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Valentini: il candidato che Zingaretti ha strappato alla scienza del clima

febbraio 12, 2013 Nazionali, Politiche

In vista delle elezioni politiche e regionali 2013 del 24 e 25 febbraio proseguono le interviste di Greenews.info a politici e amministratori, per cercare di comprendere quali siano i programmi più concreti e credibili a favore dell’ambiente e della green economy.

Riccardo Valentini è uno scienziato, non un politico. Nel 2007, insieme ai colleghi del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace ed è conosciuto a livello internazionale proprio per essere stato il pioniere delle ricerche sul ruolo dei sistemi agricoli e forestali, all’interno dei cambiamenti climatici e dell’effetto serra. Con i suoi studi ha sviluppato nuove tecnologie che misurano l’assorbimento di anidride carbonica da parte delle vegetazione terrestre, ormai uno standard per il monitoraggio ambientale. Un paio di mesi fa, Valentini ha ricevuto una telefonata: era Nicola Zingaretti che lui “non conosceva”, precisa, anche se sapeva benissimo chi fosse. Il candidato del Pd alla guida della Regione Lazio – che i bookmakers danno favorito alle prossime elezioni – gli ha proposto di “entrare nella sua squadra”. Lo ha fatto per il “curriculum” (ormai un termine che solo uno scienziato utilizzerebbe!), proprio perché, dice, “Zingaretti è diverso, e lo ha dimostrato a partire dal modo in cui ha selezionato i candidati”. “E dal canto mio”, prosegue Valentini che è direttore, dal 2002, del Dipartimento di scienze dell’Ambiente Forestale e delle sue Risorse, all’Università della Tuscia, “ho accettato, proprio per la mia storia professionale”,

D) Cosa intende? La sua storia come ricercatore non ha nulla a che vedere con la politica…

R) È vero. E aggiungo subito che questa sarà una parentesi: intendo tornare al mio lavoro di ricerca, quello per cui lavoro da una vita.

D) E allora qual è il collegamento? Perché ha detto sì a Zingaretti?

R) È stato un atto di adesione civile: mi sento molto fortunato a partecipare al suo progetto di riforma della regione Lazio, e allo stesso tempo mi sembra un’occasione. Viaggiando per il mondo, per il mio lavoro, ho sempre sofferto il cliché un po’ cialtronesco dell’Italia e degli italiani e sarebbe bello che questo gruppo di persone, scelte proprio per innalzare competenze e qualità, al di là del colore politico, riescano anche a rilanciare fuori dal Paese un’altra idea di Italia.

D) Il suo gruppo di ricerca è costituito da circa 40 giovani ricercatori che oggi svolgono attività di ricerca in molti progetti internazionali in Europa e in altri Paesi, come hanno reagito i suoi collaboratori nel sapere del suo nuovo impegno?

R) Hanno manifestato preoccupazione. E li ho compresi, a dire il vero: a differenza della preoccupante situazione di crisi e di stagnazione in cui versa l’economia reale, la ricerca è un ambito molto vivo e dinamico. Il nostro gruppo di lavoro, per esempio, ha aderito a numerosi programmi di ricerca europei e nonostante la gran parte dei ricercatori del team sia totalmente autonomo da me e dalla mia guida, vi era il timore che con il mio impegno politico, si potessero perdere delle occasioni o addirittura venir meno agli impegni assunti. E invece, così non sarà: ora hanno capito lo spirito con cui ho accettato. Un nuovo inizio per far ripartire il cambiamento.

D) Come scienziato che mette la propria competenza a disposizione di un progetto di governo, come pensa di poter incidere sulla realtà? Da dovere occorrerà ripartire, secondo lei?

R) Il dato più impressionante di tutti è la situazione drammatica per i giovani e il lavoro. Ma nell’osservazione di questa evidenza eccezionalmente grave, c’è anche un fatto che definerei nuovo, comunque in controtendenza con l’evoluzione del modello economico degli ultimi decenni: l’enorme interesse che i giovani hanno iniziato a nutrire nei confronti dell’agricoltura, con un importante aumento di iniziative imprenditoriali nel settore.

D) Cosa ci suggerisce l’osservazione di questo trend?

