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Sull’ambiente il “Decreto del Fare” rischia di disfare. Intervista a Nazzareno Pilozzi

agosto 2, 2013 Nazionali, Politiche

Nazzareno Pilozzi, eletto nelle liste di Sinistra Ecologia Libertà alla Camera dei Deputati, è membro della Commissione Affari Costituzionali e ha partecipato in prima persona al percorso di approvazione e discussione del decreto “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia“, approvato con fiducia dalla Camera e assegnato, in sede referente, alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Bilancio del Senato.

Ma Pilozzi  – che si occupa principalmente di lavoro e ambiente – dalle colonne dell’Huffington Post è stato molto critico sulla legge 21 giugno 2013, n. 69, comunemente chiamata “Decreto del Fare“, che ha stabilito alcune novità anche sui temi dell’ambiente. Greenews.info l’ha intervistato per capire quali sono gli elementi di preoccupazione.

D) Onorevole, ci spiega perché ha definito il cosiddetto “Decreto del Fare”, come “Decreto del Disfare“?

R) Considero il decreto, che dovrà essere convertito in legge entro il 21 agosto, un insieme poco coerente di articoli legati dall’obiettivo di rispondere a interessi di parte. Di conseguenza, manca totalmente quella tanto auspicata visione complessiva, necessaria a strutturare un programma concreto di interventi per il nostro Paese. Sembrerebbe una lista omnicomprensiva di buone intenzioni - ad alcune concedo almeno il beneficio di una verifica a posteriori – con misure per le imprese e le infrastrutture, soluzioni sulle semplificazioni e sulla giustizia civile, persino sul pignoramento dell’abitazione principale e sul tetto agli stipendi dei manager. In questa generale confusione, sono però evidenti troppi elementi che daranno un forte contributo al definitivo smantellamento del nostro sistema economico e sociale. Primo tra tutti, lo scardinamento di alcune fondamentali conquiste sociali in termini di diritto alla salute e al lavoro, che pone a rischio la condizione di tanti lavoratori, come ad esempio quelli occupati nei cantieri mobili, l’anello più debole della catena dello spettacolo, dove recentemente non sono mancati incidenti anche mortali.

D) Quali sono, precisamente, i punti del decreto che interessano la questione ambientale e perché sarebbero problematici? In che senso, come lei scrive, il decreto porta “confusione giuridica”?

R) Innanzi tutto, l’articolo 41, di modifica del Testo Unico dell’Ambiente (decreto legislativo 152/2006), che comporterà serie conseguenze sulla bonifica di siti contaminati. “Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario – recita l’articolo 41  – oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione”. Si tratta di un articolo che prevede chiaramente l’obbligo di bonifica in caso di inquinamento delle falde acquifere a carico del responsabile solo nel caso in cui fosse “economicamente sostenibile”! L’emendamento approvato crea ulteriore confusione giuridica, in quanto chi inquina le acque di falda deve provvedere alla bonifica solo “in subordine”, tramite barriera fisica o idraulica. Questo è il valore attribuito al bene pubblico acqua: in contrasto con gli esiti dei referendum del 2011, il Governo si preoccupa di tutelare chi inquina le falde acquifere, invece della salute dei cittadini, puntando al mero “attenuamento della diffusione della contaminazione”. E’ palese la violazione degli articoli 9 (Tutela dell’Ambiente) e 32 (Tutela della Salute) della nostra Costituzione, nonché del principio di precauzione, fondamentale nel diritto comunitario e nazionale.

D) Altri punti critici?

R) Non ravvedo alcuna coerenza – e qui nasce la confusione giuridica – neppure con la definizione di “danno ambientale” (art. 300 del decreto legislativo n. 152/2006), disposizione che lo definisce come “qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale provocata al terreno, mediante qualsiasi contaminazione che crei un rischio significativo di effetti nocivi, anche indiretti, sulla salute umana a seguito dell’introduzione nel suolo, sul suolo o nel sottosuolo di sostanze, preparati, organismi o microrganismi nocivi per l’ambiente”.

Intollerabile è poi l’attacco su più fronti al nostro patrimonio storico e naturalistico: da una parte la deregulation sulle concessioni edilizie metterà a repentaglio il valore paesaggistico dei centri storici italiani; dall’altra – mentre si riesce a reperire un milione di euro per un Commissario per la spending review – non viene impiegato un euro da destinare al dissesto idrogeologico del nostro territorio. A tutto questo sommiamo l’assurda chiusura da parte del Governo rispetto alla possibilità, per i cittadini, di installazione di impianti fotovoltaici, premessa che avrebbe invece favorito ingenti risparmi e rilanciato il settore delle energie rinnovabili.

