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OGM, chi ci guadagna? Mammuccini: “Non gli agricoltori”

maggio 22, 2014 Politiche, Pratiche

Courtesy of Navdanya InternationalDi OGM si continua a discutere e se ne discuterà ancora, soprattutto in Italia. Dopo l’1 a 0 degli OGM Free messo a segno dal Tar del Lazio, che aveva respinto il ricorso dell’agricoltore friulano Fidenato contro i ministeri della salute, politiche agricole e ambiente e regione Friuli Venezia Giulia, questi ha presentato appello al Consiglio di Stato. Se la palla viene di nuovo fermata dalla “moviola” giudiziaria italiana, fuori dal “campo”, ma non troppo, continua la mobilitazione. Ieri, 21 maggio, a Milano 13.000 agricoltori della Coldiretti si sono dati appuntamento per  l’anticipo dell’Expo per parlare di Europa nel piatto e di come l’Unione Europea con le sue scelte, sementi biotech comprese, condiziona la tavola degli italiani. Molti cittadini invece si apprestano ad aderire alla “Giornata mondiale contro la Monsanto” di sabato 24 maggio invitando via Facebook simpatizzanti a volantinaggi, flash mob, presidi “non violenti”.  È il caso, tra gli altri, del Coordinamento Zero OGM Veneto o del Gruppo Coltivar condividendo che, dalle colonne del proprio blog, ha lanciato anche un appello per prelevare campioni di mais provenienti da presunte semine OGM clandestine.

In questo contesto denso di aspettative e forze contrapposte, può essere utile provare ad approfondire il delicato e complesso tema degli OGM. Lo facciamo cominciando con un’intervista a Maria Grazia Mammuccini, coordinatrice del Comitato scientifico di Firab, membro del Comitato esecutivo di Aiab, vicepresidente e socia fondatrice di Navdanya Internazional, rete internazionale per la diffusione di sistemi alimentari sostenibili presieduta da Vandana Shiva. E lo facciamo su un tema fondamentale per la società occidentale: la sostenibilità economica.

D) Quando si parla di OGM, i concetti usati sono in genere biodiversità e tutela ambientale. Ma c’è un aspetto meno toccato eppure chiave: l’economia. Molti fautori degli OGM sostengono che il biotech è l’unica ancora di salvezza per i magri redditi degli agricoltori. È davvero così?

R) Direi proprio di no. Se andiamo a leggere il rapporto generale INEA 2012 vediamo che le aziende agricole monoculturali specializzate soffrono molto la crisi, mentre le aziende multifunzionali e diversificate la reggono assolutamente meglio. In questo contesto per di più il biologico spicca perché le aziende hanno più tipologie di colture, integrano produzioni e servizi, si collegano tra loro. Per queste, i redditi sono decisamente migliori e migliori sono le ricadute occupazionali (secondo i dati Inea-Rica 2013, il reddito netto di un’azienda bio 64.660 euro contro i 42.330 euro di una convenzionale, il rapporto di Unità Lavoro aziendali è di 2,3 del bio contro l’1,7 delle convenzionali, ndr).

D) Statistica o esperienza personale, visto che lei ha un’impresa vitivinicola e olivicola a conduzione biologica?

R) Entrambi. Sul piano agronomico il passaggio al biologico, superati i primi anni dove si incontrano alcune difficoltà, ad esempio per l’uso di insetti antagonisti, si ristabilisce un equilibrio naturale per cui non servono più trattamenti insetticidi e quelli antifungini possono essere minimi, con un notevole risparmio economico e di tempo. La migliore gestione del suolo significa inoltre prodotti di qualità superiore e identitari di un territorio, con un valore aggiunto in termini di “vendibilità”. Non per niente, nella patria del Chianti classico sono anche le grandi aziende che si convertono al bio perché l’agricoltura biologica fa della biodiversità, della tutela ambientale e del legame con il territorio il suo punto di forza. Rispetto ad alcuni anni fa, i consumatori hanno cambiato notevolmente il loro approccio con il cibo perché vogliono garanzie per la salute, maggiore tutela dell’ambiente e un altro modello economico. Secondo il rilevamento Ismea Gfk-Eurisko per Firab e Aiab sul mercato bio il dato è inequivocabile: a luglio 2013 i consumi dell’agroalimentare convenzionale hanno avuto un calo del 3,7%, quelli biologici una crescita di quasi il 9%.

D) Eppure ci sono imprenditori agricoli e alcune, poche a dire il vero, associazioni di categoria che sostengono che gli Ogm sono una panacea per i contadini e per la produttività dei campi…

R) Semmai il contrario. Partiamo da un esempio. È stato recentemente pubblicato su Nature uno studio secondo cui la coltivazione di mais biotech BT per la resistenza alla piralide ha causato lo sviluppo nel tempo di cinque insetti resistenti proprio al BT, il Bacillus thuringensis ad azione insetticida. Questo effetto paradosso danneggia per primi gli agricoltori di mais GM costretti a lotte massive contro questi parassiti, e quindi gli altri agricoltori, più di tutti quelli biologici che non possono più usare il Bacillus thuringensis nella lotta integrata. Il danno per l’ambiente e per i redditi delle aziende è enorme.

