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Una finanziaria “green” per rilanciare l’Italia. Le 15 proposte di Legambiente Top Contributors

Pubblichiamo l’introduzione al documento ”Una finanziaria green per rilanciare l’Italia“, rilasciato da Legambiente nei giorni scorsi per avanzare proposte concrete e facilmente attuabili in vista della Legge di Bilancio 2017. 15 mosse per creare lavoro e investimenti in innovazione e riqualificazione ambientale, senza nuove tasse e a parità di gettito per il bilancio dello Stato.

Non è vero che in questa fase complicata dell’economia italiana e globale si debbano rinviare gli investimenti destinati alla ricerca, all’istruzione o all’innovazione ambientale. Non è vero semplicemente perché nell’enorme bilancio dello Stato sono presenti enormi sprechi e vere e proprie distorsioni fiscali a danno dell’ambiente, oltre che a rendite insopportabili che impediscono una corretta gestione di beni naturali e comuni.

Se da una parte è condivisa l’idea che sia quanto mai urgente rilanciare investimenti e politiche che spingano la green economy, dall’altra parte il dibattito politico sembra ignorare che sia possibile fare ciò in tempi brevi contribuendo al rilancio dell’economia italiana. La ricetta è nota da tempo e passa per lo spostamento del peso della fiscalità dal lavoro al consumo delle risorse, e di spingere l’innovazione ambientale in tutti i settori fondamentali dell’economia italiana: dall’energia all’edilizia, dalla mobilità ai rifiuti, dall’agricoltura al turismo.

Legambiente ha messo in fila 15 proposte per rilanciare l’economia italiana in una chiave ecologica. Sono proposte che riguardano ambiti diversi, tutte semplici, fattibili e comprensibili. Se approvate permetterebbero di avviare investimenti in settori fondamentali dell’economia italiana, di cancellare rendite e privilegi contro l’ambiente non più ammissibili. Per evitare equivoci, non esistono impedimenti economici o trattati europei ad ostacolare questo cambiamento – semmai il contrario (in particolare dopo l’accordo internazionale sul clima alla COP21 di Parigi), sono le difficoltà o i rischi possibili legati al bilancio dello Stato. Perché c’è un dato importante da sottolineare: questi interventi non creano nuovo debito pubblico e non determinano un aumento della tassazione generale. Al contrario, permetterebbero di premiare gli investimenti in innovazione e di reperire le risorse per ridurre il costo del lavoro.

Sono tre i campi di intervento proposti da Legambiente per ridisegnare la fiscalità in chiave ambientale nel nostro Paese. Il primo prevede un intervento con effetti immediati, nella Legge di Stabilità, per cancellare privilegi e rendite di cui beneficiano coloro che gestiscono cave, acque di sorgente, concessioni balneari, rifiuti, trivellazioni di petrolio e gas. Cancellare queste rendite e privilegi che producono impatti ambientali consentirebbe di generare quasi 2 miliardi di euro ogni anno, a partire dal 2017. Il secondo filone di interventi punta ad aprire finalmente il calderone della fiscalità in settori dove fino ad oggi hanno dominato complessità e assenza di trasparenza che nascondeva privilegi per alcuni, attraverso sussidi diretti e indiretti, e voci di prelievo senza alcun legame con le stesse accise, bloccando una innovazione capace di generare vantaggi generali e di creare lavoro. Il terzo campo di intervento riguarda l’IVA sull’acquisto di beni e prodotti, dove oggi sono in vigore aliquote diverse, ma anche qui neutrali rispetto al peso che quanto viene acquistato determina nei confronti dell’ambiente.

Questi interventi sarebbero a parità di gettito ma produrrebbero investimenti in una direzione virtuosa. Complessivamente tra accise su energia e trasporti, IVA su beni e prodotti, lo Stato attualmente incassa 150 miliardi di euro che, a parità di gettito, vanno ridistribuiti sulla base di criteri ambientali. Infine, si propone di sbloccare interventi a costo zero per lo Stato, ma fondamentali per il territorio e l’economia italiana, capaci di creare lavoro e vantaggi ambientali, nella riqualificazione del patrimonio edilizio, nelle bonifiche, nell’autoproduzione da fonti rinnovabili, nel ridare valore a boschi e aree agricole abbandonate, nello spostare investimenti dalle autostrade al trasporto ferroviario pendolare.

