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Compensazione CO2: strumento etico e di marketing per le PMI Top Contributors

Un nuovo strumento di green marketing si sta sviluppando in Europa, in particolare nel Regno Unito e Germania: la compensazione volontaria delle emissioni di CO2.

Le imprese hanno infatti l’opportunità di innovare i propri prodotti e servizi includendo nei loro programmi strategie che minimizzino l’impatto ambientale della loro produzione, optando per una riduzione delle emissioni di CO2, e massimizzando la qualità della vita dei consumatori finali in un’ottica di benefici di lungo periodo.

In Italia, purtroppo, questo strumento è ancora poco conosciuto e i numerosi casi di greenwashing hanno contribuito ad aumentare lo scetticismo da parte delle aziende, mentre i consumatori sono sempre più interessati a prodotti e servizi che li informino in maniera scientifica e trasparente di ciò che acquistano. Vi è tuttavia possibilità di implementare, anche in Italia – e in particolare a livello di piccole e medie imprese, polmone di un’economia purtroppo in crisi - le best practice europee, con lo scopo, per le aziende, di aumentare le proprie vendite, migliorare la propria immagine e risparmiare costi di gestione (quindi senza un rincaro sui prezzi al consumarore finale).

I cambiamenti climatici, il surriscaldamento del pianeta (global warming) e lo scioglimento dei ghiacciai sono, del resto, fenomeni reali che acquistano ogni giorno rilevanza rappresentando una delle maggiori sfide che deve essere affrontata nel prossimo futuro. Le istituzioni e la comunità internazionale stanno perciò sviluppando politiche per ridurre le emissioni dei gas che incrementano l’effetto serra (GHG), principali responsabili del cambiamento climatico. Il più importante evento dedicato al tema del surriscaldamento del pianeta è stata la’“United Nations Conference on Environment and Development (UNCED)” tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992 che portò alla firma della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e alla stesura del Protocollo di Kyoto (1997), inteso come uno strumento per una globale riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

Le principali misure attuate a livello globale, identificate negli strumenti introdotti dal Protocollo di Kyoto, si rivolgono però ai singoli stati, i quali a loro volta hanno ideato strumenti regolatori per il raggiungimento dei propri obiettivi, con obblighi di riduzione vincolanti per i comparti caratterizzati da elevate emissioni di CO2. Poche misure sono state intraprese a livello di piccole e medie imprese; tuttavia, sul mercato internazionale, alcune linee guida e standard riconosciuti a livello mondiale sono stati sviluppati dalle principali istituzioni. La mancanza di obblighi definiti per questa categoria di imprese è dovuta, non tanto alla loro scarsa incidenza complessiva sulle emissioni totali, quanto alla difficoltà nel monitorare e attuare misure adatte a tutti i settori.

Le piccole e medie imprese possono contrastare i cambiamenti climatici attraverso differenti azioni, quali la promozione delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica degli impianti e dei processi produttivi, e la compensazione volontaria delle emissioni: una nuova frontiera della sfida ambientale. Il fine è quello di realizzare uno sviluppo sostenibile, preservando il patrimonio naturale del pianeta e raggiungendo un’equità sociale globale.

La compensazione volontaria delle emissioni è stata introdotta dalla comunità internazionale, parallelamente al Protocollo di Kyoto con la creazione di un vero e proprio mercato volontario di scambio e acquisto di certificati e crediti (VER  - Verified Emission Reduction). Tali crediti sono originati da progetti di riduzione delle emissioni di gas serra in paesi terzi e sono caratterizzati da un elevato valore ambientale e sociale.

In primo luogo, la scelta di programmi “green” porta alla differenziazione rispetto ai concorrenti di settore. Si stima che l’offerta dei prodotti ecosostenibili non riesca ancora a soddisfare la domanda potenziale dei consumatori green che si aggira in Europa intorno all’80% della popolazione totale. Coloro che acquistano già questa tipologia di prodotti sono il 20% della popolazione europea, anche se non sono più disposti a riconoscere un premium sul prezzo finale. I consumatori green odierni (i consumatori innovativi) sono coloro che definiranno i modi d’acquisto futuri e guideranno il mercato in fase di maturità.

