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La terra che nutre, ma non paga: 25 anni di biologico nella riflessione di CCPB

luglio 11, 2013 Aziende, Pratiche, Recensioni

Mentre in Europa si è trovato l’accordo sulla politica agricola comune sacrificando il greening sull’altare della diplomazia e dei compromessi, Ccpb, uno degli enti di certificazione italiani più noti e longevi, festeggia, nel 2013 i 25 anni di attività. Un tempo lunghissimo per il biologico, che negli ultimi due decenni e mezzo è passato da fenomeno di nicchia a uno dei settori chiave della green economy. Il consorzio ha deciso di celebrare l’anniversario con un volume dal titolo “La terra che nutre”, che raccoglie 21 interviste a studiosi, politici e operatori del settore – dal presidente della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market Andrea Segrè al presidente della Commissione Agricoltura dell’Europarlamento Paolo De Castro – sul biologico e la sostenibilità.

Tra i temi che maggiormente emergono dalle parole degli esperti c’è sicuramente quello della giusta remunerazione degli agricoltori. In tempi di crisi nel carrello finiscono sempre più spesso, per forza di cose, prodotti sotto costo. L’imperativo è risparmiare e il consumatore, schiacciato dalla perdita del potere d’acquisto che non gli lascia alternative, non si chiede cosa resti agli agricoltori di prezzi così bassi. “Il prezzo di vendita delle colture orticole spesso è deciso in base alle esigenze del mercato, non tenendo conto del prezzo di produzione, in cui rientra anche il lavoro dell’agricoltore. Ciò fa sì che spesso le verdure vengano pagate sottocosto”, di conseguenza “la coltivazione degli ortaggi non è in regola a livello etico“, riflette Giorgio Prosdocimi Giaquinto, professore di Orticoltura e Floricoltura all’Università di Bologna, che propone di “istituzionalizzare una sorta di revisione dei costi, e non solo dei prezzi, al pubblico”. Dobbiamo capire, aggiunge il docente, “quanto costa produrre, e questa lacuna deve colmarla il mondo accademico. E’ importante che il mestiere dell’agricoltore sia redditizio e socialmente riconosciuto e che il consumatore capisca che il cibo è prezioso per tanti motivi e sia disposto a pagarlo in modo adeguato”.

Per Pietro Laureano, architetto e urbanista, consulente Unesco per gli ecosistemi in pericolo e le zone aride, sarebbe necessario, ogni tanto, mettersi dalla parte del produttore: “Dobbiamo metterci in testa una cosa: che il contadino deve essere remunerato della sua fatica, se vogliamo che resti a coltivare la terra. Se vogliamo che modifichi il suo modo di coltivare verso il biologico, il concetto di una giusta remunerazione deve assere ancora più stringente”.

Il punto, spiega Segrè, è “far capire alle persone che i generi alimentari hanno un valore non solo economico, ma anche ambientale, sociale, paesaggistico e intrinseco al lavoro che emerge attraverso questa scelta. Dobbiamo essere disposti a pagare un po’ di più per un prodotto che concilia così tanti valori”. E che spesso arriva da aziende di medie e piccole dimensioni, in grado di offrire qualche garanzia in più sulla qualità degli alimenti, che invece è meno favorita da un sistema di grandi aziende agroindustriali: “La marginalizzazione dei piccoli coltivatori comporta, in tutto il mondo, una minore sicurezza alimentare per i consumatori. E mentre l’agricoltura intensiva tende all’omologazione sempre maggiore dei prodotti, si può osservare, al contempo, il moltiplicarsi di problemi come le intolleranze alimentari per gli uomini. Nonché l’eccessivo consumo di acqua per il pianeta”, riflette Angelo Consoli, direttore della società di consulenza con sede a Bruxelles Codeco.

Cruciale diventa in quest’ottica educare i cittadini a una cultura del cibo che non tenga conto solo del prezzo, ma anche di come è stato prodotto e dei suoi impatti: “In Italia si tende a pensare al prodotto biologico esclusivamente da un punto di vista: è un cibo sano, più nutriente rispetto al convenzionale e non contiene sostanze dannose alla salute. Questa è ovviamente una realtà, ma è altrettanto vero che il biologico fa bene non solo alla nostra salute, ma anche a quella del Pianeta. Nei Paesi del Nord Europa questa consapevolezza è molto comune, tanto che molti consumatori si orientano verso questi prodotti soprattutto per motivi di tutela ambientale. Se anche in Italia ci fosse una coscienza più ampia di ciò, forse la fetta di consumatori bio potrebbe incrementarsi”, riflette Monica Frassoni, co-presidente del partito Verde Europeo. Per il noto chef vegetariano Pietro Leemann, una strada potrebbe essere quella di consolidare sempre più un’economia delle relazioni: “Se riusciamo a ridurre la distanza fra noi e chi coltiva, come accade già in molte città dove esistono i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), avremo abbattuto una delle maggiori difficoltà per la sua affermazione (del bio, ndr). Dunque occorre dialogare con chi lavora la campagna”.

A 25 anni dalla nascita di Ccpb, anche la capacità produttiva del biologico è aumentata. Fabrizio Piva, agrononmo e AD della società, ci tiene ad abbattere i pregiudizi: “In realtà il biologico, a parità di superficie, non ha minore forza rispetto al convenzionale. Piuttosto non riesce a proporsi sul mercato per caratteristiche qualitative, difficoltà sormontabile attraverso una generosa iniezione di ricerca. (…) Migliorando i processi produttivi del biologico, questo potrà debellare la fame nel mondo, oltre che farsi mezzo a disposizione dei produttori e del mercato. Viviamo però in una sorta di oscurantismo culturale, in cui manca soprattutto la volontà politica di fare decollare il settore“. Per Stefano Maini, docente Entomologia agraria UniBo,  “è un luogo comune che l’agricoltura biologica ottenga risultati limitati: è senz’altro vero che è più difficile da realizzare e che necessita di agricoltori con competenze di diverso tipo, ma è altrettanto vero che con le necessarie informazioni è possibile raggiungere ottimi livelli produttivi”.

Il bio, potremmo dire, è diventato grande e ha fatto molta strada. Dalle interviste, emergono però anche le sfide ancora aperte. Tra le criticità del bio ci sono senza dubbio i prezzi ancora elevati, che non tutte le famiglie riescono a sostenere: l’auspicio di molti è che si trovi un equilibrio tra la giusta remunerazione dell’agricoltore e il giusto prezzo accessibile ai consumatori. Ma non mancano i problemi a livello delle politiche, di cui la vicenda del greening nella PAC dice molto. Per Nicolas Joly, pioniere della viticoltura biodinamica, “l’ostacolo principale all’affermazione del bio è un’immensa lobby molto ben organizzata, radicata in tutte le strutture, decisa ad ogni costo a far passare l’interesse economico avanti a quello dell’uomo”. Anche per Nora McKeon, attivista ed esperta di sistemi alimentari che ha lavorato anche per la FAO, “siamo nell’ordine di ostacoli di natura prevalentemente politica ed economica. La piccola agricoltura agroecologica non si afferma perché ci sono grossissimi interessi che spingono nell’altro senso“.

Veronica Ulivieri

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