D) Perché il famoso principio europeo del “chi inquina paga” è lontano dall’essere realizzato in Italia? Ci sono ragioni culturali?

R) Finché in Italia perdurerà un sistema di “poteri forti” – di matrice non esclusivamente berlusconiana, per essere chiari – connivente con le grandi aziende, si continuerà a conservare lo status quo che vede lo sversamento di materiali di siti contaminati, l’utilizzo di combustibili inquinanti, l’abuso edilizio come consuetudini di ordinaria amministrazione. Ad essere agevolate sono le imprese meno funzionali al rilancio dello sviluppo italiano in chiave ecosostenibile e si continua a perseverare nella mentalità oscurantista di ipotizzare uno sviluppo indipendente dalla salute umana e dall’ambiente. Dobbiamo invece costruire un percorso verso nuovi stili di vita, ripensando all’ecologia come strumento di un socialismo moderno e solidale. Per questo dobbiamo favorire politiche di graduale migrazione verso la green economy. Investire nell’economia verde significa poter ottenere decine di migliaia di posti di lavoro, vera e propria priorità per questa legislatura, soprattutto rafforzando il tessuto delle piccole e medie imprese che operano nelle eco-industrie, a partire dai nostri territori, dove c’è una grande sete di sviluppo e rilancio.

D) Lei ha scritto che “l’obiettivo di ridurre i costi della bolletta elettrica a carico dei cittadini e imprese è chiaramente condivisibile. Ma, invece di agire sul fronte della liberalizzazione, unico strumento in grado di ridurre i costi, si tagliano gli incentivi a chi ha già fatto investimenti e si respingono proposte, come quella di modifica dello scambio sul posto che, senza gravare gli utenti, avrebbero favorito la diffusione delle fonti rinnovabili e la riduzione dei costi in bolletta”. Ci spiega meglio questo passaggio…

R) Lo “scambio sul posto“, per sciogliere un’espressione forse troppo tecnica, è una particolare modalità di valorizzazione dell’energia elettrica, per cui chi dispone di un impianto ha la possibilità di realizzare una specifica forma di autoconsumo. In pratica, si immette in rete l’energia elettrica prodotta e non direttamente autoconsumata, per poi prelevarla in un momento differente da quello in cui avviene la produzione. Si tratta di una sorta di riserva, che permette di fare richiesta al proprio gestore dei servizi energetici per ottenere una sorta di compensazione. Tale meccanismo non sostituisce l’incentivo in Conto Energia. E’ evidente che questo meccanismo favorirebbe, oltre alla riduzione dei costi in bolletta, la diffusione delle fonti rinnovabili. Un nostro emendamento, bocciato dalla maggioranza, prevedeva la possibilità di estendere la normativa dello ‘scambio sul posto’ anche nello ‘scambio a distanza’: se io posseggo un appartamento in città sul cui tetto per questioni di condominio e di spazio non posso realizzare un impianto fotovoltaico, per usufruire dello scambio sul posto posso realizzare l’impianto sulla mia seconda casa in campagna o al mare o nel mio paese di origine e utilizzare l’energia prodotta a servizio della mia casa in città. Questo piccolo accorgimento sarebbe sufficiente ad aprire l’opportunità del fotovoltaico a molte famiglie cui oggi questa possibilità è preclusa.

D) Può affermare, alla luce di quanto ha detto, che il “decreto del fare” sia quindi, in realtà, un “acceleratore della nostra crisi”?

R) La politica deve riprendere autorevolezza sul primato delle grandi aziende, sul consumismo sfrenato e sulla finanza e cambiare le regole in termini di produzione e crescita sostenibile, equa e non speculativa. Credo che oggi sia fondamentale ripristinare un equilibrio virtuoso, ridimensionando un’economia ormai fuori standard secondo criteri maggiormente solidali. Dovremmo pensare tutti ad un modello economico nuovo, imperniato di meno sul denaro e di più sui beni e sui servizi, con l’obiettivo della crescita del sistema e del benessere della collettività, come auspica il nuovo indicatore denominato BES. Ma per lavorare in questa direzione, serve un disegno organico e super partes, che rinunci alla mediazione tra i troppi interessi rappresentati da questo governo e privilegi una volta per tutte i diritti delle persone, per costruire finalmente servizi di prossimità e prospettive di vita.

Ilaria Donatio

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