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Appalti verdi per pubbliche amministrazioni sostenibili

courtesy of Sara Bjork (Flickr)E’ ormai entrato a far parte del senso comune il fatto che i nostri acquisti, siano essi di prodotti o di servizi, hanno necessariamente un impatto sul consumo o, viceversa, sul risparmio di energia. In particolare, esistono prodotti e servizi specificamente connotati in tal senso, come gli elettrodomestici, i mezzi di trasporto pubblici e privati eccetera; anche tutti gli altri, tuttavia, hanno sull’ambiente un impatto che, per quanto meno evidente, non è per nulla trascurabile.

Ciò che vale per i singoli cittadini, a maggior ragione vale per le pubbliche amministrazioni: esse hanno innanzitutto il ruolo di “dare il buon esempio”, come ha sottolineato l’Assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Nicola de Ruggiero in apertura del workshop Appalti verdi e centrali di acquisto tenutosi questa mattina nell’ambito della Biennale dell’Eco-Efficienza. “Ho preso l’abitudine, recentemente, di tenere lezioni sui temi energetici ai ragazzi delle scuole: inevitabilmente, la prima delle domande che mi viene posta alla fine è sempre la stessa – E la nostra scuola?” Perché è evidente che troppo spesso gli edifici pubblici non siano esattamente buoni esempi di eco-efficienza, nonostante tutti gli sforzi compiuti negli ultimi anni “soprattutto nella provincia di Torino” – ha sottolineato con enfasi de Ruggiero.

L’impostazione del workshop è stata data fin dall’inizio dal moderatore Giuseppe Gamba di Kyoto Club: è importante, in materia di impatto ambientale nell’acquisto di prodotti e servizi, avere sempre presenti i dati quantitativi. “Dichiarare che la pubblica amministrazione X ha risparmiato il 30% di energia non è un dato quantitativo, perché non si capisce in rapporto a cosa; sarebbe auspicabile che le pubbliche amministrazioni comunicassero agli utenti i propri successi in termini più precisi – abbiamo salvato x alberi, abbiamo risparmiato y litri di petrolio, z quintali di CO2. E sarebbe ancora meglio che questi dati fossero esplicitamente inseriti nelle delibere”, per dare maggiori elementi di trasparenza al modo in cui le pubbliche amministrazioni integrano i criteri ambientali in tutte le fasi dei processi di acquisto.

Anche perché i cosiddetti “acquisti pubblici verdi”, o GPP (Green Public Procurement), sono ben regolati a livello europeo fin dal 2004, grazie a normative che riconoscono l’importanza dei criteri ambientali – consentendo addirittura che in certe circostanze possano prevalere rispetto a quelli di economicità.

Recentemente è stata istituita, inoltre, l’eco-etichetta Ecolabel Europeo: un marchio pubblico, volontario, le cui condizioni sono state stabilite con criteri scientifici e che tiene in conto l’intero ciclo di vita del prodotto a cui viene applicato, dall’estrazione delle materie prime sino allo smaltimento.

In Italia, tuttavia, il piano d’azione nazionale sul GPP del 2007 – che si pone come obiettivi una crescente efficienza e un risparmio nell’uso delle risorse, la riduzione dei quantitativi di rifiuti prodotti e dell’uso di sostanze pericolose per l’ambiente – avrebbe dovuto realizzarsi tramite la definizione di criteri ambientali individuati da Decreti Ministeriali.

“Decreti che non esistono perché non sono mai andati oltre la fase di bozza”, dice Vincenzo Maria Molinari dell’Assessorato all’Ambiente della Regione Piemonte; “ad ogni modo, il concetto di acquisto pubblico verde offre grandi opportunità, dal momento che stimola l’innovazione, razionalizza la spesa pubblica, stimola la crescita di un mercato più verde”.

Tale carenza normativa ha fatto sì che, nel corso degli anni, gli operatori del settore abbiano dovuto “navigare a vista”. Anche per questo motivo, suggerisce Molinari, “è importante che le pubbliche amministrazioni di tutta Italia si impegnino nel campo di una formazione concreta e orientata al pragmatismo”, soprattutto considerando il fatto che il nostro Paese conta migliaia di Comuni e centinaia di altre amministrazioni pubbliche, ognuna con le proprie peculiarità.

C’è ancora molta strada da fare; anche a livello di eco etichettature, infatti, Ecolabel è molto poco diffusa – 12 cartiere in tutta l’Unione Europea, 20 produttori di lavatrici, tanto per citare qualche esempio numerico. Quando però, dall’1% del mercato di oggi, Ecolabel riuscisse a coprirne il 5%, si risparmierebbero oltre quindici miliardi di kilowattora annui in elettricità e quasi nove milioni di tonnellate di CO2. Sembra che ne valga la pena.

Eva Filoramo

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