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Salute pubblica: l’emergenza che gli amministratori non possono più ignorare

marzo 4, 2015 Idee, Politiche

L’hanno ignorata, nascosta sotto il tappeto e spesso calpestata. Nei prossimi anni tuttavia gli amministratori locali e nazionali non potranno più ignorare la salute pubblica. Se l’esperienza personale di ognuno di noi non fosse già sufficiente a mostrarci il proliferare negli ultimi anni delle patologie croniche e degenerative, i dati dell’OMS confermano questa tendenza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di un’“epidemia silenziosa”, prima causa di morte nel mondo: problemi cardiovascolari, difficoltà respiratorie, diabete, cancro, provocano circa il 60% dei decessi. E la loro insorgenza è in crescita: solo per quanto riguarda i tumori, si prevede un aumento dei casi del 70% nei prossimi due decenni.  Nell’adozione di politiche economiche o sociali, ambientali o scolastiche, sempre più si dovrà quindi valutarne l’impatto ecologico e sanitario. I piani di mobilità, la promozione di certi settori industriali, la pianificazione urbanistica, i programmi scolastici: tutte saranno anche politiche di salute pubblica.

Maria Neira, direttrice del dipartimento Salute pubblica e fattori sociali e ambientali della salute dell’OMS, dal convegno dell’Associazione dei medici per l’ambiente (ISDE), tenutosi ad Arezzo lo scorso 28 febbraio, ha ribadito il concetto in relazione alle strategie climatiche: “Le misure che si prenderanno per combattere il riscaldamento globale saranno misure di sanità pubblica, che avranno un impatto molto importante sulla salute”. Ma il tema è più ampio: “L’ambiente è un determinante fondamentale della salute. Le informazioni provenienti dall’ambiente inducono il DNA a modificarsi già nella fase di programmazione dell’embrione. Dunque la probabilità di sviluppare patologie croniche dipende in buona parte dai primi stadi della vita: è prevedibile e reversibile, ma è sull’ambiente che bisogna intervenire”, spiega Ernesto Burgio, presidente del comitato scientifico di ISDE e membro di quello dello European Cancer and Environmental Research Institute.

Per contare gli esempi specifici dell’interazione tra attività umane, ambiente e salute non basterebbero le dita di cento mani. Ci sono quelli più scontati, dalla produzione agricola – in cui, dice il direttore generale di Aboca Massimo Mercati “nella valutazione degli effetti ambientali siamo ancora all’anno zero. L’economia ha estromesso l’ambiente, relegando i danni ecologici a esternalità negative” –  agli scarichi industriali nei corsi d’acqua – si pensi, per citare un caso italiano, alla Valle del Sacco -. Il caso dei siti contaminati è emblematico: “Ad oggi la piattaforma comunitaria EIO-NET stima 2,5 milioni di siti contaminati in Europa. Tuttavia, solo il 30% dei Paesi membri ha fatto progressi nella loro perimetrazione e solo il 18% ha completato questa fase. Inoltre, solo il 15% dei siti contaminati nel nostro continente sono stati bonificati”, denuncia Agostino Di Ciaula, referente di ISDE per la Puglia. In Italia parliamo di 6 milioni di cittadini esposti all’inquinamento in queste aree, “con bonifiche completate in quasi nessuno dei Siti di interesse nazionale e in diversi casi mai partite”. Finora, fa notare il medico, “si sono valutati i danni, adesso bisogna quantificare anche il rischio”. Per la rigenerazione ambientale serviranno soldi, e non sarà, di nuovo, una politica solo di competenza del Ministero dell’Ambiente o di quello della Salute.

Accanto alle vicende più note ci sono quelle meno conosciute, come la questione delle tracce di farmaci presenti nelle acque. “I farmaci sono formulati per essere biologicamente attivi. Diversi non si degradano nel passaggio attraverso il nostro stomaco, e finiscono nell’ambiente tali e quali. Spesso sono prescritti ai pazienti solo per brevi periodi, sotto controllo medico, e non possono essere assunti da bambini o donne in gravidanza. Finendo nelle acque, con impianti di depurazione che spesso non possono assicurare la rimozione di questi residui, sono assorbiti dagli organismi acquatici e tutti i cittadini vengono a contatto con essi”, racconta il segretario di ISDE internazionale Lilian Corra, impegnata perché i governi prendano in considerazione il problema e le case farmaceutiche progettino medicinali pensando a come si comporteranno una volta dispersi nell’ambiente. Ambiti che competeranno, di nuovo, non tanto e non solo ai ministri dell’Ambiente o della Salute, ma anche a chi detta le politiche industriali.

Un primo tentativo di mettere al centro la salute pubblica è l’introduzione della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS). “È prevista da tempo dalle direttive europee, ma in Italia non viene quasi mia effettuata. D’altra parte, nella normativa non c’è scritto che senza VIS la VIA non è valida”, rivela Fabrizio Bianchi, responsabile dell’unità di ricerca di Epidemiologia ambientale e registri di patologia dell’Istituto di Fisiologia clinica del CNR. Un tentativo, riuscito solo in parte, di introdurre la VIS, è stato fatto dai deputati del Movimento 5 Stelle: la maggioranza poi ha modificato il loro emendamento al Collegato ambientale riducendone la portata e il testo è stato approvato alla Camera, ma non ancora dal Senato. Un altro piccolo segnale positivo, che dovrà però tradursi in fatti concreti per avere qualche effetto, è il nuovo Piano nazionale di prevenzione del Ministero della Salute. “Tra i macro-obiettivi c’è la riduzione non solo delle malattie, ma anche delle esposizioni ambientali anche solo potenzialmente dannose per la salute. Per la prima volta si parla di accountability e di integrazione tra servizi ambientali e sanitari. Adesso bisognerà vedere come le Regioni attueranno queste linee guida”, continua Bianchi.

La parola chiave è prevenzione; la questione vera è spostare i soldi verso questa voce di bilancio. “Oggi – spiega Maria Neira dell’OMS - il 97% della spesa sanitaria a livello mondiale è destinato alle cure, e solo il 3% va alla prevenzione, che spesso comunque è secondaria”, mirata cioè alla diagnosi precoce della malattia e non ad evitarne l’insorgenza. Il concetto che deve passare, ci tiene a chiarire Burgio, è che ammalarsi di cancro “non è bad luck, come si legge in un articolo pubblicato su  Science, ma si può prevedere e prevenire. Gli inquinanti più pericolosi per le modificazioni del genoma sono campi elettromagnetici, metalli pesanti, molecole chimiche di sintesi. Bisogna intervenire sull’ambiente”.

Veronica Ulivieri

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