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Sviluppo e ambiente dopo la crisi. Usa e Cina Top Contributors

Pubblichiamo l’analisi settimanale di Bruno Pampaloni, contributor di Greenews.info e Affari & Finanza – La Repubblica, dedicata allo sfruttamento delle risorse naturali nelle due principali economie mondiali. I lettori che volessero commentare l’articolo potranno intervenire nella pagina di Greenews.info su Facebook.

The White Desert, Bolivia, Courtesy of Flickr.comLa battaglia contro lo sfruttamento irragionevole delle risorse naturali è sempre stata uno dei temi principali di ogni istanza ambientalista. A maggior ragione, oggi, quando l’uscita dalla “grande recessione” minaccia lo sconvolgimento drammatico di molti territori.

Per capire come questo possa accadere basta riflettere sulle cause del fallimento del vertice di Copenaghen o sulle politiche industriali e finanziarie previste o in corso d’opera, in molte aree del mondo. Temi che Greenews.info ha già parzialmente affrontato e che qui cercheremo di approfondire.

Certo, le speranze per un accordo globale sul clima restano, ma i segni dello sconquasso ambientale cui si stanno avviando alcuni Paesi sono evidenti. Si pensi per esempio alle numerose denunce sull’inquinamento industriale, sulla distruzione di intere coltivazioni, sulle numerose morti a causa di frane, sulla siccità o sulla scomparsa di specie animali e vegetali provocate dalla costruzione della gigantesca diga delle Tre Gole in Cina. La cui realizzazione, fra l’altro, ha comportato la “risistemazione” immediata di 1,4 milioni di persone.

La recessione, invece di frenare queste attività, potrebbe paradossalmente fungere da moltiplicatore di iniziative umane ad alto impatto ambientale in molte regioni del Pianeta, con il rischio che esse risultino fatali al delicato equilibrio su cui si basano gli ecosistemi di vaste aree geografiche.

Di fatto, vi sono pochi dubbi che fra Stati Uniti e Cina sia cominciata la corsa a chi uscirà meglio dalla crisi. Con l’Unione Europea e la Russia alla finestra, più spettatori che attori interessati. La competizione fra i due giganti per la leadership mondiale potrebbe causare, come detto, gravi danni all’ambiente. Specialmente in Cina. Meno problemi invece negli Stati Uniti. Non tanto o non solo perché la maggiore sensibilità ambientale della popolazione dovrebbe preservare il Paese da “rischi fatali”, ma soprattutto perché l’oggettiva superiorità delle infrastrutture esistenti e le favorevoli condizioni geografiche consentiranno a Washington di destinare capitali e risorse a progetti virtuosi per l’ambiente. E di evitare, così, la devastazione del proprio territorio. La cui particolare conformazione ha influenzato il sistema economico americano, più stabile e flessibile di quello degli altri Paesi. Si può dunque ragionevolmente sperare che negli Stati Uniti l’esigenza di rivitalizzare un’economia depressa non passi attraverso lo sconvolgimento ambientale dovuto a poderosi “piani quinquennali”.

Al contrario, in Cina, che occupa una superficie superiore a quella americana, la minor disponibilità di spazi destinabili all’agricoltura, all’insediamento umano e allo sviluppo potrebbe spingere il governo a nuove devastazioni di enormi aree geografiche, pur di piegare il territorio alle attività produttive e tenere (ad ogni costo) il passo dei competitors. In tre fiumi cinesi su quattro l’acqua è irreparabilmente inquinata, tanto che non è più possibile utilizzarla per la pesca o per l’irrigazione. Inoltre, secondo quanto ammesso dallo stessa Amministrazione dello Stato per la Tutela dell’Ambiente, un decimo dei terreni coltivabili è inquinato, due milioni di ettari sono irrigati con acque reflue e 130.000 impiegati per ammassare rifiuti (1). Rischi che l’ecosistema americano non corre.