D) Chi ci guadagna con le sementi biotech allora?

R) Ai primi di aprile abbiamo invitato a Milano, all’incontro “Verso Expo 2015: Nutrire il pianeta senza OGM” organizzato dalla Task force per un’Italia libera da OGM, l’agricoltore statunitense Wes Shoemyer, che per anni ha coltivato OGM. Uno dei problemi da lui evidenziati è quello dei costi crescenti delle sementi biotech. Fino al 1997 il costo dei semi per un campo di soia incideva tra il 4 e l’8% sul reddito lordo derivante dalla coltivazione. Dieci anni dopo il costo delle sementi Ogm incideva per  il 22,5%. L’interesse è molto chiaro ed è quello delle multinazionali.

D) Fidenato, il leader di Futuragra che ha seminato senza autorizzazione mais Mon810, chiama in causa la libertà di impresa citata dalla nostra Costituzione. Cosa ne pensa?

R) La libertà di impresa vale per tutti, agricoltori bio o convenzionali compresi. La contaminazione da OGM è provata, possono cambiare le distanze per il mais o per la colza, ma è un dato di fatto. Nel caso della semina abusiva di Mais Mon 810 in Friuli Venezia Giulia lo scorso anno, il Corpo Forestale dello Stato ha riscontrato una contaminazione del 10%. Il massimo accidentale ammesso nel biologico è dello 0,9%! Ovvero se ci sono o ci fossero agricoltori biologici vicini a quei campi, non potrebbero chiedere la certificazione o la perderebbero (come è accaduto in Australia al bioagricoltore Steve Marsh che si è visto revocare la certificazione Nasaa, il bio australiano, a seguito di contaminazione di colza Gm sui suoi terreni, ndr). Chi paga i danni ad agricoltori convenzionali o biologici che non possono più fare impresa come vogliono? Per me vale il principio che chi inquina paga. Non è possibile nemmeno attuare il principio di “coesistenza”. La superficie media delle aziende agricole italiane è piccola, 8 ettari, contro i 150 ettari delle aziende americane. Per garantire la coesistenza si dovrebbe mettere fuori gioco buona parte della superficie agricola italiana per creare fasce di salvaguardia e impedire le contaminazioni.

D) Come va nel resto del mondo?

R) La questione OGM ha molti aspetti, economico, agronomico, ambientale e, aggiungerei, sociale. Gli OGM tolgono dignità a una figura sempre più professionale, che è l’agricoltore, che ha saputo attuare una rivoluzione soft nel suo settore. Non è un caso che assistiamo a un ritorno alla terra, a questo mestiere. Ma con gli OGM, tu agricoltore non sei più un lavoratore autonomo, un imprenditore, ma diventi un lavoratore conto terzi, un affittuario sui tuoi stessi campi. Devi seminare, coltivare, fare i trattamenti come la multinazionale vuole, pagare le royalties ma se il raccolto va male a rimetterci sei solo tu. Di esempi ce ne sono molti ormai.

In una regione centrale dell’India, che coincide con l’area di massima diffusione del cotone BT della Monsanto, si sono registrati oltre 200.000 suicidi tra i contadini. Secondo alcuni, tra cui Vandana Shiva, questi contadini non riuscivano a pagare i debiti nei confronti della multinazionale e a sfamare la famiglia. Secondo altri non c’è correlazione. Di certo è evidente che il legame stretto tra coltivazione di cotone GM e agricoltura di sussistenza in alcuni Paesi è totalmente inadeguato.

Andando in Canada, troviamo un agricoltore convenzionale, Percy Schmeiser, che alcuni anni fa si è ritrovato con i campi di colza contaminati da polline di piante GM Monsanto coltivate poco distante. La multinazionale lo ha citato in giudizio accusandolo di essersi appropriato illecitamente del brevetto (a una prima causa conclusasi con la condanna dell’agricoltore, ne è seguita una seconda, finita con un accordo extra-giudiziale, ndr). E ancora, la Corte di Giustizia europea nel 2011 ha sentenziato che il miele contaminato accidentalmente da pollini geneticamente modificati non può essere messo in commercio senza autorizzazione. Oltre il danno, la beffa. È paradossale costringere gli agricoltori danneggiati a difendersi proprio da chi li ha danneggiati.

La cosa incredibile è che la pressione pro Ogm sta aumentando con l’avvicinarsi all’Expo 2015. Il tema scelto, “Nutrire il pianeta”, voleva indicare nell’agricoltura italiana ed europea, fatte da piccole aziende multifunzionali e diversificate, con un rapporto privilegiato col territorio, il modello da seguire. Invece sta succedendo l’esatto contrario: imporre un modello economico di agricoltura estensiva completamente fallito.

Alessandra Sgarbossa

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