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Prosegue la battaglia OGM in Friuli. La regione: “il mais locale di qualità vale di più”

Courtesy of Coordinamento Tutela Biodiversità FVGÈ un luglio bollente sotto il profilo OGM quello del Friuli Venezia Giulia. Mentre il maltempo dei giorni scorsi ha smorzato le temperature atmosferiche, a infiammare gli animi è stata, per l’ennesima volta, la battaglia che vede contrapporsi alcuni imprenditori pro-biotech, la Regione e movimenti di ambientalisti insieme ad agricoltori no OGM.

La bomba era stata innescata, mesi fa, dall’agricoltore Giorgio Fidenato, portavoce di Futuragra, che aveva caparbiamente annunciato la semina (illegale) in alcuni suoi campi a Vivaro, Mereto di Tomba e Colloredo di Monte Albano di mais MON810, vietato in Italia dal decreto interministeriale del luglio 2013 e in Friuli Venezia Giulia dalla moratoria regionale dello scorso marzo.

Il 9 luglio scorso il Corpo Forestale regionale ha poi distrutto (legalmente) il campo di mais OGM di Mereto. Ma a Colloredo la mietitrebbia della forestale viene bloccata dalla resistenza passiva di Fidenato, sostenuto da un gruppo di imprenditori vicini a Futuragra. Eppure pochi giorni prima, il TAR del Friuli aveva chiaramente respinto la richiesta di sospensiva dell’ordinanza regionale di rimozione delle colture OGM presentata da Fidenato. «Siamo in una fase di impasse – spiegano dalla segreteria del vicepresidente e assessore alle risorse agricole Sergio Bolzonello – Il procuratore, la dottoressa Del Tedesco, ha smentito lunedì sera le notizie apparse sulla stampa relative al fatto che la Procura di Udine avrebbe deciso di non fare alcun sequestro dei campi di Colloredo. Di certo, per entrarvi e far rispettare le normi vigenti, dobbiamo attendere il sequestro».

Attesa che potrebbe essere dovuta anche alla situazione normativa “fluida” di questi giorni. Se il recente Decreto legge n. 91 del 24 giugno 2014 (che ha previsto sanzioni a carico di chi semina OGM, che vanno dalla reclusione da sei mesi a tre anni con una multa fino a trentamila euro, oltre all’obbligo di rimuovere a proprie spese le coltivazioni vietate), è un assist alla lotta al biotech, va detto che, pur essendo entrato in vigore, sulla carta, dal giorno seguente l’emanazione, prevede un termine di sessanta giorni per la conversione in legge. Sul fronte locale, è scattato invece il silenzio-assenso al disegno di legge regionale 5/2014 di marzo scorso che disponeva il divieto di OGM sul territorio regionale per un anno. Né l’Unione europea, né gli Stati membri hanno infatti sollevato osservazioni in merito alle “Linee di coesistenza” e alla moratoria collegate alla norma regionale.

In risposta a quanti, nei mesi scorsi, l’avevano tacciata di avere una linea “troppo morbida” sugli OGM favorendo la coesistenza, la Regione guidata dalla presidente Serracchiani sembra aver adottato una strategia normativa molto “sottile”. In pratica, il documento tecnico delle “Linee di coesistenza” elaborato dall’ERSA, l’agenzia regionale per lo sviluppo rurale, ha dimostrato, simulazioni numeriche alla mano, le conseguenze negative di un’eventuale coesistenza, tenendo conto della frammentazione aziendale (una media di superficie seminativa inferiore ai 5 ettari ad azienda e 22mila imprese per metà in zona montana) e dei vincoli ambientali che caratterizzano il Friuli Venezia Giulia. «Le nostre valutazioni economiche hanno dimostrato che la coesistenza nel nostro territorio non è possibile, ovvero non è possibile produrre OGM che potrebbero essere controproducenti per le filiere produttive locali di qualità»,  chiosa Carlo Frausin, direttore del Servizio fitosanitario e chimico di ERSA. In altre parole, la si è buttata intelligentemente sulle ragioni di mercato: un mais OGM che diventa prodotto commodity indifferenziato non può competere a livello commerciale con un mais locale che si diversifica sul mercato. Un esempio tra tutti: un carico di farine di mais italiane OGM Free, ottenute in impianti molitori in cui si lavoravano anche farine OGM provenienti dall’estero, è stato rispedito dalla Turchia al porto di Trieste per la presenza di tracce di organismi biotech. Segno evidente che il mercato globale è, in realtà, sempre più propenso a prodotti agroalimentari di comprovata qualità.

«L’impegno dell’Amministrazione regionale – ha ricordato recentemente l’assessore Bolzonello in occasione del Festival Vegetariano di Gorizia – sarà quello di creare intere filiere OGM free, per esempio nella maiscoltura e nella coltivazione della soia, attraverso un programma di interventi di medio e lungo termine che consenta di pervenire alla realizzazione di prodotti appositamente certificati».

E l’ERSA è impegnata anche sul fronte dei controlli: oltre mille campioni di mais, su circa 90mila ettari di superficie destinata a maiscoltura in regione, e 200 di soia esaminati dal proprio laboratorio, tra i primi in Italia a essere accreditato per le analisi sul biotech . «Stiamo facendo monitoraggi territoriali per verificare se il mais OGM dichiarato in semina sia MON810 e se ci sono altri mais OGM non dichiarati in altri campi – spiega Frausin – I campionamenti sono in fase conclusiva e le analisi in corso, al momento non abbiamo riscontri di altri campi coltivati a OGM oltre a quelli di Fidenato».

La distruzione del campo dell’imprenditore ha in ogni caso catalizzato l’attenzione dei media, complice una reazione a catena di commenti di vari portatori di interesse. La Task Force Regionale No OGM, che comprende anche Aiab, Aprobio, Isde, Legambiente, Wwf, Coldiretti FVG, ha evidenziato come nel superstite campetto di Colloredo di Montalbano “le piante vanno velocemente incontro alla fioritura, rendendo concreto il rischio di contaminazione dei campi vicini. Un rischio reale e comprovato, dichiarato anche dai sostenitori del Mon810”. Non sorprende invece l’apertura agli OGM di Confagricoltura FVG, da sempre favorevole alla coesistenza, che ha commentato che “l’approvazione delle recenti norme regionali sull’assoluto divieto di coltivazione delle sementi OGM consentite a livello europeo e la totale mancanza di iniziative di ricerca rappresentano altrettante occasioni perse”, focalizzandosi sul rischio di “comportamenti contrari al pensiero scientifico”. Stupisce invece il battibecco a distanza tutto interno alla CIA, con il direttore regionale bollato da parte del presidente nazionale per aver rilasciato ai giornali locali “affermazioni a favore delle coltivazioni OGM destituite di ogni fondamento”, che non rispecchiano le posizioni ufficiali della Confederazione. Determinati anche il Coordinamento Tutela biodiversità FVG e il Coordinamento ZeroOGMVeneto, che in una nota congiunta hanno fatto sapere che “la battaglia non è finita” e hanno tirato in ballo anche gli accordi europei: “per di più siamo prossimi alla stipula degli accordi del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e con questi alla perdita della sovranità agricola, alimentare e commerciale dei Paesi che firmeranno”. “Un’altra questione – ricordano ancora i due coordinamenti locali – è la mangimistica: se la normativa vigente vieta la coltivazione di colture transgeniche in Italia, dal 2004 non è vietata nel nostro paese l’importazione di soia e mais OGM destinate alla produzione di mangimi”. Occhio quindi a non far rientrare dalla finestra ciò che si fa uscire dalla porta.

Alessandra Sgarbossa

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