D’altra parte, grazie al Midwest, gli Stati Uniti “vantano la più estesa superficie di terra coltivabile contigua”, la cui produzione può raggiungere “via nave praticamente qualsiasi parte del Golfo o della East Coast” (2). Il tutto grazie ad un sistema interconnesso formato da una rete di trasporti fluviali – capace di collegare fra loro, quasi senza soluzione di continuità, i fiumi Red, Missouri, Ohio, Tennessee, Mississippi – da una serie di corsi d’acqua minori e da alcuni porti naturali fra i più grandi in assoluto, come Chesapeake o New York. Ma, soprattutto, senza dover ricorrere ad ulteriori dannosi sbancamenti per la costruzione di altre vie fluviali di collegamento. In tal modo enormi derrate agricole raggiungono facilmente i mercati locali, regionali e globali. Senza contare che questa imponente via d’acqua è a disposizione di qualsiasi altra attività produttiva sviluppabile nella regione. Grazie a questo consolidato sistema di trasporti e a un vasto territorio favorevole all’antropizzazione gli Stati Uniti sono in grado di realizzare esclusivamente infrastrutture mirate o socialmente accettabili e di liberare quelle risorse necessarie per mantenersi in una posizione di vantaggio competitivo rispetto alla principale economia rivale. Le conseguenze virtuose per l’ambiente sono evidenti.

La Cina è, invece, ancora piuttosto lontana dai livelli di prosperità economica raggiunti in America. Per riuscire in un (improbabile) sorpasso sta dotandosi di opere faraoniche e di un sistema industriale senza il quale non può reggersi alcuna economia che sia competitiva a livello globale. Pechino destina così ingenti capitali alla costruzioni di strade, ferrovie, dighe, ponti o fabbriche, ma al prezzo di sottrarre risorse all’ambiente e di immensi sconvolgimenti all’ecosistema. Ne sono esempio la deforestazione selvaggia, la carenza di risorse idriche (quelle disponibili per ogni cinese sono circa il 25% in meno della media mondiale) e degli spazi destinati all’agricoltura. E la geografia certo non aiuta. Il cuore agricolo della Cina risiede infatti nel bacino del Fiume Giallo, localizzato nel nord del Paese, un corso d’acqua difficilmente navigabile e soggetto a continue inondazioni. Per imbrigliare il fiume o piegarlo alle attività umane sono necessari un alto livello di pianificazione e di coordinamento e notevoli risorse finanziarie. Gli altri due grandi fiumi (lo Yangtze Kiang e quello delle Perle) non sono collegati naturalmente fra loro. Né, tantomeno, al Fiume Giallo. Senza contare che i porti più importanti Shanghai (sullo Yangtze), Hong Kong, Macau, Guangzhou (sul Fiume delle Perle) sono situati alla foce dei due fiumi meridionali e che nessun scalo di qualche rilevanza è localizzato allo sbocco del Fiume Giallo. Così, per evitare che i singoli centri regionali possano svilupparsi indipendentemente da Pechino, depotenziandone il controllo su tutto il Paese, il governo centrale ha progettato un massiccio e costoso programma di sviluppo infrastrutturale. Il cui esempio storicamente più evidente è il Grande Canale che unisce il Fiume Giallo e lo Yangtze Kiang.

La conformazione del territorio ha quindi orientato in qualche modo le scelte ambientali di Pechino e Washington. In questo campo la Cina è un malato grave. La geografia, la storia e la lungimiranza dell’operato umano hanno favorito invece gli Stati Uniti, con notevoli vantaggi per l’economia e per il proprio ecosistema. La fortuna di non dover procedere a un massiccio piano di investimenti infrastrutturali consente dunque agli Stati Uniti maggiori chances di successo nella green revolution.

Bruno Pampaloni

Note:

1) Thierry Wolton, Il grande bluff della Cina. Dal latte alle Olimpiadi. Come Pechino ci vende la sua rivoluzione capitalista. Gremese, Roma, 2008, p.134 -  OPPURE: “Le Monde”, 23 luglio 2006

2) Fonte: Peter Zeihan, Geopolitical Intelligence Report

3) Ibidem

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