Perché continuare a difendere questa situazione e non provare a cambiarla? Qualcuno potrebbe obiettare su interventi fiscali di questo tipo? Per fare degli esempi, per l’acqua in bottiglia si passerebbe da 0,1 centesimi pagati per litro a 2 centesimi (il prezzo medio di vendita è 30 centesimi nella grande distribuzione!). Per le cave si pagherebbe il 20% del prezzo di vendita finale come nel Regno Unito, mentre attualmente siamo al 3,5% e in alcune Regioni i canoni di concessioni per le attività di escavazione sono addirittura gratis. Qualcuno può difendere il fatto che non si paghino le royalties per le trivellazioni sotto certe soglie o che quanto pagano le compagnie alle Regioni lo possono dedurre dalle tasse? Oppure che in Italia continuino ad essere diffuse le discariche e si proceda a rilento nel riciclo dei materiali, perché il prezzo di conferimento in discarica è bassissimo? Al contrario, dovrebbero essere le imprese a spingere per un mercato finalmente trasparente che premia chi innova.

Se la situazione economica e occupazionale del Paese è difficile, queste proposte dimostrano che vi sono settori in Italia dove, con adeguate politiche, si possa tornare a creare lavoro e opportunità. Tutti gli studi evidenziano come l’innovazione energetica e l’economia circolare sono i campi dove si può dare risposta a storici problemi nazionali creando opportunità e lavoro nei territori. Ed è nella qualità dell’offerta turistica, nella valorizzazione delle città, nella crescita dell’agricoltura biologica e dei prodotti di qualità, la ricetta capace di far ripartire la domanda interna e di spingere il Made in Italy all’estero. Ed è possibile muoversi in questa prospettiva, aiutando l’agricoltura italiana, rilanciando gli investimenti nel recupero urbano delle periferie, nelle fonti rinnovabili.

Le 15 proposte qui raccolte spiegano come sia possibile liberare risorse nei diversi settori, da investire in innovazione e riqualificazione ambientale, e di rimetterne in moto per ridurre il costo del lavoro, il debito pubblico e spingere ricerca e istruzione. Del resto è stata l’OCSE, nelle raccomandazioni date nei confronti dell’Italia, a sottolineare l’importanza di una riforma della fiscalità che riguardasse l’energia e l’uso delle risorse nella direzione di una crescita verde. E il Governatore della Banca D’Italia Visco nella sua relazione 2016, ha sottolineato come “Una maggiore attenzione e maggiori investimenti, pubblici e privati, per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale possono produrre benefici importanti, coniugando innovazione e occupazione anche al di fuori dei comparti più direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo”.

Il bilancio dello Stato e la fiscalità in materia ambientale hanno bisogno oggi più che mai di trasparenza e di chiarezza sugli obiettivi che si vogliono perseguire. Perché da tempo si è perso ogni senso nelle voci di bollette e nella tassazione che riguarda trasporti, energia, ecc. E perché, come ha evidenziato uno studio della Commissione Europea l’economia italiana potrà crescere di oltre il 23% puntando su innovazione, istruzione e detassazione del lavoro . Siamo davvero in un mondo nuovo, profondamente cambiato dalla globalizzazione e dove a prevalere è la paura del futuro, anche in campo economico. Ma proprio per questo occorre percorrere strade inedite e lungimiranti, che oggi possano tenere assieme il rilancio dell’economia con il benessere dei cittadini e la richiesta di un ambiente più sano con quello di una società con meno ineguaglianze. Altro che utopia, sono i numeri dell’occupazione e degli investimenti nella green economy a confermare come questa ricetta sia vincente, e lo si comprende guardando al futuro del nostro Paese attraverso la chiave dell’economia circolare e della valorizzazione delle qualità italiane. Occorre dare risposte ai problemi di gestione dei rifiuti, di importazione di fonti fossili, di approvvigionamento di beni e materiali attraverso ricette che già oggi sono di successo – come le filiere di raccolta differenziata e riciclo dei materiali – ed altre che possono diventare una straordinaria opportunità per le imprese e i cittadini, come quella dell’autoproduzione da fonti rinnovabili.

Se riusciremo ad accompagnare questi cambiamenti con una attenta revisione della fiscalità, che premi l’innovazione e le produzioni di qualità e a basso impatto ambientale, sarà allora possibile rilanciare sul serio la domanda interna e il lavoro mettendo al centro le risorse materiali e immateriali uniche del nostro Paese. A Governo e Parlamento chiediamo di avere il coraggio di investire in questo tipo di futuro.

Legambiente

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