Una seconda opportunità di mercato è il miglioramento dell’immagine della propria azienda agli occhi degli stakeholders. Lo sviluppo di una Corporate Identity aziendale etica è fondamentale, ad esempio, per la fidelizzazione dei consumatori finali, i quali, a parità di qualità di servizio e prodotto, sceglieranno quello di un’azienda che si mostri sensibile al tema della qualità della vita e della sostenibilità.

In un momento di crisi strutturale come questo, associato ad una seria preoccupazione per gli effetti legati al riscaldamento globale, è sempre più una necessità per le imprese implementare politiche “antispreco”. La riduzione delle proprie emissioni di CO2 porta automaticamente a rivedere i propri processi produttivi ed organizzativi in ottica di ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e questo si traduce conseguentemente in un risparmio di alcune voci di costo. È molto importante, per il successo di queste politiche, il coinvolgimento dei dipendenti: sono loro in molti casi a dover porre attenzione ad una serie di comportamenti “soft”, quali l’utilizzo della carta, dell’energia, dell’acqua, la gestione delle trasferte e della flotta aziendale. È opportuno inoltre considerare che la formazione ed il coinvolgimento dei dipendenti hanno un impatto positivo a livello più ampio in quanto i comportamenti virtuosi appresi sul posto di lavoro, sono spontaneamente estesi nella vita privata a familiari ed amici, creando una maggiore sensibilizzazione circa uno stile di vita sostenibile.

Un quarto elemento è infine rappresentato dall’inserimento del titolo societario in indici etici. Per le società quotate in borsa, infatti, il perseguimento di programmi green porta all’inserimento in indici SRI (Socially Responsible Investiments), passaggio importante poiché la maggioranza degli investitori sul mercato azionario crede che la performance ambientale e sociale influenzi quella finanziaria e aziendale. Questi indici, come ad esempio il Down Jones Sustainability Index o il Ftse4good, segnalano agli investitori quelle società che sono meglio preparate ad affrontare le sfide di lungo periodo come il cambiamento climatico. Inoltre, segnaliamo il Carbon Disclosure Project, una ONG che raccoglie e pubblica i dati di emissione delle principali corporation.

Ma come muoversi? Una volta evidenziate le opportunità di mercato e la strategia di sviluppo sostenibile, si parte dallo studio dell’impatto ecologico relativo alla gestione di tutte le attività in azienda, la cosiddetta carbon footprint, o impronta di carbonio. La Carbon Footprint è la misurazione scientifica dell’impatto ecologico di ogni attività antropica o aziendale calcolata secondo le quantità di gas ad effetto serra rilasciate in atmosfera. Questa misurazione viene effettuata da specialisti che, seguendo le indicazioni della norma ISO 140064 ed investigando il sistema produttivo preso in considerazione, creano un inventario di tutte le emissioni lungo la catena di produzione, seguendo il ciclo di vita dei prodotti e l’organizzazione della gestione aziendale. Queste attività prevedono un approccio strettamente scientifico: i calcoli seguono le linee guida dettate dall’UNFCCC (agenzia ONU per i Cambiamenti Climatici) a garanzia della trasparenza e della veridicità dell’informazione. La Carbon Footprint può essere inoltre certificata da enti certificatori terzi, come avviene per l’applicazione di altre norme ISO.

La consapevolezza della quantità di emissioni rilasciate in atmosfera dalla propria attività porta dunque l’azienda a preoccuparsi dell’impatto negativo sull’ambiente, minando non solo la sensibilità istituzionale, ma evidenziando la possibilità di ridurre gli sprechi e di conseguenza i costi.

