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“Biomasse e polveri sottili? Attenzione a puntare il dito”. Intervista a Marco Palazzetti

febbraio 22, 2020 Aziende, Pratiche

Si è chiusa oggi a Verona la 12°edizione di “Progetto Fuoco“, una delle più grandi fiere al mondo nel settore degli impianti e attrezzature per la produzione di calore ed energia dalla combustione della legna, che quest’anno ha dedicato il focus principale alla riduzione delle emissioni e all’efficientamento energetico. Un comparto che solo in Italia vale 5 miliardi di euro e conta 14.000 mila imprese con oltre 72.000 impiegati. Per l’occasione abbiamo intervistato l’ingegner Marco Palazzetti, in visita nei giorni scorsi a Torino, dove la famiglia che guida l’azienda friulana ha sponsorizzato il restauro del caminetto monumentale nel Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale, secondo intervento di un progetto chiamato “La Cornice del Tempo“. Abbiamo parlato con lui di biomasse, inquinamento atmosferico, filiere produttive, innovazione e molto altro, ecco cosa ci ha raccontato…

D) Ing. Palazzetti, ultimamente sembra esserci molta confusione sul ruolo delle biomasse legnose, accusate, da un lato, di essere una delle principali fonti di inquinamento dell’aria e considerate, dall’altro, una fondamentale e preziosa fonte di energia rinnovabile. Qualcuno mette addirittura in dubbio che siano fonti propriamente “rinnovabili”. Ci può illustrare il suo punto di vista?

R) Innanzitutto va detto che sulla “rinnovabilità” delle biomasse legnose non ha senso esprimere opinioni, stiamo parlando di qualcosa che è normato dalle leggi sulla gestione forestale sostenibile. E’evidente che esista uno sfasamento tra il tempo necessario alla crescita di un alberto e il tempo per bruciarlo, ma è bene ricordare che sono definite risorse energetiche rinnovabili, quelle risorse che sono naturalmente reintegrate in una “scala temporale umana” e non in termini di ere geologiche, come per il petrolio e le fonti fossili. L’utilizzo di biomasse è sottoposto a valutazione di sostenibilità secondo normative europee, che definiscono, tra l’altro, i sustainability criteria for biomass. Anche nel nuovo Green Deal, l’obiettivo è sempre lo stesso: coesistere con il Pianeta senza stravolgerlo. E’chiaro che noi esseri umani “antropizziamo” le zone in cui viviamo, ma lo si può fare, secondo questi criteri, in un quadro di sostenibilità di lungo periodo. Tornando al dunque: fare un discorso completo sul ciclo della CO2 delle biomasse è qualcosa di molto tecnico, che richiede preparazione scientifica. Ma per farla semplice: se pianti un albero per farlo crescere, tagliarlo e bruciarlo, è vero che si ha un ciclo molto veloce e “lineare” di cattura e restituzione della CO2 all’ambiente. Ma se consideriamo invece i criteri di silvicoltura sostenibile, il taglio avviene solo sulla porzione di accrescimento della foresta e non sul patrimonio forestale. In sostanza, esiste uno stock di foreste che è in grado di compensare abbondantemente lo sfasamento temporale necessario alla ricrescita di alberi dopo il taglio. Poi c’è un altro discorso: quando usiamo una parte della legna tagliata come materiale per l’edilizia, l’arredamento ecc. e non la convertiamo in energia, quella parte di CO2 resta immagazzinata nei materiali, non è reintrodotta nel sistema. E’quello che si chiama carbon sinking.

D) Eppure stiamo assistendo ad uno scontro paradossale: da un lato associazioni ambientaliste come Legambiente e Kyoto Club che, insieme a Uncem e altri soggetti, difendono l’uso a fini energetici delle biomasse con la campagna informativa “Italia che rinnova” e, dall’altro, realtà altrettanto ambientaliste e attente alla salute, come ISDE, l’Associazione Medici per l’Ambiente, che chiedono l’abolizione dei sussidi alle biomasse. Come si spiega questa situazione?

R) Provo a ricostruire una situazione complessa… C’è innanzitutto molta cattiva informazione. Ma è anche cambiato il modo di fare comunicazione. Storicamente ciascun settore parlava di sé e lasciava al pubblico la decodifica dei pro e dei contro. Oggi invece si tende a fare comunicazione contro qualcosa... La principale comunicazione contro è oggi contro l’immissione in atmosfera di anidride carbonica. Ma si dovrebbe chiarire che il principale problema è la CO2 liberata dai giacimenti fossili. Oggi disponiamo di una mole tale di informazione scientifica sui danni delle fonti fossili che continuare a dire (come fa qualcuno) che possa esserci una fonte fossile “pulita” è un abominio! Eppure, non ho problemi a dirlo, facendo leva sulla questione delle polveri sottili e dell’inquinamento dell’aria, ci sono associazioni di categoria come Assogasliquidi (l’Associazione di Federchimica che rappresenta le imprese del comparto GPL e GNL, NdR), che diffondono informazioni di parte e sponsorizzano campagne di comunicazione come “Aria pulita” dell’Unione Nazionale Consumatori, in cui si suggerisce di usare il GPL – una fonte di origine fossile! La realtà, per chiudere questo lungo ragionamento, è che noi siamo relativamente “piccoli” e facilmente accusabili…

