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Quanto vale la natura? La quantificazione economica dei servizi ecosistemici

Spesso tendiamo ad attribuire scarso valore alle risorse che la natura ci offre, dando per scontato che l’aria o l’acqua siano beni abbondanti e gratuiti. In realtà, le risorse naturali svolgono importanti servizi ecosistemici che soddisfano, direttamente o indirettamente, le necessità della specie umana e garantiscono la vita di tutte le altre specie. Tutti quei benefici, per intenderci, che la popolazione ottiene dall’ambiente, come l’approvvigionamento  di alimenti, medicine, legname, fibre, biocombustibili, o come la regolazione del clima, la decomposizione dei prodotti di scarto, l’impollinazione dei raccolti, la fotosintesi, fino ai benefici culturali, ricreativi e spirituali che la natura ci fornisce.

Molti progetti hanno cercato, a livello internazionale, di fornire un sistema di valutazione economica a tali servizi. TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity) è un’iniziativa globale nata nel 2007 in Germania per volere dei ministri dell’Ambiente dei Paesi del G8+5 con lo scopo di analizzare i benefici economici della biodiversità, evidenziando i crescenti costi dovuti alla sua perdita e alla degradazione degli ecosistemi.

Il progetto LIFE+ “Making Good Natura” sta ora tentando, in Italia, di creare nuovi strumenti di governance che garantiscano un’efficace gestione dei siti della rete “Natura 2000″, proprio attraverso la valutazione dei servizi ecosistemici da essi forniti alle comunità. Coinvolge 21 siti pilota Natura 2000, per una superficie complessiva di oltre 90.000 ettari, ma, come è nella vocazione del programma LIFE+, sarà  replicabile e estendibile a tutte le altre aree protette. Che, proprio grazie alla remunerazione dei benefici forniti, potranno trovare un’importante forma di finanziamento.

“Ad otto mesi dall’inizio del progetto, il gruppo di lavoro sta concludendo le azioni preparatorie per l’analisi dei servizi ecosistemici nei siti pilota, la loro gestione e finanziamento. Per la raccolta dei dati è stato predisposto un questionario, le cui domande spaziano dagli aspetti legati alla PAC, a quelli relativi a studi floro-faunistici sui siti, dalla normativa regionale di riferimento, agli stakeholder da coinvolgere, fino ad altre importanti informazioni come i dati cartografici. Tale lavoro preparatorio serve da sostegno per la realizzazione sia del Modello dimostrativo di valutazione qualitativa e quantitativa dei servizi ecosistemici, sia del Modello dimostrativo di valutazione dell’efficacia di gestione dei siti pilota”, spiega Armando Mangone del CURSA (Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e per l’Ambiente), ente capofila del progetto che coinvolge anche diversi altri partner (Accademia Europea di Bolzano, WWF Italia, WWF Ricerche e Progetti, Parco Nazionale del Pollino, Parco Nazionale del Cilento, Parco naturale del Sasso Simone e Simoncello, Regione Sicilia, Regione Lombardia e Ente per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste della Lombardia).

Già di per sé, continua Mangone, “il riconoscimento e la stima del valore economico delle aree protette possono contribuire ad accrescere la consapevolezza del valore della natura tra la popolazione e ad orientare le decisioni politiche, promuovendo forme di gestione delle aree protette in grado di soddisfare gli obiettivi di conservazione e, allo stesso tempo, aumentando il flusso di servizi ecosistemici a beneficio dell’uomo”. Ma fare il calcolo vero e proprio non è cosa semplice: “Un utile approccio per assegnare un valore economico ad un’area protetta è quello basato sul concetto di Valore Economico Totale (VET) che distingue i “valori d’uso” dai “valori non d’uso”. I primi derivano dalla diretta o indiretta utilizzazione di un bene materiale e non, come i prodotti del bosco, le attività ricreative che in esso si svolgono o il controllo dell’erosione svolto dalla copertura vegetale. I secondi invece, non sono associati ad un uso effettivo, ma alla natura reale delle cose o alla rinuncia ad un loro uso immediato, come l’esistenza di una particolare specie animale o vegetale, o la possibilità di preservare un parco a beneficio dei posteri”.

Su queste basi sono stati condotti diversi studi di quantificazione del valore economico di parchi e aree protette a livello mondiale. Ad esempio, il valore ricreativo del Kakum National Park, uno dei più importanti del Ghana, è stimato in circa 6 milioni di dollari all’anno; quello dell’area marina protetta di Lyme Bay in Inghilterra, invece, è di circa 4 milioni di sterline all’anno e alle Seychelles i parchi marini producono benessere sociale per un valore di 3,7 milioni di euro all’anno. Ancora, il “valore di esistenza” del Pino Loricato nel Parco Nazionale del Pollino è pari a circa 64 euro all’anno per visitatore, mentre il “valore di lascito” per le future generazioni del Tatra National Park in Polonia è di circa 75 milioni di euro all’anno. Una volta quantificati i benefici, su di essi è necessario sensibilizzare i cittadini, far loro capire che non si tratta di cose scontate. Attività che, conclude Mangone, sono “fondamentali per remunerare adeguatamente questi servizi essenziali, che senza un’adeguata percezione della loro importanza rischiano di scomparire, con le inevitabili ricadute sulla vita di tutti noi”.

Alessio Sciurpa

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