Il passo successivo è l’ideazione di una strategia di green marketing: il primo passaggio è lo studio di efficientamento nella produzione, ovvero una riduzione dei consumi e una gestione dei fornitori e della logistica in termini di economicità e rispetto ambientale. Un secondo step, ad esempio, è la ricerca di materiali ecologici o a basso impatto ambientale, non solo per la produzione dei propri prodotti, ma anche per i locali aziendali e i mezzi di trasporto utilizzati (green procurement). Nonostante gli investimenti e lo studio per ridurre l’impatto ecologico aziendale, ci sono tuttavia alcune attività che non possono essere migliorate ulteriormente secondo principi economici. Le emissioni di CO2 di tali attività possono essere  compensate con un progetto di riduzione delle emissioni realizzato in un Paese in Via di Sviluppo.

La compensazione volontaria delle emissioni è uno strumento di green marketing sperimentato con successo nel mondo anglosassone. Le aziende compensano le loro emissioni di CO2 mediante la riduzione delle emissioni in Paesi in Via di Sviluppo grazie alla partecipazione ad un progetto green, come, ad esempio, programmi di riforestazione (piantumazione di alberi) nella Foresta Amazzonica, progetti di energia rinnovabile (parchi eolici, pannelli fotovoltaici) in Asia, passaggio dall’utilizzo di un combustibile altamente inquinante come il carbone ad uno meno inquinante come la biomassa rinnovabile (fuel switching) e efficientamento energetico delle produzioni industriali.

La maggior parte dei progetti viene realizzata nei Paesi in Via di Sviluppo per un duplice motivo: in primis per concorrere allo sviluppo economico e sociale di aree povere, dando l’opportunità ad alcune comunità di svilupparsi secondo principi ecosostenibili; la seconda motivazione è di carattere economico: con il medesimo budget, un progetto in un paese dove il costo dell’investimento è minore e il tasso medio di emissioni di CO2 maggiore, può dare maggiori benefici ambientali di quanti ne darebbe, ad esempio in Italia o negli USA. La riduzione delle emissioni derivanti da questi progetti dà diritto all’acquisto di “crediti VER” (Verified Emission Reduction) riconosciuti a livello internazionale, secondo standard internazionali a garanzia della scientificità e corretta misurazione del calcolo effettuato. La riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera da parte di questi progetti, i cui crediti possono essere acquistati da un’azienda che desidera compensare le proprie emissioni non riducibili, è dunque reale, esclusiva e certificata secondo due degli standard più diffusi sul mercato volontario (VCS + Social Carbon).

La presenza di uno o più standard garantisce, ad opera di un certificatore terzo, che il progetto è stato realizzato sulla base di regole stringenti a protezione dell’ambiente, della comunità locale, della risorse naturali, oltre che secondo le migliori tecnologie disponibili. Gli standard, inoltre, sono una buona garanzia a fronte delle possibili accuse di greenwashing.

Il greenwashing è infatti il vero ostacolo allo sviluppo del mercato della green economy: una pratica adottata da alcune aziende che si presentano come “green” nonostante il loro operato non sia effettivamente rispettoso dell’ambiente e fuorviando di fatto quei consumatori finali che ricercano un prodotto ecosostenibile. Il green market è quindi una vera opportunità per le aziende, ma alcuni soggetti cercano di sfruttare la sensibilità dei consumatori per incrementare le proprie quote di mercato, senza però generare programmi concreti di vera sostenibilità.

Il successo di un progetto sostenibile sta, infine, nella corretta ed efficace comunicazione al cliente. In particolare in Italia, anche per ostacoli di natura “linguistica” (data la forte influenza della terminologia anglosassone nell’ambito delle applicazioni del Protocollo di Kyoto), la comunicazione ambientale è ancora poco efficace e spesso non corretta da un punto di vista tecnico. Questo tipo di comunicazione è un nuovo filone su cui imprenditori e società di comunicazione stanno lavorando per creare un nuovo linguaggio che coniughi tutti i temi dello sviluppo sostenibile, sociale, ambientale, di innovazione.

Angela Racca*

* Amministratore Delegato Puraction Srl

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