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In memoria di Gino Girolomoni, padre del biologico italiano

marzo 22, 2012 Aziende, Idee, Pratiche

Il 16 marzo scorso è morto, a 66 anni, Gino Girolomoni, uno dei padri del biologico italiano. E’ stato il fondatore, nel 1977, della Cooperativa Alce Nero, che oggi commercializza, con il marchio Montebello, un’ampia gamma di prodotti, tra cui pasta, farine, legumi, cereali. Alla terra ha dedicato tutta la sua vita. Emigrato all’estero da ragazzo in cerca di lavoro, torna poco più che ventenne a Isola del Piano, il suo paese nell’urbinate, di cui è sindaco dal 1970 al 1980. Figlio di contadini, nel 1974 decide che quella sarebbe stata anche la sua strada e mette su, con la moglie, un piccolo allevamento di vacche da latte. L’avventura della cooperativa (che nel 2011 ha fatturato 7 milioni di euro) parte da un edificio abbandonato in cima a una collina, il trecentesco Monastero di Montebello, che Girolomoni restaura e trasforma nella sua casa, e intorno al quale si estendono i campi e nascono il mulino e il pastificio. Intransigente e caparbio, ha messo alla base del suo percorso una sfida culturale: «Se i nostri padri sono vissuti su queste campagne per secoli, senza strade maestre, senza elettricità, senza telefono, senza acqua in casa, senza soldi, riuscendo a far sposare i figli e a diventare vecchi, noi, che disponiamo di tutte queste cose, possibile che non ne siamo capaci?», scriveva in Alce Nero grida (2002), uno dei suoi numerosi libri. Pubblichiamo una delle ultime interviste inedite, rilasciata da Girolomoni alla nostra Veronica Ulivieri a Isola del Piano nel febbraio del 2010.

D) Gino, com’è nata l’idea di creare Alce Nero?

R) All’inizio sono venuto qui per ricostruire il monastero di Montebello, non per fare il biologico. Quello è venuto dopo. Tutta questa zona era stata abbandonata dalla gente che ci viveva, quattordici famiglie, e io e i miei amici, nel 1977, abbiamo lanciato questa sfida: volevamo recuperare quel territorio e riportarci lo stesso numero di gente che ci abitava. L’agricoltura era l’unico modo per realizzare questo e per noi si poteva fare solo biologica, senza continuare ad avvelenare il suolo, l’acqua e i cibi.

D) Perché avete scelto, per la vostra cooperativa, il nome di un sacerdote degli Indiani d’America?

R) Nel libro “Alce Nero parla” di John Neihardt, questo sacerdote racconta la storia degli indiani come la vedevano loro, e non dal punto di vista dei vincitori. Per questo abbiamo deciso di dedicare il nome della nostra esperienza a questo saggio americano. (Tante volte nei suoi libri Girolomoni ha paragonato i contadini ai nativi americani, “confinati nelle campagne come gli indiani nelle riserve”, ndr)

D) Perché c’è stato il cambio di marchio, da Alce Nero a Montebello?

R) La cooperativa si chiama sempre Alce Nero, ma il nostro marchio è la piantina di Montebello. Nel 1999 ho conferito il marchio Alce Nero al 50% a una società, Alce Nero Mielizia, formata insieme alla cooperativa Conapi, che poi, quando io sono uscito, in seguito a una controversia, lo ha acquistato per intero. Purtroppo pochi consumatori sanno che il marchio Alce Nero non è più della nostra cooperativa…

D) Siete riusciti a evitare lo spopolamento del paese?

R) Il calo degli abitanti di Isola del Piano, che adesso sono 600, si è fermato quando siamo nati noi. Sulla via di otto chilometri, che da Isola del Piano va verso Urbino, ci sono 20 aziende agricole, di cui 18 sono biologiche e nostre socie. È la via europea dell’agricoltura biologica.

D) La vostra esperienza ha ispirato molti contadini. In tanti sono venuti a Urbino per fare il biologico.

R) Per diffondere il biologico ho tenuto più di 400 incontri dalla Svizzera italiana alla Sicilia. A Urbino è venuta gente straordinaria, ma secondo me non ha saputo unire le forze per fare sistema, per creare un modello da esportare. Non siamo riusciti, me compreso, a fare qualcosa di determinante per il nostro territorio, abbiamo lavorato ognuno per noi stessi.

D) Negli ultimi tempi qualcuno parla di una crisi di valori nell’agricoltura biologica. Lei che ne pensa?

R) Tutte le aziende agricole che si sono fatte promotrici del biologico qui sono rimaste pure. Ma a livello nazionale, c’è un 30% che mi convince poco: sono i marchi della grande distribuzione che non riescono a dire dove prendono le materie prime… C’è un biologico vero e uno che si accontenta dei requisiti minimi, ma è un problema di idee e di finalità delle aziende, non di dimensioni. La nostra azienda è cresciuta molto, ma in quasi quarant’anni, il 5% all’anno. Per produrre pasta, non potremmo avere uno stabilimento più piccolo.

D) Perché non vendete i vostri prodotti nella grande distribuzione, come fanno altri marchi biologici?

R) Abbiamo venduto la pasta alla Coop quando dovevamo far lavorare il pastificio, ma oggi non vendiamo più alla grande distribuzione, perché secondo noi non ha la cultura per vendere prodotti di qualità. Vendiamo ai GAS e ai negozi di biologico.

D) Lei ha scritto spesso che il biologico non può crescere da solo, ma dovrebbe essere accompagnato dallo sviluppo di altri settori come la bioedilizia, il risparmio etico, le medicine alternative, le energie rinnovabili. Secondo lei si sta andando in questa direzione?

R) Secondo me no. Il problema è che non abbiamo il tempo per aspettare i cambiamenti. L’evolversi degli errori che abbiamo fatto va molto più veloce delle idee per risolverli.

D) Fin dagli anni ’70 lei ha organizzato convegni e incontri a Montebello, invitando numerosi intellettuali. Perché ha sentito questo bisogno?

R) Per crescere, perché il mondo è complesso e per comprenderlo servono punti di riferimento. Ho sempre invitato persone che hanno idee anche diverse dalle nostre, l’importante è la loro coerenza.

D) Pensa che il suo modello di azienda agricola-luogo di cultura sia riproducibile?

R) Sì, ma occorre una dote che non è molto diffusa, la cultura. Il segreto è fare delle cose innovative prima degli altri e un aspetto che aiuta molto è il radicamento territoriale: noi siamo figli del luogo dove siamo nati, come un albero o come una faina, e lì è più facile attecchire, a patto che di quel posto si conosca tutto.

D) In “Terre, monti e colline”, nel 1992, scriveva che Alce Nero avrebbe dovuto essere «una cura omeopatica per le ferite della mente». Ci è riuscito?

R) Credo di sì. Venti tesi di laurea su di noi e le molte persone che ci vengono a cercare, da tutto il mondo, sono il segno che, semina semina, qualcosa nasce…

Veronica Ulivieri

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