D) Sulla questione delle polveri sottili lei ha presentato in conferenza stampa dei dati dell’ARPA Emilia Romagna che pongono in una luce completamente diversa la questione (si veda il grafico al fondo dell’articolo)…

R) Sì, su questo tema, che riempie i giornali ogni inverno, ci sono due ordini di imprecisioni nell’informazione. Se la nostra preoccupazione è su quello che respiriamo, è bene sapere che il particolato primario (a cui contribuiscono in effetti anche le biomasse legnose) è al massimo il 30%. Ma il 70% è costituito dal cosiddetto particolato secondario, che è il risultato di altre fonti di inquinamento, eppure di questa fetta grossa non si parla, perché? Se vuole le do anche la risposta…

D) Prego…

R) Primo perché è un argomento complicato da trattare, anche scientificamente, quindi figuriamoci a livello divulgativo… Secondo motivo: tutti gli inventari delle emissioni che ogni Regione fa, tengono conto solo del particolato primario! E gli inventari, che sono procedure standard, si fanno a partire dai prodotti utilizzati dalle auto, dalle stufe ecc. che sono più facilmente misurabili e inventariabili ex ante, mentre il particolato secondario andrebbe misurato ex post… Non nego ovviamente che la questione del particolato primario esista, ma è un problema parziale.

D) La mia impressione, se posso aggiungere, è che spesso si confonda la fonte con la macchina. Ovvero che il problema, in realtà, non sia tanto rappresentato dal combustibile (legna e pellet), quanto dal fatto che l’Italia è invasa da caldaie e stufe vecchissime, che potrebbero essere sostituite da modelli più recenti, con un miglioramento dell’efficienza anche dell’80%. Sarebbe positivo anche per l’economia… A questo proposito, parliamo anche della filiera del legno. E’una follia che l’Italia continui a comprare materiale da costruzione, pellet, legname ecc. da Austria, Germania, Slovenia, impattando in quel modo anche sui trasporti. Perché, secondo lei, non c’è una volontà seria di (ri)costruire una filiera completa del legno?

R) Le ragioni sono molte e forse io non sono la persona più titolata ad illustrarle. Però le posso dire, sinteticamente, che l’economia della foresta ha tanti problemi in Italia, mettiamola così… C’è un aspetto culturale: storicamente in Italia ha prevalso più una visione di conservazione del patrimonio forestale che non di valorizzazione. Un albero maturo, che non cresce più, dal punto di vista del carbon fixing rischia di essere poco utile. E se marcisce e crolla quella CO2 la ributta fuori, insieme ad altri gas di fermentazione. La gestione forestale sostenibile serve esattamente a massimizzare la capacità di fissaggio del carbonio, determinando un equilibrio complessivo tra crescite e tagli. Bisogna superare la visione che tagliare un albero sia come ammazzare qualcuno, a meno che non si parli di alberi monumentali. Le foreste è bene ricordarlo, stanno crescendo in superficie in Italia. Da noi in Friuli, in alcuni casi, si stanno riprendendo i pascoli. Tornando alle difficoltà di costruire una filiera, ci sono anche le “scuse” burocratiche, come quella che non si sa esattamente di chi sia una certa proprietà, se la si possa attraversare con i mezzi ecc. Giusto per capirci, questi problemi esistono in tutta Europa, ma gli altri paesi hanno già studiato soluzioni, non c’è nulla da inventare. In Germania, ad esempio, se un privato non presenta un piano di manutenzione della propria foresta entrano in azione delle cooperative federali o statali che sopperiscono (perché la manutenzione è vista come una misura di sicurezza, una tutela del territorio). Quando il privato (magari emigrato all’estero e ignaro della proprietà) rientra in Germania e presenta il suo piano, subentra automaticamente alle cooperative e rientra nel pieno possesso della sua proprietà. Queste buone pratiche europee dovrebbero essere spiegate agli enti locali italiani, perché a spiegarlo a Roma ti dicono subito tutti di sì, ma poi tutto si arena…

D) Che ruolo avranno le biomasse nella transizione energetica dell’Europa verso un 2050 con il 100% di fonti rinnovabili?

R) Come ricordano anche tutte le associazioni di categoria che fanno parte del Coordinamento FREE, bisogna ragionare in termini di mix energetico e di specifiche esigenze di ciascun territorio, non c’è un’unica fonte che possa risolvere tutti i problemi. In questa prospettiva le biomasse si sposano benissimo, ad esempio, con le pompe di calore, per gestire i momenti di picco. E’come per la mobilità: non si può pensare che l’auto elettrica sia la soluzione di tutti i problemi. Servono risposte complesse, ma sono difficili da comunicare. D’altra parte le cose facili le abbiamo già fatte tutte, ma non bastano…

Andrea Gandiglio

 

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