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La Cina alla guerra all’inquinamento, un business che parla anche italiano

Cina chiama mondo. E l’Italia si attrezza per rispondere. Le condizioni ambientali del colosso asiatico sono disastrose, servono tecnologie per gestire e ridurre l’inquinamento. E anche le aziende del nostro Paese vogliono fare leva sulla situazione cinese per avviare un nuovo business, o comunque per dare un rinnovato vigore ai propri investimenti all’interno di una delle economie più dinamiche del momento. Perché per crescere in questo modo il sistema-Cina ha letteralmente affossato la propria qualità della vita, ma le aziende italiane sono più pronte che mai a fare la loro parte.

A individuare in quest’area un’importante risorsa economica è innanzitutto Cesare Romiti, presidente della Fondazione Italia Cina. “Il nostro Centro Studi ha rilevato che quello ambientale continuerà a rappresentare un settore particolarmente ricco di opportunità per le nostre imprese. Il Dodicesimo Piano quinquennale prevede infatti che il governo cinese arrivi a investire in infrastrutture ambientali fino a tre miliardi di yuan nei prossimi cinque anni, il doppio rispetto al precedente piano“.  Proprio la Fondazione presieduta da Romiti ha presentato un rapporto annuale che elenca le prospettive per le nostre aziende, anticipando quelle che potrebbero essere le intenzioni di investimento per l’anno in corso da parte di questo Paese che non può più permettersi di rinviare l’inizio di una guerra senza quartiere contro la piaga dell’inquinamento.

I numeri previsti sono promettenti. Si suppone, infatti, che nell’anno in corso il fatturato cinese per la costruzione di impianti per la tutela ambientale sarà di oltre 250 miliardi di yuan (+ 21,5% rispetto al 2013), di 37,9 miliardi (+23,8%) per il trattamento e la rigenerazione delle acque reflue e di 386,04 miliardi (+13,2%) per il trattamento e il riciclo dei rifiuti. Il fatto è che oggi il “gigante giallo” spende il 9% del proprio Pil per far fronte a urgenze come il trattamento delle acque (compreso quello delle acque reflue), la riduzione delle emissioni di gas nell’aria e lo smaltimento dei rifiuti solidi. Ecco, forse, il perché di tanto interesse: le questioni ambientali sono anche economiche.

Seppure poi sia un tema meno trattato da media e analisti, l’inquinamento delle acque rappresenta per la Cina un problema ancora più rilevante rispetto a quello dell’aria. Il 40% dei corsi d’acqua cinesi è seriamente contaminato, e il 20% raggiunge un livello d’inquinamento tale da rendere l’acqua tossica e inadatta al contatto umano. La colpa, ovviamente, è della forte industrializzazione. La reazione del governo locale è stata quella di innalzare gli standard ambientali a cui gli impianti industriali devono uniformarsi, e di investire ingenti somme di denaro in impianti di trattamento e di purificazione delle acque. Ed ecco la prima opportunità per gli investitori stranieri: la fornitura di attrezzature e di prodotti ad hoc. Un esempio? I cinesi vedono di buon occhio l’utilizzo delle membrane, sia per la dissalazione dell’acqua marina (per far fronte al problema dell’inefficienza idrica) sia per il riciclo delle acque industriali. Prioritaria anche la costruzione di una nuova rete di condutture, sia per le grandi città sia per le aree rurali. Le nostre imprese possono mettere a disposizione le loro tecnologie e il loro know-how al fine di ammodernare e di sostituire gli impianti esistenti, offrendo una gamma di servizi che va dalla progettazione alla fornitura delle attrezzature.

Sotto il profilo dell’inquinamento dell’aria, nel 2013 la Cina ha aggravato la propria situazione. Le emissioni delle centrali termiche e i gas di scarico delle auto hanno trasformato il biossido di zolfo e l’ossido di azoto nei grandi nemici da battere, e ora, nei piani delle autorità cinesi c’è l’obiettivo di ridurli rispettivamente dell’8 e del 10% entro il 2015 (in confronto ai valori del 2010). Le principali opportunità per le imprese straniere riguardano, anche in questo caso, la fornitura di attrezzature e di prodotti specifici, in quanto il rigido regime di controllo delle emissioni richiede il supporto di una tecnologia avanzata. Una buona occasione anche per chi produce purificatori d’aria e impianti di condizionamento, business che sta crescendo a vista d’occhio.

Infine i rifiuti solidi. Dopo aver raggiunto la prima posizione al mondo in termini di volume totale, con una crescita tra le più alte del pianeta (+11% ogni anno), il governo cinese sembra seriamente intenzionato a investire sulla raccolta differenziata  e sul riciclo. L’obiettivo? Un’impennata del 72% del riutilizzo dei rifiuti solidi industriali entro il 2015. Ma mancano mezzi e strutture adeguate, situazione che rende difficoltoso anche lo stesso reperimento dei rifiuti. Non a caso vi è una domanda di tecnologie avanzate per il trattamento degli stessi, così come di soluzioni per la raccolta, lo smistamento e il riciclo. Gli investitori privati possono trovare terreno fertile anche sul fronte dell’inquinamento del suolo, minato dalla presenza di arsenico e di altri metalli pesanti derivanti da miniere e fabbriche. L’importante, a detta di Guido Giacconi, presidente della società di consulenza energetica In3act, è “evitare un approccio da fiera, non aspettare che qualcuno venga a comprare le nostre verdure, e fare in modo di avere un atteggiamento molto strutturato. Scarsa pianificazione corrisponde a scarso successo”.

Simone Celli

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