e Partito Verde Europeo), “La PAC ci riguarda”, ovvero  impegna il 40% circa del bilancio comunitario, influenzando direttamente le politiche alimentari dei 27 Paesi membri dell’Unione e il futuro della loro agricoltura. La Pac è importante perché determina quello che mangiamo, il nostro paesaggio, chi deve continuare a produrre e la qualità della vita delle aree rurali che sono la maggior parte delle superfici dell’Europa a 27.

“Il cibo non è solo un merce e la riforma della Pac deve essere l’occasione per affermare questo principio fondamentale”, ha detto il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “L’attuale modello agricolo non garantisce appieno l’obiettivo della sicurezza e della sovranità alimentare. Occorre un sistema capace sia di garantire cibo a prezzi e quantità non influenzabili dalla speculazione, sia di immettere sul mercato alimenti sani per i consumatori, prodotti nel rispetto dell’ambiente, del lavoro, del benessere animale. Oggi l’agricoltura rappresenta un fattore fondamentale di modernizzazione e innovazione, sia sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici che nell’arrestare il massacrante consumo di suolo, provocato dall’urbanizzazione selvaggia e dalla moltiplicazione di infrastrutture inutili”.

“L’UE spende 55 miliardi di euro all’anno, di cui 6 destinati all’Italia, per sovvenzionare un modello di agricoltura insostenibile, di cui beneficiano pochissimi agricoltori: l’80% delle risorse vanno al 20% delle aziende”, ha denunciato Andrea Ferrante, presidente nazionale AIAB, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica. “Mentre un ristretto numero di privilegiati si mette in tasca una quota tanto alta dei sussidi europei, i piccoli coltivatori faticano e chiude un’azienda ogni tre minuti. Non è questa la Pac di cui i cittadini europei hanno bisogno. Anziché premiare la rendita fondiaria – continua Ferrante – la Pac che vogliamo per il futuro deve premiare il lavoro e i sistemi produttivi sostenibili ed estensivi, bio in primis, tutelare la biodiversità delle colture, sostenere i piccoli coltivatori, garantire la sicurezza alimentare, promuovere l’accesso alla terra e la rinascita delle zone rurali”.

La valutazione su cui tutti i relatori sono allineati è dunque che, di fatto, la politica agricola promossa finora dall’Europa abbia favorito il modello agro-industriale, portando alla perdita di fertilità dei suoli e alla concentrazione fondiaria. “E’ necessario che la nuova Pac avvii una radicale trasformazione del sistema”, ha concluso Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo. “Serve una politica che renda il settore agricolo europeo, e italiano, capace di nuova occupazione e che delinei un nuovo modello produttivo del cibo e di governo del territorio, capace di garantire la sicurezza e la sovranità alimentare europea, ovvero il diritto di tutti noi di scegliere come vogliamo alimentarci, operando nel rispetto dell’ambiente, della biodiversità e del benessere degli animali”.

Nel 2014 la nuova PAC entrerà in vigore, sulla base dei pronunciamenti di Commissione, Consiglio e Parlamento europei, come previsto dal Trattato di Lisbona. E’ l’unica politica sulla quale, ad oggi, c’è stato un effettivo passaggio di sovranità dagli Sati membri all’Unione e per questo la decisione finale avverrà esclusivamente a livello europeo, dove il coinvolgimento dei cittadini, elettori dei Parlamentari europei, assume dunque una rilevanza determinante. 

Francesca Fradelloni

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