R) Che il futuro, o parte importante di esso, si gioca proprio nella nostra capacità di investire in un nuovo modello di gestione della terra, a basso impatto ambientale, e in quell’innovazione tecnologica in grado di dare nuovo valore alla terra. In due parole, nell’agricoltura sostenibile, settore guardato con molta attenzione dai giovani e che scelgono per la propria formazione (veda il boom di iscrizioni effettuate, nel 2012, alla facoltà di Agraria o di Scienze ambientali). Guardi, lo dico con tutta la sincerità e la gravità possibili, la situazione dei giovani mi preoccupa molto: è la priorità assoluta per il futuro dell’Italia.

D) Su cosa punterebbe, concretamente, se dipendesse da lei? Quale ricetta per una green economy italiana?

R) Abbiamo due strade principali. La prima: dobbiamo intercettare la domanda di Made in Italy che c’è nel mondo. È una ricchezza potenziale che potrebbe offrire molte occasioni di lavoro e che fino ad ora non abbiamo sfruttato abbastanza. Pensi ai beni culturali e all’agricoltura, in particolare: noi italiani non dobbiamo vendere solo olio e vino, quello che la terra coltivata ci restituisce, ma anche il nostro paesaggio, il territorio nella sua integrità, il valore delle imprese che producono in modo sostenibile. Sto alludendo, dunque, a quell’insieme di attività che possiamo racchiudere in una sola definizione: la valorizzazione del territorio a tutto tondo. Secondo un sondaggio a cura di Renato Mannheimer, pubblicato tempo fa sul Corriere della Sera, secondo l’8o-9o% dei cittadini, “agricoltura, difesa  dell’ambiente, cultura e protezione di beni artistici e architettonici sono tutti settori accomunati da una rilevante importanza economica – per il loro contributo all’occupazione – e, al tempo stesso, da un’attenzione talvolta marginale da parte delle autorità”. Significativo vero?

D) Molto. La seconda strada?

R) È rappresentata dalle altre qualità che caratterizzano di più l’Italia nel mondo: innovazione e intelligenza nella impresa. Puntare sulla creatività, quindi, e far nascere nuove idee: la terra ci fornisce tantissimi materiali di scarti che possono essere riutilizzati e fatti diventare prodotti finiti. Pensi all’ecodesign e alle sue potenzialità!

D) Anche questa strada attiene a un modello economico che potrebbe essere definito sostenibile…

R) Certamente. Un modello che non sia più energivoro e che punti più all’efficienza energetica che alla sola produzione di energia: non possiamo non valorizzare tutto quello che gettiamo. Che è una percentuale che si aggira intorno al 40% del totale prodotto. Oggi, siamo costretti a partire da qui: dalla riduzione degli sprechi. Guardi che non si tratta di decrescita, come modello di sviluppo alternativo ma di efficienza nell’uso di risorse.

D) Come si immagina la nuova Regione Lazio?

R) Oggi assistiamo a un paradosso: questa regione è quella con la più alta concentrazione di centri di ricerca che, tuttavia, fanno ricerca per committenti internazionali e non per il territorio in cui operano. Ecco, la regione di domani deve essere il luogo dove ci siano iniziative di legge per incentivare nuove forme di sviluppo economico, nuove opportunità: perché avvenga questo, occorre far partire la macchina e offrire una speranza ai giovani, trattenerli qui offrendo loro un’alternativa concreta. Dobbiamo comprendere che non possiamo più permettercelo se vogliamo essere un Paese leader nel mondo. E per riuscirci, occorre ripartire anche da regole certe che il Legislatore detti in costante raccordo, tanto con il mondo della ricerca quanto con quello produttivo.

D) Non teme di sentirsi solo, lei, scienziato in politica?

R) No, più che solo, mi definirei un ottimista preoccupato. A parte questa considerazione personale, qui ci sono persone interessanti, con storie diverse, provenienti da ambiti diversi della società: quella di Zingaretti è una bella squadra, davvero, non ho dubbi. E per quanto riguarda me, vorrei poter contribuire portando un metodo di concretezza, scelte basate sul merito e la necessità di misurare i risultati raggiunti: mi pare, questo, un metodo “quasi scientifico” che potrebbe fare solo del bene alla macchina amministrativa.

Ilaria Donatio

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